| SCONOSCIUTI & DIMENTICATI - ANTEPRIMA: SANTO "PILUSU" PER DONNE NUBILI |
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| Notizie - Assaggi Letterari |
Santo “pilusu” per donne nubili
La devozione popolare verso i santi, in ogni luogo e tempo, è tale che essi sono “costretti” a svolgere un ruolo consono alle aspettative dei loro fedeli, al fine di perpetuare, nei saecula et saeculorum, un dialogo immaginario improntato a una sorta di dare e avere. Sicché, nella nostra città, si venera un santo che, secondo quanto riferisce Giuseppe Pitrè, era preposto a far trovare, ovviamente attraverso un miracolo, il marito alle ragazze che desideravano averlo. Chi è costui? Sant'Onofrio, santo eremita, vissuto per sessant'anni nel deserto in Egitto, proclamato nel 1650 patrono di Palermo, malgrado le non poche incertezze sulla sua effettiva identità. Circostanza questa che non ha impedito la nascita della Compagnia di Sant'Onofrio, fondata nientemeno che nel 1558. Ben presto, fra la discesa dei Giovenchi e via Panneria (quartiere Monte di Pietà), nel piano omonimo fu eretto un luogo sacro in onore di Sant'Onofrio. Una chiesa ornata di stucchi e pitture. Nell'altare maggiore vi è il quadro del santo anacoreta, opera di Giuseppe Salerno, detto lo zoppo di Ganci. E anche una statua di legno che raffigura Sant'Onofrio, scolpita nel 1603, dal cosiddetto cieco palermitano, ossia lo scultore cieco dalla nascita, divenuto famoso per avere scolpito diverse statue e crocifissi in legno. Il 12 giugno, giorno della festa del santo, finanche il Senato interveniva alla messa cantata che si teneva nella chiesa, a testimonianza della grande devozione dei palermitani. La statua, "ornata" da lunghi peli e vestita con pelli di animali, non rappresenta, dal punto di vista estetico, uno dei santi più belli di Santa Romana Chiesa. Siffatta raffigurazione ha reso comunque simpatico Sant'Onofrio ai cittadini di Palermo, che si rivolgevano a lui direttamente in dialetto siciliano. Ancora oggi, la filastrocca che si recita in chiesa o in processione è la seguente: "Santu Nofriu pilusu, tuttu amabili e amurusu, pì li vostri santi pila, fascitimi stà grazia, diccà a stasira. Santu Nofriu pilusu, lu me cori è tuttu cunfusu, pì li vostri santi pila, fascitimi sta grazia, diccà a stasira. Santu Nofriu pilusu, misi un muranu n 'to pirtusu, pì lì vostri santi pila fascitimi truvari chiddu cà pirdivi ri diccà a stasira". Filastrocca tanto adoperata, fra una preghiera e l'altra, dalle donne in cerca di marito e in attesa del miracolo. Per farlo avverare si metteva una moneta da due centesimi nel buco di una porta e si pregava per nove giorni il santo. Se dopo tante invocazioni la moneta cadeva, il miracolo era fatto, con reciproca felicità del santo pilusu e della giovane, specialmente se… brutta.
