| MARINEIDE I+SdT - Anteprima 1 capitolo |
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Marineide 1+SdT 1 capitolo
Quella mattina Marineo aveva ben poco da fare. Si trattava di un periodo piuttosto tranquillo, era successo poco o niente e il lavoro quotidiano era limitato alla solita routine consistente nel compilare scartoffie. Dato che aveva un po' di tempo a disposizione, si era portato in ufficio il manuale d'istruzioni d'uso della nuova lavatrice, comprata due giorni prima in sostituzione della vecchia che avrebbe compiuto tre lustri due mesi dopo. Se al posto dell'elettrodomestico avesse comprato una navicella spaziale forse avrebbe potuto raggiungere Marte prima della Nasa, e prima di riuscire a fare il bucato con i capi delicati a trenta gradi, con il prelavaggio e doppio risciacquo. Il manuale era scritto in tutte le lingue conosciute tranne l'italiano e l'esperanto. A scoprirlo non fu comunque Marineo, bensì Guzzo che, dotato di vista più acuta dell'ispettore, riuscì a leggere i caratteri di stampa senza l'ausilio del microscopio elettronico. Marineo passò allora al tentativo di decifrare le icone che corredavano il manuale, e che indicavano quale trattamento riservare a ogni tipologia di tessuto. Constatato che quei simboli, che avrebbero dovuto fornire una sintesi visiva dell'informazione, non sarebbero potuti essere decrittati senza avere in dotazione una stele di Rosetta degli elettrodomestici, Marineo diede fuoco al manuale d'uso e lasciò che questi bruciasse all'interno del cestino dei rifiuti che era, fortunatamente, di lamiera. Mentre era intento a fare uscire il fumo dalla finestra aperta fu chiamato da Guccione. Si recò verso la stanza del superiore con tutta calma ed entrò. – Marineo, giusto lei, dovevo parlarle. – Come “giusto lei”? Non è che io sono passato per caso per una visita di cortesia. Io sono venuto perché lei mi ha appena chiamato, suppongo per dirmi qualcosa. – Ma è possibile che quando si parla con lei si devono pesare le parole con la bilancia? – Il problema non è che bisogna pesare le parole. Il problema è che lei ha la bilancia sfasciata. Utilizzare un modo corretto di esprimersi, in maniera da comunicare univocamente e senza fraintendimenti ciò che si ha da dire, dovrebbe essere una cosa ovvia e naturale. – Tagliamo corto ispettore, vada immediatamente presso l'unica abitazione che c'è in contrada Pietrearse. Ci è stata segnalata la presenza di cacciatori che sparano all'impazzata, non rispettando le distanze di sicurezza prescritte dalla legge. Marineo, uscito dalla stanza del commissario, rintracciò Guzzo intento a smanettare al computer nella sala dei videoterminali e se lo portò dietro per ottemperare agli ordini ricevuti. Nello stesso istante, sette giocatori di poker che stavano disputando una partita via internet, videro scomparire dal tavolo virtuale l'ottavo compagno senza alcuna apparente ragione. Tutte le volanti erano in servizio e così Marineo decise di utilizzare la propria auto. Si trattava di una vecchia e cadente Fiat Ritmo acquistata moltissimo tempo addietro. Era talmente vecchia che anche se non fosse stata acquistata regolarmente, Marineo ne avrebbe ugualmente ottenuto la proprietà per usucapione. Quando avviò il motore sembrò che tutti i titolari di porto d'armi delle provincie di Palermo, Trapani e Agrigento si fossero radunati sotto al commissariato e avessero esploso un colpo d'arma da fuoco simultaneamente. Durante il tragitto, all'interno del vetusto veicolo, si avvertì uno strano effluvio. – Ma cosa è questa puzza? Forse abbiamo investito la carogna di un brontosauro. Chiudi il finestrino Tanì, – esordì l'ispettore, affrettandosi a mettere mano alla manovella che regolava l'apertura del proprio. Quando ebbe chiuso dal proprio lato, fu avvolto da una densa nube di gas mefitici. Gli sorse allora il dubbio che la sorgente di quel tanfo fosse all'interno dell'abitacolo. Considerato che la mattina non aveva avvertito niente e che, in quel momento, erano solo in due sull'auto, dedusse facilmente che il punto