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ASIA ANDERSON E I FANTASMI DAL TEMPO - ANTEPRIMA: I° CAPITOLO PDF Stampa E-mail
Notizie - Assaggi Letterari

"Asia Anderson e i fantasmi dal tempo"

di Marco Bonafede


Capitolo 1


Perché i fantasmi attraversano i muri?
Alla fine era solo questa la domanda giusta.
Da tutta la storia ho imparato che non esistono risposte giuste,
che tutte le risposte sono imperfette e parziali; ma esistono
le domande giuste, quelle che aprono nuove prospettive, quelle
che cambiano la visione che si ha del mondo.
Il mio coinvolgimento nella vicenda cominciò giovedì 8
settembre 2005, senza che avessi mai lontanamente sospettato
di poter avere un ruolo in simili questioni.
Da dodici anni lavoravo come psichiatra presso il consultorio
pubblico di Beckett Street a Oxford, in una zona periferica
della città.
Maggie Williams, l’infermiera dell’accettazione, depose sul
mio tavolo le cartelle dei pazienti che avrei dovuto visitare
quel giorno. Me ne porse una:
– Dottor Smith, questa è l’accoglienza. Il paziente è già
arrivato.
– Grazie Maggie.
Nel gergo psichiatrico chiamiamo accoglienza il primo contatto
con qualcuno che richiede di essere visitato. Quasi sempre
mettiamo le accoglienze prima di tutte le altre visite: è il
momento in cui lo psichiatra è più fresco, non ha ancora ascoltato
altri pazienti e si presume possa dedicare il massimo dell’attenzione
alla persona che incontra per la prima volta.
Diedi una rapida occhiata ai dati anagrafici che erano già
presenti in cartella: Arun Majumdar, 38 anni, celibe, genitori
viventi, una fratello ed una sorella in apparente stato di buona
salute, nato a Londra, residente in Parks Road n. 4 ad Oxford,
occupazione ricercatore, nessun contatto precedente con psichiatri
pubblici o privati, nessun ricovero in reparti psichiatrici,
mai assunti farmaci psichiatrici.
Majumdar, “un cognome indiano”. Trentotto anni, “un anno
più di me”. Occupazione ricercatore, “non specifica in quale
settore”. Guardai più giù, dove era indicato il motivo della visita
come lo aveva espresso il paziente: “Riferito singolo episodio
allucinatorio circa due settimane fa”.
Ho il vizio di corrugare visibilmente le sopracciglia quando
qualcosa richiama la mia attenzione: le allucinazioni richiamano
l’attenzione di qualsiasi psichiatra, perché quasi sempre
sono un sintomo di patologie molto gravi. Ma, d’altro canto, è
molto raro che un paziente dica di aver avuto delle allucinazioni,
perché quasi mai ne è consapevole.
– Fai accomodare il paziente.
Maggie annuì e uscì dalla stanza.
Quando visito le persone cerco di controllare la mia abitudine
ad aggrottare le sopracciglia e di mantenere col paziente
un’espressione serena e imperturbabile. Molti miei colleghi
portano la barba o i baffi: credo che li aiuti a nascondere le
espressioni del viso quando parlano coi pazienti. Io ne faccio a
meno, non perché sia uno psichiatra migliore, ma perché sono
un buon giocatore di poker. Trovai una posizione rilassata e sistemai
la cartella dell’accoglienza di fronte a me sulla scrivania.
Arun Majumdar era alto per essere originario dell’India,
magro, giovanile. Era vestito con un elegante completo grigio
ma non portava la cravatta. Aveva una folta capigliatura nera e
inforcava degli occhiali tondi con la montatura sottile sul naso
aquilino. Entrò con un’andatura tranquilla ed elastica e si fermò
di fronte alla mia scrivania.
– Buongiorno, sono il dottor Mark Smith. Si accomodi.
Majumdar ricambiò il mio saluto e si sedette.
– Perché ha richiesto di essere visitato?
