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CORSI 2011/2012


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VETRINA NOVITA' 2011-2012

 

 

             

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DANLENUAR - ANTEPRIMA I° CAPITOLO PDF Stampa E-mail
Notizie - Assaggi Letterari

Danlenuàr

I




Antonio, marito mio,
ti scrivo questa lettera per tenerti al corrente. Così quando risalirai dal fondo non ti sentirai spaesato.
Antonio, oggi a casa è venuto a fare la visita il signor Re Baldovino del Belgio. Dice che ci sono buone possibilità che risalite dal fondo. La speranza è l'ultima a morire, dice.
Antonio, marito,
ti confesso che quassù regna una gran confusione. Qualcuno dice che l'aria intossicata nelle gallerie basterebbe a uccidere un elefante in meno di cinque minuti. Poi ne arriva un altro e parla delle sacche di aria che potrebbero essersi formate, laggiù, e che vi salveranno la vita. Io con fiducia aspetto e spero.
È alto e magro Re Baldovino, e non porta manto e corona come io m'immaginavo.
Ha voluto vedere la finestra dalla quale mi sono affacciata quella mattina. Io ho spalancato le imposte e gli ho indicato lo stabilimento. Ecco, laggiù ci passava il treno, il treno che portava il carbone. Tutte le mattine, sotto la neve o sotto la pioggia, vedevo questo treno lento che mi passava davanti...
E quella mattina il treno non è passato. Così gli ho detto.
C'era una colonna di fumo che dallo stabilimento si alzava fino al cielo. Sono uscita fuori e ho cominciato a correre. Sulla strada già uomini e donne accorrevano da tutte le parti. Quando sono arrivata, i cancelli dello stabilimento erano chiusi, e i gendarmi non facevano entrare.
La miniera bruciava, e Antonio era rimasto là sotto.
Ge suì desolè, ha detto il Re Baldovino.

Dapprima mi rivolsi a un gendarme. Mi scusi, è vivo mio marito? E quello, Che numero di matricola ha suo marito? 5, 4, 8, dissi. Gensepà, non lo so, disse lui.
Chiesi a un pompiere, allora.
Ma proprio non c'è più niente da fare?
Si dovrebbe domare l'incendio, – rispose quello – far arrivare l'ossigeno fino in profondità, espellere l'anidride carbonica...
Sé sa posìbl?
Una galleria sta a 975, l'altra a 1035, – disse il pompiere. Poi sono svenuta.

Il Re rimaneva in piedi e ascoltava. Sembrava imbarazzato, Antò, e si portava il cappello da una mano all'altra.
Ma prego, assittàtevi, asseievù, sedetevi… – gli dicevo io.
Signor Re Baldovino, se vulevù un café...
Poi ha voluto sapere di noi due.
Sua Maestà, il giorno che io e Antonio ci siamo sposati era domenica. È quella domenica che Antonio è partito per il Belgio. Il pullman lo aspettava sulla piazza già dall'alba. Appena fuori la chiesa, Antonio si è scotolato il riso di dosso e mi ha salutato.
Io non penso di rimanere per sempre in Belgio, ha detto. Io penso cinque anni. Dieci anni, al massimo. Genové, quindici anni e ritorno a casa!
Per sette lunghi anni io e Antonio ci siamo scritti delle lettere.
Allora sai che ho fatto? Ho preso la scatola delle lettere da sotto il letto, l'ho posata sopra le ginocchia, gli ho dato una guardata e ho trovato la prima...
Te la ricordi, Antò?


Cara Genoveffa,
con la presente ti mando un pacco che, come puoi vedere, sopra questo pacco ci sta scritto “fragile”, perché è veramente fragile e prezioso quello che ci sta dentro. Cara moglie, dentro questo pacco ci troverai un frutto veramente straordinario, che quando lo metterai in bocca ti sembrerà di mangiare latte, miele, riso, amido di riso... tutte cose nsemmula!
Lo distribuirono sul treno mentre si passava per la Svizzera. Che è un paese, questa Svizzera, che alcuni volevano scendere dal treno per andarsi a cercare un lavoro, in questa Svizzera, e sarebbero scesi volentieri e del Belgio si sarebbero pure dimenticati. Ma le porte del treno tutti quanti le trovarono chiuse, e il treno non ci fece neppure una fermata nelle stazioni della Svizzera!
Insomma, con questo frutto nelle mani, tutti cominciano a darci morsi senza togliere la scorza, così che poi gli sembrava amaro e gli si guastava la bocca! Allora uno iniziò a bestemmiare e gettò il suo frutto dal finestrino. E pure gli altri cominciarono a bestemmiare e i frutti volevano tutti buttarli dal finestrino. Allora io me li sono raccolti, quanti ho potuto, e adesso te li mando.
Genoveffa, questo frutto si chiama “la banana”, e te ne mando per te e per la madre tua. Mi raccomando però: prima di mordere, tirate via la scorza, sbucciàteli, che sennò vi fanno la lingua amara!


Signor Re Baldovino, asseievù, prego, assittatevi, che vi leggo un'altra lettera!
Bien, bien… Bon curaggio, mi ha detto lui allora, e aveva già preso la strada dell'uscio. Allora io, con le dovute riverenze, Sua Maestà – gli ho detto – che me la chiude la porta? E mi spegne la luce? È nel buio che tutto s'illumina. È nel silenzio che arrivano le voci!