In via Scippateste l’onore dei traditi
Nel popolare rione Capo, nei pressi di piazza del Noviziato, è ubicata la via Scippateste. Sissignori, via Scippateste. Niente paura: il perché lo spiegheremo subito. Quello del Capo, si sa, è uno dei rioni più antichi di Palermo, sede di uno dei più noti mercati cittadini. Vi abitano ormai non più di ventimila persone: piccoli commercianti, artigiani, bottegai, venditori ambulanti di frutta e verdura, pescivendoli, extracomunitari, disoccupati, pensionati, iurnatari. Un popolo, come si diceva una volta, minuto. Gran parte di esso è più che stimabile, generoso e ospitale. Tuttavia non mancano le "pecore nere" e le cosiddette "teste calde", dedite a scippi e violenze varie. A quest'ultima categoria doveva appartenere quell' individuo, consumatore abituale del nettare del dio Bacco, che con le sue memorabili gesta diede il nome alla via che, ancora oggi, desta curiosità e sospetti fra passanti e turisti. La leggenda popolare, risalente al secolo scorso, vuole che quell'individuo altro non fosse che un marito regolarmente cornificato dall'infedele moglie, la quale amava spassarsela con il compare di nozze. Uomo di tutt'altra stazza, bello e aitante. Il "cornuto", pardon... il marito, sistematicamente ubriaco, un giorno decise di rientrare in anticipo e senza preavviso a casa. Che ti trova? La sua "gentile" consorte con il giovane compare, impegnati a far l'amore in camera da letto. Apriti cielo! Con il sangue agli occhi, il pluricornificato, benché alticcio, si rese conto della scena e attivò l'immediata e inevitabile vendetta per difendere l'onore perduto. Non c'era verso, nessuno poteva trattenerlo. Anzi nessuno lo trattenne, la sentenza doveva essere eseguita. Si armò di un acuminato coltello e cominciò a infierire sui due fedifraghi senza pietà, fino a dissanguarli. Uccisi entrambi, con furia animalesca scippò le loro teste, nel senso che gliele tagliò. Ma l'operazione non si era conclusa lì. L'onore, per quella tipologia di palermitani, è sacro. Quindi chi l'ha violato e offeso non solo deve morire, ma deve essere mostrato al pubblico per significare che... giustizia è stata fatta. E che tipo di giustizia! Il rituale, nel caso specifico, ebbe termine nientepopodimenoché con l'esposizione delle due teste sul balcone di casa, perché vicini e passanti potessero vedere e commentare. Le due teste scippate, "commossero" perfino la commissione toponomastica del Comune, che pensò bene di chiamare la strada via Scippateste. Da un lato per ratificare una decisione unanime degli abitanti del luogo, dall'altro per immortalare le "gesta" di un… cornuto offeso nel suo onore. Nel rione, una via intestata in quella maniera è più che un monito per quanti sono dediti ai tradimenti di letto. Il tempo passa ma certi metodi sono duri a morire. Chi capisce è avvisato.
L’alcova del viceré Colonna: “Luci rosse “ a Porta Nuova
Quando attorno al 1460 fu costruita Porta Nuova constava solo della parte bassa, la quale era ornata di colonne e cornicione. Inizialmente fu denominata Porta dell'Aquila. Ben presto, però, il popolo la chiamò "Nuova". Il 12 settembre 1535, proprio da questa bellissima porta entrò trionfalmente in Palermo l'imperatore Carlo V . Nel 1583, per volere del viceré Colonna, si procedette a riedificare il monumento cui fu imposto il nome di Porta Imperiale o Austriaca. Nel 1667 la porta subì gravissimi danni a causa dello scoppio delle polveri che erano conservate nelle stanze superiori. Venne rifatta integralmente due anni dopo, su progetto dell'architetto Gaspare Nuccio. Questa in sintesi la storia di un luogo tanto caro ai palermitani ma anche al viceré Don Marcantonio Colonna, duca di Tagliacozzo. Questi addirittura fece trasformare alcune stanze del piano superiore della porta in una comoda alcova, ad esclusivo uso personale. Il viceré – passato alla storia fra l'altro per aver fatto costruire Porta Felice e la strada Colonna, odierno Foro Italico – aveva una relazione extraconiugale con la stupenda Eufrosina Siracusa e Valdaura, baronessa del Miserendino e moglie del nobile Calcerano Corbera. Don Marcantonio, sebbene molto anziano, perdette la testa per la bella baronessa e nell'alcova di Porta Nuova consumò con ardore la non tanto segreta love story. Ben presto la tresca giunse alle orecchie del marito di donna Eufrosina: Don Calcerano. Egli, accecato dalla gelosia e dalle corna, non lesinò minacce nei confronti del viceré. A rincarare la dose provvide anche il suocero della baronessa, uomo di sangue caldo che appoggiò senza esitazione la "causa" del figlio. Il galante Marcantonio Colonna cominciò allora a temere per la propria vita e corse subito ai ripari. Da lì a poco il vecchio suocero di donna Eufrosina fu arrestato per debiti e rinchiuso nelle prigioni del Castello a mare, dove finì i suoi giorni. Il Corbera, invece, cadde in un tranello organizzato dal viceré. Fu invitato da persona non sospetta ad effettuare un viaggio a Malta. Ma nell'isola, alcuni giorni dopo l'arrivo, fu assassinato a pugnalate. La vedova, ormai libera, visse la sua relazione con il vecchio viceré "scopertamente". Il gentiluomo Vincenzo Di Giovanni, nel suo “Palermo restaurato”, del 1615, annotò che "il signor Marco Antonio divenne così cieco che, non facendo conto dell'autorità e reputazione viceregia, fu un altro Marco Antonio con Cleopatra". C'è da crederci. Perché la cotta del viceré fu tale che lo indusse nientemeno a far costruire al Foro Italico, allora strada Colonna, una fontana "con la Sirena di sopra, sua propria impresa, con la faccia del medesimo ritratto della sua cara e amata Eufrosina". Quella della fontana è un'altra storia che merita di essere raccontata a parte, perché non meno importante della vicereale alcova allestita in quella Porta Nuova che ne ha visto di tutti i colori.
