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SOTTOTRACCIA n1 - ANTEPRIMA: " SENTIRE E PENSARE MAFIOSO NELLE PAROLE DEGLI UOMINI POLITICI" PDF Stampa E-mail
Notizie - Assaggi Letterari
Da Sottotraccia - Saperi e percorsi sociali numero 1
SENTIRE E PENSARE MAFIOSO NELLE PAROLE DEGLI UOMINI POLITICI
di Antonella La Russa
Cosa nostra non è un anti-Stato, ma un’organizzazione parallela che vuole approfittare delle storture dello sviluppo economico agendo nell’illegalità; in quanto prodotto della sicilianità, la mafia, al pari dei siciliani in genere, si sente ferita dal disinteresse dello Stato e degli errori commessi dalle istituzioni a danno dell’isola. E quanto più lo Stato si disinteressa della Sicilia, tanto più aumenterà il potere dell’organizzazione. Non dobbiamo trasformare la mafia in un mostro, ne pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia”.

(Falcone, 1991).
Uno degli aspetti recentemente più dibattuti intorno al vasto e complesso tema della presenza, della forza e della pericolosità organizzativo-criminale di Cosa Nostra, concerne i legami e le diverse forme di consenso che i suoi membri riescono a veicolare nei confronti di quella fascia di popolazione, per esempio politici, professionisti e classe dirigente in genere, che istituzionalmente, o per mandato sociale, dovrebbe garantire il rispetto delle leggi e della legalità in genere. Per lungo tempo vi è stata una tendenza propria del contesto siciliano ad occultare la relazione esistente tra Polis[1] e mafia e a considerare il fenomeno mafioso come qualcosa al di fuori del contesto politico, economico e sociale, come “Cosa Loro” e non come “Cosa Nostra”. In generale, infatti, si è disposti ad ammettere l’esistenza della mafia, ad impegnarci a livello sociale e politico per combatterla, fino a quando siamo sicuri di lottare contro qualcosa del tutto estraneo ai canoni e ai valori che fondano la Polis, estranei, quindi, alla quotidiana esistenza della classe dirigente.Quando invece emerge quella illegalità nascosta, che dimostra la relazione esistente tra mafia e poteri politici ed economici, si attiva una reazione di disconoscimento del fenomeno, che può essere considerata una difesa del sistema per cercare di occultare nuovamente ciò che è emerso, e per evitare una consapevolezza scomoda e difficile da accettare, quella cioè di aver condiviso il proprio territorio con uno straniero.
Le numerose inchieste, condanne e arresti di questi ultimi anni, hanno dimostrato invece, che Cosa Nostra non può essere considerata soltanto come un fenomeno criminale associato spesso ai contesti sociali più disagiati, ma come fenomeno culturale in continua trasformazione, che nel corso degli anni è riuscito ad ampliarsi e a coinvolgere anche questi strati sociali.
Ci troviamo di fronte ad un network potente ed articolato, che comprende esponenti del mondo della politica, dell’economia e delle professioni. Prima però di trattare tale tematica, è opportuno considerare l'importanza che il modello gruppoanalitico assume non soltanto per lo studio del fenomeno mafioso, ma altresì della politica. Secondo questa linea di pensiero, l’origine della fenomenologia mafiosa va ricondotta all’interno del rapporto individuo-famiglia-ambiente. La mafia viene intesa, quindi, come fenomeno culturale che presenta una determinata struttura valoriale, una certa visione del mondo, costituita da un’insieme di miti e di codici di significazione dell’esistente tacitamente condivisi e transgenerazionalmente tramandati.Da un punto di vista psicosociale è possibile rintracciare l'origine di Cosa Nostra in quel “sentire e pensare mafioso”(Di Maria, Di Nuovo, Di Vita, Dolce e Pepi, 1989) che rappresentano i costrutti che meglio hanno provato a spiegare la presenza della mafia in Sicilia. Il primo, rappresenta un tema antropoculturale che, attraverso la famiglia, fonda quote di identità personale, rispondendo ad un inconscio bisogno di certezze rassicuratorie, un sentimento salvifico in un sistema sociale, in cui lo Stato viene percepito come entità incapace di tutelare i cittadini, e in cui le leggi sono avvertite come sostanzialmente ingiuste. Esso si caratterizza, inoltre, per la presenza di