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Intervista all’autore di “Danlenuàr”: Giacomo Guarneri
1. Come è nata l'idea del libro e come mai un giovane di trent'anni si interessa alla vicenda di Marcinelle? Come un grande collage, questo romanzo contiene le immagini delle scelte, dei viaggi, degli amori e anche delle paure più importanti della mia vita. Contiene le immagini dei sogni che faccio la notte, e che non ricordo quasi mai, e di quelli che faccio di giorno, che per fortuna scrivo, se no dimenticherei anche quelli. Contiene molte esperienze di ascolto e l’aver imparato quanto importante sia, ascoltare. In Danlenuàr c’è anche il mio personale buio, e l’immagine di quel buio. C’è il tentativo di immaginare, identico al mio, il buio al fondo di una miniera di carbone del Belgio nel 1956. Ci sono anche i miei limiti, come quello di non riuscire a immaginare altrimenti il buio al fondo di quella miniera. Chiamiamola "immedesimazione", o "empatia"...
C’è la ricerca tra autobiografismo e memoria collettiva, tra fatti realmente accaduti e immaginazione, di un luogo in cui le mie esigenze espressive possano convivere e arricchirsi con quelle di una intera comunità. In questo romanzo c’è innanzitutto la mia (banale) ricerca delle origini, il volgersi indietro e domandare a muti antenati “chi sono io”, "chi siete voi che siete venuti prima di me", e "cosa mi avete lasciato in eredità". È come se nei racconti di tante persone che hanno fatto la storia recente di questo Paese io avessi continuato ad ascoltare le voci dei miei nonni. Il mio ramo familiare “abbonda” di storie di fughe senza ritorno dalla Sicilia. Sono le vicissitudini di chi è partito alla ricerca di un lavoro o di chi partì per combattere la seconda guerra. Tali memorie per lungo tempo hanno sedimentano in me, fino a organizzarsi in una sorta di mitologia personale. È certamente in questo scenario che si collocano la nascita e lo sviluppo di Danlenuàr, ovvero nella curiosità che nutro per coloro che abitarono il mio albero genealogico. A partire dal 2007, poi, la mia attenzione si è focalizzata sulla vicenda del vero e proprio esodo che seguì al famoso Protocollo di Roma (il cosiddetto “accordo minatore-carbone” con cui, nel 1946, il Governo italiano s’impegnò a inviare la propria manodopera al lavoro sotterraneo in Belgio, in cambio di un prezzo di favore nell’acquisto di carbone da quel Paese). La vicenda di Marcinelle in sé l'ho scelta perché esemplare. La forma epistolare, poi, con la figura di Genoveffa in posizione nevralgica tra il presente "lontano" di Antonio e il passato "vicino" riportato da Marianna mi ha consentito di allargare il ventaglio dei tempi. L'intento originale era in effetti quello di descrivere un'epica familiare.
2. Quanto e' durato il lavoro di ricerca e come si è svolto? Il lavoro di ricerca è andato avanti per diversi anni, circa dieci, in maniera però non continuativa ed è iniziato prima sia del progetto teatrale da cui è nato il dramma epistolare “Danlenuàr”, sia della stesura di questo romanzo che ne rappresenta la variazione e lo sviluppo in forma letteraria. In questi anni ho raccolto decine e decine di testimonianze. Dal momento in cui il lavoro si è concentrato sulla vicenda di Marcinelle ho poi trascorso più di un mese ad effettuare interviste in Abruzzo e in Sicilia.
3. "Danlenuar": un titolo suggestivo che rivela un particolare uso del linguaggio. Cosa significa? Il titolo deriva dal francese “dans le noir”, la cui traduzione è “nel buio”. Ho scelto questo titolo anche perché rievoca l’incipit di un racconto di Beckett dal titolo "Compagnia": Une voix parvient à quelqu'un dans le noir. Imaginer... Come è evidente il "francesondo" utilizzato nel titolo è una trasposizione del francese come lo avrebbero scritto quegli Italiani emigrati che non lo conoscevano se non in maniera superficiale. E’ un linguaggio misto, imbastardito di dialetto siciliano francese e italiano, una lingua che ho sentito parlare davvero a molta gente intervistata, ma con la quale mi sono anche divertito a giocare.
4. Dopo una prima parte che potremmo definire fedele a una ricostruzione storica, il libro nella seconda parte fa una brusca virata e spiazza il lettore. Come mai questa scelta? Nella seconda parte forma e contenuto seguono l’epilogo della storia che è di carattere più simbolico, esemplificativo di una condizione universale dell'apolide, del senza-patria senza famiglia, radici, senza tetto e senza religione, privato addirittura del suo nome. Jacques è un uomo che con la partenza ha perduto tutto, tranne la memoria.
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