Majumdar si schiarì la gola; notai una fugace espressione di
inquietudine nei suoi occhi.
– Dottor Smith, devo confessarle di essere enormemente imbarazzato.
È accaduto un episodio che mi ha fatto dubitare delle
mia capacità mentali, un episodio sconcertante e inspiegabile.
Il suo inglese era perfetto, assolutamente privo di inflessioni.
– Mi racconti cosa le è successo.
– È accaduto nella notte del 27 Agosto scorso, a casa mia, tra
le 22.00 e le 22.10. Posso indicarle questo orario perché dopo
qualche minuto dall’episodio ho guardato l’orologio e ho se9
gnato l’orario. Tirò fuori dalla tasca il portafogli ed estrasse un
foglio quadrettato che sembrava strappato da un notes. Lo aprì e
me lo appoggiò sulla scrivania, in maniera che potessi leggerlo:
22.13 freddo
metri 2.40 dalla parete della libreria, apice 1.60 dal pavimento
pavimento 70 cm per 20. retro 1.30, 40-20
– Vede, è segnato l’orario delle 22.13, – riprese Majumdar.
– Non penso che siano passati più di sette od otto minuti, dal
momento in cui è accaduto il fatto a quando ho pensato di
prendere l’appunto.
Repressi l’impulso di chiedergli cosa significassero le altre
parole e le cifre scritte sul foglio:
– Cos’è accaduto?
– Senta dottore, è difficile da spiegare… le racconterò esattamente
cosa è successo. Ero seduto sul divano a casa mia e stavo
leggendo una rivista scientifica. Io vivo da solo, quasi da solo:
ho un gatto. Ho sentito il gatto soffiare, come se avesse paura di
qualcosa. Il gatto, che prima era sdraiato sul tappeto, indietreggiava
e alla fine è scappato via dalla stanza. Ho guardato il punto
che sembrava aver attirato la sua attenzione: sulla parete di
fronte al divano ho notato una forma indistinta, bluastra, che a
prima vista sembrava solo un riflesso. L’ho guardata con maggiore
attenzione ed essa ha cominciato a prendere forma.
Majumdar indugiò e mi sentii in dovere di incoraggiarlo:
– Che forma?
– Era una figura in tre dimensioni. Sembrava incastrata nel
muro o, meglio, sembrava uscire dal muro.
– È questa figura che lei ha chiamato allucinazione esponendo
il problema alla nostra infermiera?
– Sì, esattamente.
– Mi descriva la sua allucinazione.
– È difficile perché è durata un minuto circa. All’inizio era
abbastanza indistinta, poi si è fatta più definita, – abbassò lo
sguardo, come se fosse imbarazzato, poi mi guardò dritto negli
occhi e riprese. – Alla fine era più o meno l’immagine di una
donna con abiti scuri, credo dell’ottocento, girata di tre quarti,
non del tutto frontale rispetto a me. Sembrava muoversi leggermente,
come se respirasse. Sono riuscito a distinguere dei
guanti e i merletti del vestito, poi è sparita improvvisamente
nel giro di una decina di secondi.
Majumdar disse le ultime frasi tutto di un fiato, come per liberarsi
di un peso.
Confesso che il suo racconto mi fece provare per un attimo
un brivido freddo lungo la schiena. Ma subito dopo lo scetticismo
prese il sopravvento. Pensai: “O questo è tutto matto o mi
sta prendendo per il culo”. Rimasi zitto per un po’, poi decisi
che era meglio sdrammatizzare e provocarlo:
– La sua allucinazione assomiglia molto ai nostri buoni,
vecchi fantasmi inglesi, – dissi sorridendo.
Majumdar ricambiò il mio sorriso: – Anche in India ci sono
storie di fantasmi. Ma io non credo ai fantasmi, dottore.
La mia provocazione non aveva avuto effetto, il mio interlocutore
aveva risposto razionalmente e nella sua risposta c’era
anche la piena accettazione delle sue origini indiane. Mi sentii
un po’ in colpa per aver usato l’espressione “fantasmi inglesi”:
Arun Majumdar era un cittadino inglese come me.