codici cognitivo-affettivi di tipo monistico e dogmatico, rigidità di pensiero che impedisce un’adeguata apertura verso l’esterno, la comprensione/accettazione della diversità.Il secondo, invece, è un modo di essere e di sentire diffuso in Sicilia, ereditato e trasmesso transpersonalmente in famiglia. Si tratta di una modalità di organizzazione della mente nei suoi rapporti con la famiglia ed il sociale ed è frutto della storia peculiare dell’isola, fondandone mentalità e comportamenti. In altre parole, la mafia è prima di tutto un modo di sentire, un pensiero che attraversa i siciliani indipendentemente dal loro appartenere all’organizzazione. Tale codice mentale saturante e saturato è stato descritto per la prima volta dal sociologo ed antropologo Banfield intorno alla metà degli anni ’50 denominandolo “familismo amorale” e considerandolo come la causa principale dell’arretratezza del Mezzogiorno nella presenza di un modello familiare specifico.Uno dei punti di forza dell’organizzazione di Cosa Nostra, è costituito dall’essersi proposta ad immagine e somiglianza della famiglia, grazie alla replicazione di codici materni e paterni, costituendo una cultura di coppia, monolitica, rigida e resistente al cambiamento. I codici materni, nel privilegiare la dinamica dell’accudimento, della rassicurazione, promuovono l’uso del silenzio-riscatto per assicurarsi fedeltà ed obbedienza; il codice paterno, con le sue istanze di controllo ed il suo potere di vita e di morte, si proietta nel contesto istituzionale statale provocando delle risonanze istituzionali in cui lo Stato è percepito come assente rispetto ai problemi dei suoi cittadini, e il sentire mafioso come un sentimento salvifico che da una parte protegge ma dall’altra parte determina resistenza al cambiamento e incapacità progettuale.All’interno di Cosa Nostra, l’individuo trova un’identità fortissima, in quanto, la famiglia si pone come unica istituzione in grado di offrire ai suoi membri protezione e sicurezza, creando un legame di attaccamento che in realtà corrisponde ad un’appropriazione dell’individuo da parte della famiglia, il quale diventa appunto “cosa…cosa nostra”. L’individuo non entra in relaziona con gli altri come soggetto, ma come cosa di qualcun altro, ad esempio, di una famiglia, di un clan, di un protettore. A livello psichico profondo, quanto detto, mostrerebbe in realtà la presenza di un’identità debole, bisognosa di protezione e di tutela da parte di un’organizzazione, quella mafiosa che si rivela vincente nella sua capacità di offrire risposte simboliche (Lo Coco G., 1999). Quindi, nel pensare mafioso, l’individuo esiste attraverso la famiglia, il nome della famiglia è la carta d’identità che permette di evitare, così, l’alternativa di essere “nuddu ammiscatu cu nenti” (nessuno mischiato con niente ), colui, cioè, che non ha visibilità sociale perché privo di identità (Scarpinato, 1998).Si passa, così, da una cultura della solidarietà ad una cultura dell’assistenza, una cultura totalizzante che infantilizza e non responsabilizza, che enfatizza aspetti come la paura, il bisogno di sicurezza garantendo appunto protezione e assistenza.Inoltre, per accrescere la coesione al proprio interno, il gruppo ha bisogno di esportare il male all’esterno, costituendo quella che è stata definita “fenomenologia del falso nemico” (Lavanco, Di Maria, 2005). Solo la presenza di un capro espiatorio esterno può spiegare la fedeltà cieca e l’obbedienza incondizionata ai valori del gruppo d’appartenenza.La mafia, però, non può essere ricondotta soltanto ad una metafora familistica, poiché, al suo interno presenta delle dinamiche organizzative che hanno a che fare con funzioni molto più complesse e articolate.Sono proprio queste dinamiche presenti al suo interno, che mostrano le capacità trasformative ed adattive che la mafia ha dovuto realizzare in questi ultimi anni. Sembra che essa si sia dovuta sbarazzare di una veste istituzionale, formatrice delle coscienze e regolatrice delle emozioni sociali, per assumere sempre di più, il ruolo di una moderna organizzazione impegnata negli affari e nella crescita del proprio capitale. Il clima dell’organizzazione mafiosa si basa sulla