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VETRINA NOVITA'

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SCIMMIE - INTERVISTA AD ALESSANDRO GALLO PDF Stampa E-mail
Notizie - Assaggi Letterari

Intervista ad Alessandro Gallo
autore di “Scimmie”



1) Come è nato il romanzo?
In principio era un progetto di teatro d’impegno civile per le scuole superiori realizzato appositamente per partecipare a un concorso. Purtroppo l’esito fu negativo, non superai la prima selezione; inizialmente decisi lo stesso di metterlo in scena ma tra problemi economici e logistici dovetti fermare il tutto. Pensai quindi di trasformarlo in un progetto editoriale, un romanzo, riadattandone la forma, raggiungendo il mio obiettivo principale: portare questa storia nelle scuole e raccontare un’alternativa possibile a chi, se pur ancora adolescente, si è già rassegnato al disagio sociale che le mafie procurano, da nord a sud.

2) Chi sono le Scimmie del titolo?
Tre adolescenti che desiderano, a tutti i costi e con tutti i mezzi, entrare a far parte di un clan camorristico sognando di poter baciare le mani al capo: Antonio Bardellino.

3) Quanto c’è di te in Tore, Gennaro e Franco?
Il romanzo è per me un enorme contenitore di storie ed esperienze, alcune vissute in prima persona.

4) Vuoi accennarci qualcosa della tua storia?
Una mia cugina è amata e stimata da tutti i ragazzi del quartiere in cui sono nato perché è stata la prima donna di mafia che, a differenza delle altre, militava tra le prime linee del clan. In giro si diceva che era la donna dalla Calibro 38 e che troppe volte, se pur l’unica in casa, ci rendeva uguali a lei. Ho vissuto un’adolescenza di contraddizioni e avvenimenti paradossali: spesso dovevo difendermi e dovevo difendere la mia famiglia, in nome di un’identità differente, in nome di una scelta diversa a quella presa da mia cugina. Il peso di mia cugina si è sempre sentito e si sente ancora, nonostante io viva oggi a seicento chilometri da quel mio rione. In famiglia sono l’unico che si è difeso e che ha scelto di difendere la propria storia. Tale scelta è avvenuta per un’esigenza di rappresentarsi per quel che si è e non per quel che gli altri raccontano: nel 2004 mio padre fu arrestato per associazione mafiosa e in giro mi sentivo coccolato e nello stesso tempo odiato solo perché sulle prime pagine di un giornale scrissero su di lui quella parola che tanto si pronunciava nei vicoli e nelle strade di Napoli: scissionista (clan che nacque dalla famosa faida di Scampia) e che fece, all’improvviso, cadere come un castello di sabbia tutto quel che mia madre aveva costruito negli anni. Ho accettato il silenzio per evitare ritorsioni, minacce e quant’altro durante la mia adolescenza da cugino di Nikita, ma all’età di diciotto anni non potevo accettare che io e i miei fratelli vedessimo bruciare, per colpa di mio padre, quel che mia madre aveva costruito negli anni con onore e coraggio.

5) Perché hai scelto di dedicare il romanzo a Giancarlo Siani?
Non ho vissuto gli anni di lavoro e di lotta del giornalista, sono nato un anno dopo la sua morte, però sono cresciuto leggendo storie e ascoltando testimonianze di chi c’era in quegli anni. E visto che il romanzo è ambientato negli anni ’80, ho pensato che era arrivato il momento per dare il mio contributo al giornalista scomparso.

6) Qual è la tua esperienza relativa all’educazione alla legalità con i giovani?
Credo molto nei giovani, e temo che se trascuriamo il tempo da dedicare ai ragazzi rischiamo di trasformarli in scimmie. Per questo ho scelto di lavorare a progetti che possano, attraverso l’uso della scrittura e del teatro, fare in modo che possano raccontare se stessi e soprattutto il territorio in cui vivono, con la speranza che possano inviare un messaggio importante a genitori e istituzioni: “fidatevi, che noi ci siamo e vogliamo esserci, vogliamo contribuire al cambiamento”. Tra i progetti che porto avanti, insieme ai mie collaboratori Alessandro Pecoraro e Maria Cristina Sarò, c’è Vi raccontiamo le mafie, un laboratorio di teatro-informazione durante il quale gli studenti sono chiamati a indagare le mafie per poi trasformare il proprio lavoro in un testo teatrale da mettere in scena. Lo scopo è quello di trasformare i ragazzi da singoli cittadini in una più attiva e prolifera cittadinanza attiva, e per farlo bisogna partire da quel che noi definiamo materia prima, carburante per un cambiamento: l’educazione alla legalità.

 
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