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GIANPIERO CALDARELLA


COSE QUASI NOSTRE

Il vitello grasso


A metà del 2008 il crac dell'Amia era nell'aria. I premi di produzione invece erano solidamente riposti nelle tasche dei dirigenti dell' Azienda Municipalizzata Igiene Ambientale.

Avete presente la parabola del figliol prodigo? Quella del padre che fa scannare il vitello grasso per festeggiare il ritorno del figlio che ha sperperato tutto quello che aveva e torna a casa con la coda in mezzo alle gambe? Non è una bella storia, perché il figliol prodigo pare uno che chiede l'elemosina e invece aveva tutto il diritto di fottersi il vitello grasso.

Il vitello grasso in fondo era una specie di premio di produzione, da ritirare a testa alta. Come succede a Palermo, dove l'Azienda Municipalizzata Igiene Ambientale, l'Amia SpA, di proprietà del Comune, ha premiato i suoi ventotto dirigenti e i quadri per il raggiungimento degli obiettivi qualitativi e quantitativi per la gestione del 2006.

Per carità, si tratta di briciole, meno di mezzo milione di euro in tutto, dagli 8 ai 20.000 euro a testa lordi cadauno. Tra gli obiettivi raggiunti nel 2006 ci sarebbe anche un buco di bilancio record di 95 milioni di euro. Ma questo non basta, perché l'azienda che si occupa anche del ciclo dei rifiuti ha raggiunto anche altri obiettivi: la raccolta differenziata ad esempio non va oltre il 6%, in più riesce a beccarsi delle ammende da centinaia di migliaia di euro per aver dichiarato più spese di quelle realmente sostenute nella gestione del servizio asfalto e si fa pignorare per poche migliaia di euro anche le sedie e i tavoli.

Inoltre crescono i dipendenti, naturalmente assunti per chiamata diretta, aumentano le spese per le aziende controllate, per le consulenze e per il ricorso a fornitori esterni.

In pratica oggi l'Amia perde circa 3 milioni di euro al mese, sui 100.000 euro al giorno. E ancora c'è chi si stupisce del figliol prodigo!

In fondo quello era solo un bravo ragazzo, che se avesse avuto qualche obiettivo nella vita, il vitello grasso lo avrebbe accettato solo come anticipo del premio di produzione.

Per questo, facciamo i migliori auguri all'Amia e alla sua dirigenza, perché quando si va dritti verso la meta, non basta correre, si può anche volare.

Un po' come ha fatto Alitalia. Gli esempi non è che mancano.

 

 

Inquilini a casa nostra


Privatizzare conviene sempre, soprattutto a qualcuno. Per questo già dal 2007 la Regione Sicilia ha messo in vendita i suoi palazzi.

Immaginate se lo Stato vendesse la sede dei Ministeri a Roma.

Una bella mattina ben sette ministeri non sono più di proprietà dello Stato. Assurdo? Mica tanto! In Sicilia l'abbiamo già fatto: nel marzo di quest'anno la Regione ha ceduto un primo lotto di immobili, comprese le sedi di sette Assessorati e della Corte dei Conti. Al momento il tesoretto incassato è di 260 milioni di euro e dovrebbe servire ad avere una legge finanziaria regionale più leggera.

Per di più si aspetta la cessione di un altro lotto di immobili per altri 200 milioni di euro.

Fa piacere sapere che anche in Sicilia si privatizza e si snellisce, però poi uno guarda quei palazzi e vede che continuano ad avere la stessa funzione di prima, entrano ed escono dipendenti regionali, amministratori e politici. Solo che non sono più padroni di casa, ora la Regione per stare dove stava prima deve versare 22 milioni di euro l'anno nel fondo immobiliare gestito da Pirelli Re.

Quello che si dice un ottimo investimento, che al confronto l'acquisto dei 26 vani di Mastella sono una piccola compravendita da rigattiere. E siccome la Regione è un ottimo inquilino, paga i palazzi per intero anche se sono utilizzati solo in minima parte, come succede a Catania per la sede dell'Ente di Sviluppo Agricolo.

A voler azzardare delle previsioni, fra qualche anno potrebbero mancare i soldi per gli affitti e a quel punto si potrebbe cedere anche la sede del Parlamento regionale, il famoso Palazzo dei Normanni. Che i Grillo-boys non si illudano però: fatto fuori il palazzo, le spese dei palazzinari rimarrebbero.

Certo, è sempre possibile che intervenga prima la Corte dei Conti, ammesso che non sia già stata sfrattata per morosità.

 
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