capacità di ricompensa che l’organizzazione ha verso i suoi afferenti, ma anche per il grado di considerazione, cioè le connivenze, le alleanze e la tolleranza che ad essi rivolge, il che mostra una caratteristica fondamentale del potere di Cosa Nostra che è stata definita “fascinazione collettiva”.Per quel che concerne la politica, la psicologia, in quanto “scienza dell’interumano”, si inserisce nello studio della politica non tanto nell’analisi dei modelli politologici (oggetto di discipline quali la sociologia o l’economia), ma soprattutto nell’indagine dei processi e dei contenuti sottostanti al pensare ed all’agire politico individuale.La politica è manifestazione ed espressione della natura sociale dell’uomo, in quanto se da una parte, è prodotto della cultura in quanto sua espressione, dall’altra parte, è produttore di cultura, in quanto determina i vincoli sociali e lo scenario in cui essa può essere prodotta. La politica, prima di diventare “gruppo”, è quotidianità soggettiva, familiare e sociale; pensare la politica significa prendere in considerazione i fenomeni dello stare insieme, significa guardare la qualità dei rapporti e delle relazioni. Un aspetto caratteristico della politica è quello di essere in continuo rapporto con i processi di cambiamento, che istituiscono una dinamica tra conservazione/trasformazione e che, trova espressione nelle strutture organizzative di cui la politica si serve per esprimersi: i “partiti”.L’esistenza di istituzioni interne forti, determina una modalità “satura” di concepire i rapporti tra gli uomini, che è possibile ritrovare all’interno di una organizzazione totalitaria; all’opposto, l’organizzazione laica e democratica dello Stato, del gruppo, è caratterizzata da una sufficiente insaturazione del pensiero, che permette l’esistenza di ciò che è diverso. Da un punto di vista psico-socio-dinamico, interrogarsi sulla politica implica, in definitiva, chiedersi che posto occupa l’alterità nel proprio campo mentale. L’Altro, in presenza di un codice familistico di pensiero, esprimerebbe la diversità come una “mostruosità” da cui difendersi, relativa all’impossibilità di dare significato a ciò che alla significazione sfugge, specie se si ha la necessità irrinunciabile di difendere i valori del proprio gruppo di appartenenza (Di Maria, 2001).In linea con il modello proposto, si delinea l’ipotesi che la crisi attuale della politica possa essere connessa con un attaccamento dell’individuo ad una cultura familistica, a codici dogmatici di pensiero che “costringe” l’individuo a leggere il mondo esterno sub specie familiaris; il ruolo che dovrebbe occupare la persona nel sociale viene sacrificato all’esigenza di ricevere rassicurazione e protezione all’interno di un habitat noto.In riferimento ai legami, alle possibili relazioni esistenti tra Polis e Mafia è ancora in corso, una ricerca su identità politica e rappresentazione della mafia che ha coinvolto diversi esponenti della politica siciliana di centro destra e di centro sinistra ed ha esplorato i meccanismi psico-socio-dinamici di rappresentazione della mafia e i meccanismi di riproduzione sociale (“la mafia vista dalla polis”), nonché le ricadute di queste, in termini di replicatività, sull’esistenza stessa del fenomeno.[2] In questo senso si è cercato di indagare non tanto la psicologia dell’uomo d’onore (“la polis vista dalla mafia”), ma ancor di più il senso di acquiescenza e convivenza quotidiana di coloro che mafiosi in senso stretto non sono, che affonda le sue radici in una cultura, solo apparentemente straniera, ma condivisa e accomunata dal sentire mafioso. Diventa chiaro come in questa prospettiva l’appartenenza alla famiglia mafiosa sia in perfetta antitesi con l’appartenenza allo Stato considerato certamente straniero e dunque nemico. Sulla base di quanto detto, l’interesse si è concentrato sull’analisi di cosa significhi e che forme assuma fare politica in Sicilia nel tentativo di cogliere se esista, e in che termini, una continuità e “mutua reciprocità” tra un certo modo di fare e pensare la politica (e dunque la polis) e l’esistenza sempre più drammatica di Cosa Nostra nel nostro territorio. In tal senso l’ipotesi che si