Nel “cuore” del Cassaro una chiesa con aula bunker
Un tribunale che giudica una banda di assassini in una chiesa? Sì, ed è successo a Palermo. Non si tratta del terribile Tribunale dell'Inquisizione ma nientemeno che della Corte d'Assise, operante nella nostra città. È avvenuto a cavallo fra gli anni '40 e '50 del Novecento. Il luogo? La chiesa di Santa Maria di Montevergini, a due passi da corso Vittorio Emanuele. Una bella chiesa, eretta nel 1687 e completata dopo ben 17 anni. Dentro il luogo di culto vi sono numerose statue, tra le quali quelle di S. Chiara e di S. Rosalia e pregevoli affreschi effettuati da Guglielmo Borrèmans nel 1721 e oggi seriamente danneggiati. Sulla volta è situata la Gloria dell'ordine francescano e nei riquadri laterali sono raffigurati numerosi santi francescani. Non è dato sapere con esattezza quando la chiesa fu sconsacrata. Nessun dubbio sul fatto che, nel dopoguerra, al suo interno teneva udienza la Corte d'Assise o che vi si effettuassero le vendite all'asta dei beni sequestrati. Prima che venisse inaugurato l'odierno palazzo di Giustizia (1957), la legge veniva amministrata all’interno dello Steri di piazza Marina e nella chiesa di piazzetta Montevergini. Quando si dovette giudicare la banda di Salvatore Giuliano, prima che il processo venisse trasferito altrove, dentro la chiesa furono collocate delle robuste gabbie di ferro per ospitare i detenuti. Una vera e propria aula bunker, meno costosa ed efficiente di quella oggi in uso dentro l'Ucciardone, ma pur sempre utile alla bisogna, anche se non proprio consona all'ambiente sacro. A quanto pare, in quel periodo, l'ex luogo di culto riuscì a contenere l'immensa folla che l'importante processo attirava. La banda del fuorilegge di Montelepre fu lì giudicata – sia pure per un breve periodo – e fra quelle mura si udì di tutto. Invettive, giuramenti veri e falsi, bestemmie, la violenta e rabbiosa reazione di Gaspare Pisciotta, gli "ululati" delle vedove delle vittime, ma anche quelli delle mogli e dei figli degli imputati. Insomma, una baraonda che proprio in quel luogo appariva come un pugno nello stomaco. Noi oggi, con il senno di poi, possiamo immaginare tutto ciò scostandoci dalla realtà, che come sempre può anche superare la più fervida fantasia. Comunque siamo sicuri che di fronte ai falsi giuramenti, al mendacio, alle bestemmie dei picciotti di Giuliano, le statue di S. Chiara e di S. Rosalia, per non parlare dei santi francescani, avranno quantomeno arricciato il naso e provato fastidio e pena per quei poveri diavoli peccatori. Avranno pure provato pietà, come il Cristo che si trova in ogni aula di giustizia, ma non hanno mosso nemmeno un dito in loro favore. Basta leggere la sentenza di condanna per credere. Si vedrà che non c'è stata alcuna intercessione. Del resto la giustizia terrena è cosa diversa da quella divina. È probabile che uno dei motivi per cui non si utilizzano più ex chiese da adibire a sede di processi, è da ricercare nel fatto che detti luoghi non portano fortuna agli imputati. Allora è meglio costruire elefantiache e costose aule bunker, dove le condanne irrogate in ambienti così squisitamente laici forse sono state più miti, con sconti vari, di quelle pronunciate nel luogo sacro. Amen. |