Mi chiesi se l’uomo di fronte a me stesse deliberatamente
mentendo, e per un attimo pensai anche di poter essere vittima
di uno scherzo. Da parte dei miei colleghi del dipartimento? Improbabile,
certi passatempi da studenti universitari non sono nel
loro stile. Mi si affacciò alla mente l’idea che potesse trattarsi di
un giornalista a caccia di scoop sulla credulità degli psichiatri.
Mi sentii minacciato da ciò che aveva detto l’uomo di fronte a
me, e lui sembrava guardarmi come se mi stesse mettendo alla
prova. La visita si stava trasformando in una vera e propria partita
a poker. Lui aveva rilanciato, dicendo di non credere ai fantasmi,
e io decisi di stare al gioco e di vedere se il suo era un bluff.
Smisi di rigirarmi la penna tra le dita e la posai sul tavolo,
cercando di avere un atteggiamento il più composto e professionale
possibile.
– Neanche io credo ai fantasmi. Quindi adesso ci occuperemo
della sua allucinazione e dopo della sua personalità e del
suo stato di salute generale.
Majumdar annuì.
– Innanzitutto non si tratta di un’allucinazione, ma di una
pseudo-allucinazione, dal momento che lei non è convinto che
si trattasse di una persona vera. In poche parole una pseudo-allucinazione
è un’allucinazione criticata dal soggetto che la
percepisce. Detto questo, – presi il foglietto che aveva posato
sulla mia scrivania – lei ha sicuramente da dirmi qualcosa di
più preciso su questa pseudo-allucinazione.
– Sì, dottore. La prima cosa che ho fatto dopo che l’allucinazione…
la pseudo-allucinazione è sparita, è stata alzarmi dal divano
e andare a toccare il muro. E qui c’è un’altra questione che
mi ha lasciato perplesso: in corrispondenza del punto in cui avevo
visto la figura, la parete era più fredda della zona circostante.
– Come fa ad esserne sicuro?
– L’ho toccata, dottore. Ho appoggiato le mani e la zona del
muro dove avevo visto la figura era notevolmente più fredda
della restante parte. Guardi, per essere sicuro ho controllato
anche col dorso delle dita, per escludere che fosse una sensazione
legata al sudore delle mie mani. Con un pennarello ho
disegnato sul muro la sagoma della zona più fredda: coincideva
con la visione che avevo avuto.
– Cioè la zona di muro dove aveva avuto la visione era più
fredda?
– Sì.
– Quanto più fredda?
– Non posso definirlo con certezza: credo una decina di gradi.
Penso che le pareti della stanza avessero una temperatura
di 25 gradi e la zona di muro fredda di 15 gradi Celsius, ma
non avevo un termometro a casa.
– E cosa significano il resto delle annotazioni?
– Partiamo dall’ultima. Esplorando con le mani mi sono accorto
che la zona fredda non era limitata al muro, ma ce ne era
anche una piccola sul pavimento a forma semicircolare. Ecco,
dottore, è questo che mi ha sconvolto, in quel momento mi
sono reso conto che la figura che avevo visto nel muro era
strana, come se avesse la parte inferiore meno sviluppata,
come se avesse le gambe corte. La figura non era solo incastrata
nel muro, ma anche nel pavimento.
Arun Majumdar mi fissò, in attesa di una mia reazione.
Credo che la mia faccia abbia avuto un’espressione fortemente
perplessa, nonostante mi sforzassi di apparire imperturbabile.
Non sapevo cosa dire, e non mi ero fatto nessuna idea
clinica della persona che avevo di fronte. Era una persona
estremamente precisa, quasi maniacale, ma non sapevo altro.
– Senta, signor Majumdar, mettiamo da parte la pseudo-allucinazione,
parliamo un po’ di lei. È d’accordo?
Majumdar si rilassò sulla sedia ed allargò le braccia:
– Certamente.

 

 
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