vuole proporre, è che esista un modo antropo-culturalmente tutto siciliano di fare politica e pensare la polis e che si fonda su specifiche modalità di rappresentazione della polis, della convivenza, del benessere, della società, della famiglia, del potere, della legalità che spesso si pongono in perfetta continuità con le modalità specie-specifiche di pensare, rappresentare, rapportarsi alla polis, alla convivenza, alla società che attraversano i membri di Cosa Nostra e loro valori. E’ proprio tale continuità, la sua forma ed i suoi contenuti, che si è provato ad esplorare nonché, assolutamente connesso, il senso di quel diffuso sentimento di acquiescenza, collusione, disimpegno, complicità, diniego, fino all’adorcismo vero e proprio nei confronti della mafia, che, anche in questo caso, attraversa sia chi ha responsabilità politiche sia i membri della polis.A partire da tali considerazioni l’attenzione è stata posta all’analisi di come i personaggi politici “raccontano la mafia” cercando così, di cogliere e d’individuare quei modelli culturali, che descrivono “il modo in cui in un sistema sociale i suoi appartenenti connotano emozionalmente ogni aspetto che concorra a definire la realtà contestuale” (Carli, Paniccia, 1999).Nel corso del tempo, in ambito metodologico, ci si è convinti che i processi psicosociali, per la loro natura indeterminata e per il fatto di essere profondamente radicati nelle dinamiche di interazione, non possono essere indagati con procedure standardizzate e formalizzate, ma possono essere semplicemente descritti nel loro accadere estemporaneo e nel loro manifestarsi in specifiche forme discorsive.L’attenzione, quindi, si è spostata a ciò che gli individui pensano e dicono e non, soltanto, a ciò che essi fanno, in quanto, la “comunicazione” assume principalmente tre significati: 1. Co-costruzione di una realtà rispettando un certo numero di regole e di principi che consentono e governano lo scambio. 2. Co-costruzione della realtà con l’aiuto di una serie di segni a nostra disposizione.3. Modalità che permette l’interlocuzione mediante lo scambio delle informazioni che possediamo.Nell’ambito della psicologia sociale, si ritiene che la conversazione comporti la condivisione di significati tra gli attori sociali, ed è per questo motivo, che le rappresentazioni sociali possono essere considerate frutto del dialogo e dello scambio di idee.In questo processo di costruzione e trasmissione della realtà, il linguaggio svolge un ruolo molto importante. Infatti, è proprio tramite un testo o un discorso che si rende esplicita la propria rappresentazione mentale. Nello specifico è stata costruita un’intervista somministrata nel complesso a 50 uomini politici di centro destra e centro sinistra le cui risposte, in una fase successiva, sono state sottoposte ad analisi mediante un software di analisi del testo (T-Lab), cercando in tal modo di indagare le quote di sentire e pensare mafioso degli uomini politici ed, in particolare, quella che consideriamo la variabile psicosociale forte in grado di spiegare i livelli di pensare e sentire mafioso: il familismo amorale (in un certo senso inferito dalle risposte).Le dimensioni-variabili che compongono il costrutto sono in tutto 5 concernenti principalmente:5) La dimensione familiare: costituita da una serie di domande inerenti la modificazione dei valori tradizionali, il progressivo cambiamento del ruolo maschile e di quello femminile, le cause dell’aumento esponenziale dei divorzi, l’educazione dei figli e le loro trasgressioni, lo spazio decisionale da lasciare a questi ed infine il peso del tradimento coniugale. 6) La dimensione religiosa: contenente domande riguardanti il modo in cui viene rappresentato Dio, il significato della redenzione e della morte, la perdita attuale dei valori religiosi e l’influenza che la Chiesa dovrebbe avere sullo Stato. 7) La Polis: costituita da domande inerenti la sicurezza, la presenza o meno di ideologie forti in Sicilia ed infine la rappresentazione del potere e del suo rapporto con la comunità. 8) La dimensione della criminalità: in cui i principali temi analizzati riguardano la mafia, il ruolo delle istituzioni, il ruolo da attribuire all’immigrazione clandestina in Sicilia. 