d'origine di quell'emissione poteva essere solamente il proprio collega. Frenò di colpo, come se un'intera scolaresca avesse attraversato all'improvviso la strada deserta e, puntando la propria Beretta calibro 9 alla tempia di Guzzo, ordinò al collega di scendere dall'auto. Guzzo eseguì l'ordine all'istante, anche perché era sul punto di scoppiare. Cominciò a correre piegato in avanti a settantacinque gradi, contorcendosi vistosamente e massaggiandosi lo stomaco. D'un tratto scomparve dietro un muretto di pietra seminascosto da alcuni cespugli. Vedendo che la cosa avrebbe potuto richiedere abbastanza tempo, Marineo spense il motore e scese dall'auto. Poco distante scorse un albero di azzeruoli. Era da tantissimo tempo che non ne vedeva. Forse da quando era bambino e sua nonna glieli faceva trovare sul tavolo dentro un'ampia coppa di vetro. Si avvicinò all'alberello con l’intenzione di assaggiare un frutto per valutarne lo stato di maturazione. Non ebbe nemmeno il tempo di eseguire alcuna valutazione perchè, dal punto in cui era scomparso Guzzo, si udì dapprima il latrare furioso di alcuni cani seguito, quasi subito, da due colpi di pistola. Marineo corse a rotta di collo dietro il muretto di pietre e trovò Guzzo che con una mano si teneva i pantaloni per evitare che gli cascassero a terra e con l'altra reggeva la pistola ancora fumante. – Ma che è successo? – Era un branco di cani selvaggi e feroci, devono avere fiutato il mio odore e volevano attaccarmi. Mi sono dovuto difendere. – Secondo me erano cani docilissimi. Invece del tuo odore hanno fiutato qualcos'altro e sono diventati ferocissimi. Ora vedi di sbrigarti prima che feroce ci diventi io. Guzzo fece ritorno presso l'auto dopo dieci minuti. – Forse le stigghiole di ieri sera mi hanno fatto male. – Hanno fatto male pure a me che non le ho mangiate, pensa cosa hanno fatto a te. Ora possiamo andare? Si diressero verso la loro meta, raggiungendola dieci minuti dopo. Quando l'abitazione fu in vista rallentarono e vi si fermarono davanti. Un uomo li attendeva in prossimità del cancello d'entrata. – Meno male che non vi ho chiamati per un pronto soccorso o per un incendio se no a quest'ora trovavate un cadavere o della cenere. – Fai lo spiritoso? – chiese Marineo pur conscio che quanto affermato dall'uomo corrispondeva al vero. – No, non è una battuta. È la verità. – Purtroppo abbiamo avuto un inconveniente che ci ha rallentati durante il tragitto. – Ora che siete arrivati ve ne potete pure ritornare da dove siete venuti. A quest'ora quegli sciagurati che sparavano all'impazzata saranno arrivati in Jugoslavia anche camminando in ginocchio. Non vi preoccupate di fare rapporto quando ritornerete in commissariato, la mia telefonata al caro Guccione arriverà prima di voi. Marineo pensò di salutare l'uomo con una parola che comincia con la “v” e finisce con la “u”. Fortunatamente lo pensò solamente e fece ritorno in commissariato. Al loro arrivo, il piazzale antistante all’edificio era pieno di pompieri e un'auto cisterna dei vigili del fuoco lo occupava per intero. Una scala partiva dal retro del mezzo e terminava in corrispondenza della finestra dell'ufficio di Marineo al primo piano. – Ma che è successo? – chiese Guzzo. “Il manuale d'uso della lavatrice”, pensò il cervello di Marineo. – Non ne ho idea, – disse la sua bocca. Salirono di corsa al primo piano e trovarono tutto sottosopra. Il corridoio era invaso dai pompieri e da tutti i colleghi che erano usciti dalle proprie stanze. Su tutti e su tutto aleggiava un odore acre di fumo e di bruciato. All'appello non poteva mancare Guccione che si trovava impalato, con le braccia strette al petto, davanti alla porta della stanza dell'ispettore, guardando l'interno con un occhio e Marineo con l'altro. Si avvicinò con passo deciso e, facendoli arretrare fin dentro la propria stanza, li intrappolò chiudendosi la porta alle spalle. – Abbiamo diverse cose da discutere noi tre. Voltandosi in direzione di Marineo continuò: – La prima riguarda solo lei, ispettore. Come spiega quello