Genoveffa, mogliera,
ge suì arrivè, arrivai tanto per dire!
Il viaggio è stato lungo, ma ora sto bene.
All'arrivo nel Belgio subito ci fecero salire sopra un camion e ci portarono agli alloggi. A me mi spetta una baracca in compagnia di quattro belgi, un polonese e un altro che è siciliano come me, che tutti lo chiamano “il signor Porco Diavolo”. Lo chiamano così dal primo giorno ch'è sceso nel fondo, perché il signor Porco Diavolo, quando lavora, non lo bestemmia mai il Signore!
Neanche il tempo che poso la valigia, che subito mi sento mettere una mano sulla spalla, Es che sei siciliano tu? Che io subito gli ho detto di sì.
E lui, Donc sa sé una giornata speciale e particulare, ch'il fò de festeggiare! Messiè, tu è invité di mia ospitalità alla brasserì!
Che tu certamente mi chiederai, Genoveffa, Ma che cosa è questa brasserì? Che io pertanto ti risponderò che la brasserì è una specie di taverna, tanto per dire. Solo che anziché servirti il vino, ti servono la birra.

Dice che lui scese nella prima miniera che aveva quattordici anni, al seguito del padre. Che poi suo padre partì per la guerra. Che passò un anno, o forse ne passarono due, arrivò una lettera col timbro della marina mercantile, che si parlava di un cadetto “disperso per mare” e si faceva il nome del padre suo. Il signor Porco Diavolo allora non se lo figurava neppure il mare come doveva essere fatto, ché non lo aveva veduto mai neppure una volta.
Appena adocchiò il manifesto rosa affisso dinanzi l'ufficio di collocamento, che invitava a partire per il lavoro sotterraneo in Belgio, pensò lo stesso che io un mese fa, e cioè che quella era l'unica cosa da fare.
Dice che prima di salire sul traghetto, a Messina, si rivolse a un vecchio seduto sulla banchina.
Mi scusi, buon uomo, ma che è grande il mare?
Graaande, grandiiissimo... il vecchio girava le braccia per aria.
Ma il signor Porco Diavolo, che è uno preciso, Mi scusi ancora, ma... più grande della miniera?
Quell'altro però era abituato a piscare i pisci, che ne poteva sapere? E allora non ci seppe rispondere a questa domanda.

Dice che domani per me sarà il giorno di prova. Che è un giorno pagato, s'intende, ma senza travagliare. Solo ti fanno scendere a 1035 sotto la terra per vedere se hai paura. E se ti piacerebbe lavorare nel fondo.
Genoveffa, mogliera,
scrivo che ti scrivo si fece un poco tardi. È sera, tardi, Antonio è stanco e va a dormire presto. Prima di dormire però, come sempre un poco chiude gli occhi e ti guarda nella faccia.
Buonanotte e tante cose care dal tuo Antonio.


Antonio,
io e u picciriddu stiamo bene. La madre, che è qualcosa di sensitivo, sempre rivede la guerra e i suoi fratelli morti. E parla, parla. Dice che farei bene a partire anch'io, che farei bene a venire da te nel Belgio.
E a te, invece, dove ti lascio?, le domando io allora.
'Nta lu lettu, risponde lei. U lettu ène comu na rosa, dice. Chi non dorme, s'arriposa.
Madre, lo sai che non posso lasciarti da sola, dico.
Sola io non posso restare. Sempre i mé frati ci sunnu cu mmia.
Antonio,
la madre dalla tua partenza ha scacciato via ogni aspirazione. Non mangia. Sta diventando un legno. Beve soltanto. Beve e dice che l'acqua fa puzza. Sul comodino ha voluto due bicchieri. Fa un sorso da uno e un sorso dall'altro. Decide quale dei due fa meno puzza e beve da quello. Io ho un bel dirle che l'acqua è la stessa, ma lei niente. Imperterrita.
Il giorno dello sposalizio, dopo averti visto partire col pullman dalla piazza, volle farsi un giro delle chiese del paese. Passammo sotto ventotto campanili in silente abbandono, io ancora con l'abito bianco, lei già a lutto. Distribuì le sue preghiere tra San Michele Arcangelo protettore del cielo, Sant'Onofrio Pilusu patrono delle cose perdute, e i Santi Cosimo e Damiano protettori di quelli che vanno per mare. C'incamminammo verso la casa che il sole era già alto nel cielo. Per tutto il tempo non venne pronunciata una sola parola che non fosse preghiera. Ma appena varcato l'uscio, Marianna s'invasò.
Raccolse tutte le croci, i santi e i santini che trovava per casa, e tutti li gettò dalla finestra, e i capelli se li strappava via dalla testa, e tutti i santi che conosceva, tutti li bestemmiava.
Ci volle l'aiuto di sette donne per rimetterla nel letto.
Qualcuno chiamò il dottore pure, che arrivò in fretta e fece la puntura.
Esaurimento fisico e nervoso. Esaurimento fisico e nervoso, disse.
Infine buttò uno sguardo sulla foto dei fratelli incorniciati alla parete.
Troppi morti. Troppi morti, disse.

 
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