9) La dimensione della società: contenente domande relative al valore attribuito al denaro e all’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità. Inoltre, prima della somministrazione dell’intervista, ai soggetti e stato chiesto di raccontare una breve storia subito dopo aver osservato una serie di cinque immagini-stimolo realizzate in bianco e nero ed organizzate secondo un’articolazione figura-sfondo in cui è possibile rintracciare aspetti ambivalenti di una stessa realtà.L’ipotesi che ha ispirato la costruzione dello strumento, è che certi modi di leggere ed interpretare i fatti della nostra realtà sociale siano influenzati da meccanismi di pensiero di natura transpersonale legati all’immaginario mafioso.La prima figura-stimolo mette in evidenza il contrasto tra presente e futuro, tra città vecchia e città nuova; la seconda immagine evidenzia la dicotomia tra spazi aperti e ludici e spazi chiusi e culturali; la terza evoca la percezione e i vissuti che si hanno circa il gruppo interno e il gruppo esterno; la quarta figura va ad evocare emozioni e risonanze fortemente legati ai tragici avvenimenti della primavera-estate del 1992; infine, la quinta figura-stimolo rappresenta un’aula di tribunale in cui sono presenti un giudice ed un imputato-testimone, richiamando l’immagine dei maxi-processi di mafia.Le figure-stimolo sono state somministrate a 37 soggetti del campione totale, di cui 17 esponenti del Centro Sinistra (tra di essi era presente solo una donna) e 20 esponenti del Centro Destra (tutti uomini).L’idea sottostante la scelta di tale strumento è che, attraverso la narrazione sia possibile indagare sia i vissuti emozionali dei soggetti, sia la percezione che essi hanno di sé e della realtà sociale e politica.Analisi dei dati e primi risultati:Le interviste sono state registrate e sbobinate in modo da consentire la loro analisi attraverso un software di elaborazione del testo: il T-LAB (Lancia, 2002).Esso, è costituito da un insieme di strumenti software per l’analisi dei testi: strumenti di esplorazione, di analisi e di supporto all’interpretazione, che permettono, inoltre, la produzione di mappe che rappresentano i contenuti dei testi, sia presi singolarmente, sia confrontati tra loro analizzando, ad esempio, somiglianze e differenze.Il T-LAB, evidentemente è un software che non si occupa di analizzare i significati o i contenuti, ma solo i significanti, cioè le “stringhe” che individuano le varie Unità lessicali (LU) e Unità Contestuali (CU).Tuttavia, le relazioni tra significanti (ovvero i rapporti sintagmatici), assumono delle forme significative che, in qualche modo, propongono una “rappresentazione contestuale dei significati”. Nella logica del T-LAB, il significato di ogni singola parola è conosciuto solo attraverso le sue relazioni con i contesti, cioè attraverso la distribuzione delle sue occorrenze o co-occorrenze all’interno delle Unità di Contesto.Lo scopo che si vuole raggiungere attraverso l’uso di tale metodo, non è la mera constatazione di un dato, ma il riconoscimento di un’isotopia (significato correlato all’effetto del contesto) che facilita l’interpretazione dei discorsi o dei testi, individuando un contesto di riferimento condiviso da più parole, che non deriva però dai loro significati.Il lavoro proposto si è maggiormente concentrato sulle analisi riguardanti i sottoinsiemi: Associazioni di parole, Mappe dei nuclei tematici, Tipologia dei contesti elementari.A tal proposito, interessanti risultano i dati emersi dall'analisi relativa all'associazione di parole. Da tale analisi si riscontra una relativa mancanza di differenze tra gli uomini di centro destra e gli uomini di centro sinistra nell’affrontare i temi da noi proposti e la presenza di paradossi, ad esempio alcune opinioni classiche che si immagina appartenenti al centro destra risultano presenti nelle parole degli uomini di centro sinistra e viceversa. Probabilmente tale fenomeno è dovuto alla presenza di una cultura di attraversamento unica, ad un pensiero che ingloba tutti i soggetti da noi intervistati al di là del partito di appartenenza. Non vi è un pensiero di rottura ma di continuità