che è successo nella sua stanza? – Io sto tornando adesso da contrada Pietrearse, come faccio a sapere cosa sia successo nella mia stanza se non c'ero dentro? Chi sono? Il figlio di Lady Barbara e frate Indovino? – Dato che lei non lo sa, glielo dico io. La sua scrivania ha preso fuoco. I pompieri dicono che il punto d'origine è il cestino della carta straccia. Da lì, le fiamme sono poi divampate verso la scrivania. Questo lei come lo spiega? Senza pensarci più di tanto e senza riflettere su quanto stava per dire, Marineo trovò una scusa: – Secondo me c'è una talpa all'interno del nostro dipartimento, commissario. Guccione, a tutta prima, non seppe come reagire a quell'affermazione. Quando elaborò l'informazione, riprese: – Una talpa? – Sì, commissario. Un infiltrato. – Ma che dice ispettore? Un infiltrato di chi? E poi, anche se fosse, perché la talpa avrebbe dovuto dare fuoco al suo ufficio? – Evidentemente al suo interno doveva trovarsi qualcosa che voleva distruggere, qualcosa che avrebbe potuto dare fastidio a qualcuno. – Ma dice sul serio, Marineo? – Non lo so commissario, è un'ipotesi. Non possiamo tralasciare nulla. Lei ha altre idee? Guccione, preso così alla sprovvista dall'affermazione di Marineo, non seppe andare avanti e preferì sparare il suo secondo colpo a disposizione. – Ho appena ricevuto una telefonata da parte di un vecchio amico. Come mai avete impiegato tre quarti d'ora per arrivare a Pietrearse? Guccione guardò Guzzo e Marineo. Guzzo e Marineo si guardarono. Marineo precedette Guzzo che, comunque, non avrebbe parlato nemmeno sotto tortura in un campo di prigionia vietnamita e disse: – Noi il nostro dovere l'abbiamo fatto. Mentre ci avvicinavamo alla casa, ci siamo accorti della presenza di alcuni cacciatori lungo la strada che conduce ad essa. Non sapendo se fossero quelli per cui stavamo intervenendo, abbiamo deciso di fermarli per un controllo. A questo punto è successo il finimondo. Guzzo li ha chiamati, identificandosi e intimando loro di fermarsi. Loro, per tutta risposta, hanno sparato un colpo verso di noi, cercando di darsela a gambe. Guzzo ha reagito sparando due colpi in aria. Purtroppo li abbiamo persi. Guccione restò più allibito che mai. Si girò in direzione di Guzzo per trovare conferma delle parole di Marineo. Guzzo era pietrificato. – Mi dia la sua pistola, – ordinò Guccione a Guzzo. Questi obbedì e Guccione, estrattone il caricatore, appurò la mancanza di due colpi. – Andate a fare rapporto immediatamente. Non ve ne andrete di qua se non compilerete tutti i moduli, compresi quelli previsti nel caso di uno scontro a fuoco. I due uscirono dalla stanza. Guzzo guardò Marineo. Marineo ricambiò lo sguardo, accompagnandolo con un saliscendi della mano con le cinque falangi congiunte. Tale silente comunicazione fu chiusa dagli scatti della stessa mano che, aperta adesso con il palmo rivolto verso l'ispettore e, tenuta verticalmente con le quattro dita distese ad eccezione del pollice tenuto a sua volta ripiegato all'interno del palmo, indicava a Guzzo di incamminarsi verso la propria postazione. Contemporaneamente, l'indice dell'altra mano era posto ritto davanti al naso dell'ispettore. Opererò adesso una veloce traduzione dalla gestualità sicula all'italiano. “Perché mi guardi così? Che cosa dovevo dirgli? Che ti sei fermato perché te la stavi facendo sotto, sei stato aggredito da un branco di cani e gli hai sparato due volte, senza peraltro colpirne nemmeno uno? Hai combinato il patatrac? Adesso rimedia compilando tutte le scartoffie, comprese le mie, senza ribellarti e senza dire niente a nessuno”. Guzzo impiegò la restante parte della mattinata a redigere verbali e compilare moduli. Quando terminò il proprio compito, andò a trovare Marineo nel suo ufficio trovandolo intento a sistemare, dopo che da quella stanza erano passati nell'ordine: il fuoco, l'acqua e i pompieri. Firmarono ognuno le carte di propria competenza e le lasciarono sulla scrivania di Guccione che era già in pausa pranzo.
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