rispetto ai temi trattati forse perché, coerentemente all’ipotesi sostenuta nel presente lavoro, il sentire mafioso fa parte del contesto siciliano e quindi anche della dimensione politica siciliana. Proprio per la presenza di questa continuità è molto più facile che questo cancro che è la mafia riesca ad esprimere tutta la sua forza e a mantenere il suo potere sul territorio.Le analisi e le interpretazioni sono state effettuate su parole-chiave relative a quattro sottoinsiemi: famiglia, religione, polis, criminalità e società.Un altro dato interessante si evince dall'analisi “tipologia dei contesti elementari” dalla quale emerge, in riferimento al sottoinsieme società, una negazione, un rifiuto nell'accettazione dell'omosessualità considerandola come qualcosa al di fuori della “norma”. Ciò è riscontrabile in frasi come: “ per il solo fatto che è omosessuale io non lo voterei mai!”. Dall’analisi delle vignette, strumento che come detto “costringe” il soggetto a rispondere con una immediatezza e spontaneità senza alcuna interferenza della cosiddetta desiderabilità sociale, il primo inquietante dato che balza agli occhi è l’assoluta cecità rispetto al solo pronunciamento della parola mafia. Pochissimi politici vedono nelle vignette “fatti di mafia”, e spesso quando lo fanno imbastiscono una serie di argomentazioni che rimandano, di contro e quasi paradossalmente, ad una assoluta assenza di senso dello stato e delle sue funzioni.Dinanzi ad un magistrato, riconoscibile dalla toga, che scende le scale e un uomo che ricorda nella fisionomia Totò Riina (è una delle cinque vignette utilizzate sulla quale intendiamo soffermarci), un deputato dichiara:“questo sembra un interrogatorio in un luogo chiuso ad un personaggio che deve raccontare chissà che cosa, c’è il menefreghismo generale da parte della persona che sta scendendo le scale che forse dovrebbe essere quello che interroga l’imputato”, o ancora, altri che invocano addirittura la giustizia divina, l'unica in grado di emettere sentenze attribuendo un valore molto relativo al magistrato in quanto è “il giudizio divino che aspetta ognuno di noi alla fine del percorso”.Sono proprio tali analisi che portano necessariamente a riflettere sulle relazioni tra pensiero, linguaggio e cultura. A questo proposito è importante ricordare la cosiddetta “Sapir-Whorf Hypothesis” che concerne alcuni contributi teorici di Sapir (1949) e del suo allievo Whorf (1956) tra i quali ricordiamo il cosiddetto “relativismo linguistico”, ovvero l'affermazione che le differenze tra culture sono determinate dalle differenze tra i rispettivi linguaggi, i quali determinano i differenti modi in cui vediamo e rappresentiamo il mondo. Ovviamente bisogna considerare anche l'ipotesi inversa, cioè che le differenze tra culture determinano i differenti modi in cui usiamo le parole e il linguaggio.Differenti culture sono infatti quelle dei gruppi di adolescenti, quelle di alcune professioni, quelle proposte dalle diverse religioni, e così via.In ogni caso tutte le culture costruiscono diverse rappresentazioni dei contesti; e queste, generalmente, si traducono in testi che possiamo analizzare.Spesso è proprio il linguaggio, il significato sottostante di determinate frasi che vengono utilizzate dal mondo della politica, delle professioni, in altre parole che connotano un certo modo di parlare e fare politica in Sicilia che probabilmente alimenta la presenza di Cosa Nostra nel nostro territorio e può avere delle ripercussioni sui meccanismi di rappresentazione sociale.È dalla analisi linguistica di frasi come per esempio “La Mafia fa Schifo!” che è possibile rintracciare quel meccanismo di disconoscimento e distacco verso qualcosa che in realtà fa parte del contesto sociale, politico ed economico siciliano, quel qualcosa che è “Cosa Nostra”.Nello specifico, sulla base di questi primi risultati, è possibile sostenere che la nostra, probabilmente, può essere considerata una comunità familista non in grado di sviluppare solidarietà più ampie del proprio gruppo di appartenenza, incapace di sostenere un impegno civile e di agire in funzione del bene comune, ponendosi in un atteggiamento parassitario nei confronti del sociale. In riferimento al codice familistico anche in Cosa Nostra, il suo familismo amorale, costituisce un’ulteriore perversa complicazione poiché spesso ho indotto in errore molti osservatori esterni del fenomeno, inducendoli a credere che per i membri affiliati il codice affettivo familiare fosse, più che ancora preminente, l’unico esistente e disponibile; ciò in parte può essere preso per vero, a patto di non scotomizzare quanto tale codice sia totalitariamente integralisticamente modellato su un Codice che resta comunque un codice Istituzionale e sociale, se ne osserviamo le origini e i campi di applicazione piuttosto che meramente i contenuti.Non per caso diversi membri dei clan familiari di Cosa Nostra sono stati, per alterne vicende, sacrificati in nome del codice istituzione da familiari stessi, come sanzione ultima alla colpa di avere infranto il supremo codice dell’organizzazione. Non a caso, ancora, molte crisi e fratture all’interno del contesto mafioso si sono venute a determinare proprio nel momento in cui nello scenario affettivo-familiari, come molte storie di collaboratori di giustizia ci mostrano, o molte vicende personali virate verso un versante psicopatologico.Ma tale codice familistico costituisce certamente una perversa complicazione soprattutto per il sistema culturale e sociale siciliano, un indicatore inquietante di quanto profondo possa essere considerato ancor oggi lo iato che ci separa dallo sviluppo di un’accettabile base comune minima possibile di sana convivenza sociale condivisa., di un pensare ed un sentire fondato sulla dimensione mentale della polis, di una Politica-Mente radicata in una cultura sociale condivisa.È tristissima constatazione, tragicamente buffa nella sua propria paradossalità, che il codice sociale ancora oggi predominante sia modellato su una brutta copia di un codice familiare, che pur se fosse sano, e non lo è affatto, sarebbe comunque totalmente inadeguato a fronteggiare e governare i fenomeni sociali.In fondo tutti gli studi condotti sul Sentire mafioso non parlano altro che di ciò, di un codice affettivo familiare totalmente pervaso e modellato sui codici istituzionali, l’Istituzione Cosa Nostra.È molto difficile combattere contro qualcosa che ormai è entrato a far parte della nostra cultura, delle modalità di pensiero soprattutto del popolo siciliano, ma attraverso interventi di sensibilizzazione rivolti a tutti i cittadini, ed in particolare ai giovani, si può provare a migliorare e ad accrescere le capacità di giudizio e di critica degli stessi e soprattutto incentivarli ad una maggiore partecipazione alla vita politica e sociale, contribuendo, così, allo sviluppo e alla crescita di una nuova comunità, una “Polis della convivenza” in cui la partecipazione non è solo un prendere parte alla socialità, ma è relativa al potere pensare, progettare le basi fondamentali per il cambiamento, la conoscenza ed accettazione della diversità, per essere in altre parole “cittadini” nel senso pieno del termine.

[1] il termine “polis”richiama il modello di città della Grecia antica cioè di una città-Stato, comunità autarchica autonoma ed indipendente dalle altre realtà comunitarie.

È proprio tale modello che manifesta l'attuale difficoltà/possibilità quanto mai attuale di ri-pensare il proprio ruolo in quanto soggetti attivi nella/della comunità, non permettendo, così, lo sviluppo di una Polis aperta oltre le mura, e la scelta di una convivenza sociale in cui l'Altro è oltre il con-fine parentale, politico, etnico.


[2] la presente ricerca è stata cofinanziata dal MIUR e dall’Università degli Studi di Palermo e coordinata dal gruppo di ricerca diretto da Franco Di Maria, professore ordinario di psicologia dinamica presso l'Università degli Studi di Palermo.
Più esattamente, si tratta di un’unità di ricerca che, insieme ad altre unità coordinate da docenti afferenti a diverse università italiane, ha dato vita ad un progetto nazionale di ricerca sul fenomeno mafioso dal titolo “Come pensa la mafia” (PRIN 2004), il cui coordinatore nazionale è il Prof. G. Lo Verso, professore ordinario di psicologia clinaca presso l'Università di Palermo.
 
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