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INTERVISTA A GIORGIO DI VITA, COMPAGNO DI PEPPINO IMPASTATO E AUTORE DI "NON CON UN LAMENTO"
D.) Per la prima volta pubblichiamo un testo su Peppino Impastato il cui autore non è siciliano. Chi è Giorgio Di Vita? Come mai ci riporta alle estati siciliane di trent’anni fa?
R.) L’editoria, in tutte le sue sfaccettature, è da sempre stata la mia passione e, nei miei trentacinque anni di attività, posso dire di essermi cimentato nei ruoli più diversi. Questo è il motivo per cui, quando mi chiedono quale sia la mia professione, non riesco a dare una risposta dai contorni netti. Ho iniziato come disegnatore di fumetti e, in questa veste, dopo alcuni anni di lavoro per testate minori, sono approdato alla Disney, dove ho sperimentato anche il ruolo di soggettista e sceneggiatore. Mentre già lavoravo come cartoonist, mi sono laureato in Lettere, con una tesi in Storia dell’arte. Ho, quindi, iniziato a scrivere libri per bambini ispirati a quadri e artisti famosi. Ma ho anche scritto per periodici, condotto uno studio di editing, diretto l’area ragazzi di una casa editrice. In tutti questi anni, però, non ho mai dimenticato la mia esperienza siciliana con Peppino, anche se era una memoria sopita. Qualcosa è cambiata quando ho portato i miei figli a vedere il film di Giordana e, dal loro stupore e interesse, ho capito che ciò che era successo a Terrasini e a Cinisi trent’anni fa, costituiva un patrimonio da tramandare e di cui continuare ad occuparmi. Da qui l’idea di questo romanzo di recupero della memoria.
D.) Come si presentava quella Sicilia allo sguardo di un giovane romano che trovava in estate in un paesino di provincia esperienze culturali e forme di lotta politica che venivano dai Nord del mondo, che effetto faceva, come reagiva la gente?
R.) Io dico sempre di essere romano per caso. Pur essendo nato a Roma ed essendo vissuto sempre in questa città, i miei genitori sono siciliani da generazioni. A Roma, però, il mio approccio alle realtà di lotta del movimento del ’77, era mediato da strutture giovanili organizzate e la mia partecipazione limitata a un ruolo di pura partecipazione gregaria. Radio Aut, per me, è stata l’occasione per entrare nel cuore di un gruppo con una prospettiva precisa: la lotta alla mafia. Non posso dire di esserne stato un protagonista come lo furono Peppino e i compagni che vivevano giorno dopo giorno, ogni anno, da anni, la realtà mafiosa della provincia di Palermo, eppure la mia adesione fu totale e cercai di impegnarmi il più possibile. Il tempo fu poco, però, solo due o tre di mesi, più o meno. Ciò che mi colpiva, devo dire, era questa nuova libertà di poter gridare, finalmente, che la mafia c’era, eccome. E che lo si poteva fare da una radio. Ma soprattutto, mi colpiva il fatto di non avere mai avuto dai miei parenti siciliani il consiglio di allontanarmi da Peppino e dalla radio. Questo voleva dire che la gente del posto voleva che si portasse avanti la nostra battaglia, e che ci appoggiavano col pensiero e col cuore.
D.) Peppino e Radio Aut. Qualcosa in più, a viva voce, senza il giogo della bella prosa, sulla sua personalità e sull’esperienza in radio.
R.) Peppino è stato in quei mesi il fratello maggiore che non ho mai avuto. Uno con cui non ho avuto nessuna difficoltà a stringere amicizia, come se davvero ci conoscessimo da sempre. Un amico fraterno, affettuoso e disponibile sia ai discorsi impegnati che alle battute. L’ideale! Il ricordo più bello è quello della sua improvvisata alla stazione di Cinisi prima della mia partenza per Roma, di cui parlo anche nel libro. Una dimostrazione di amicizia in un momento in cui sentivo forte il malessere del distacco. A Radio Aut eravamo pochi e il clima era quello di un gruppo di amici. Si respirava una volontà vera e un coraggio che non avevo mai percepito prima nelle assemblee romane. L’obiettivo era molto ben focalizzato: la denuncia della corruzione mafiosa. Questo mi aiutava a capire bene dove, nell’immediato, andasse a parare il mio impegno, nonostante questo fosse, nel mio caso, limitato, parziale, temporaneo. A parte qualche duetto con Peppino, partecipavo alle trasmissioni di lettura dei giornali, mentre nel pomeriggio gestivo uno spazio in cui mettevo su un po’ di musica classica e raccontavo come e perché quei brani mi emozionassero.
D.) Nel romanzo rifletti sull’eredità lasciata da Peppino e da quegli anni. Cosa è necessario mutuare oggi da quell’eredità, è un’operazione possibile, o con il passare degli anni abbiamo perso i mezzi per farlo?
R.) Il fatto che oggi si parli di mafia così apertamente è merito di Peppino, indubbiamente, e di coloro che hanno avuto il suo coraggio e una lucida percezione della realtà mafiosa. Persone che, purtroppo, nella maggior parte dei casi ne hanno condiviso il destino. La mia idea è che sia saltato un tappo, che per noi adesso sia più facile accedere alle informazioni necessarie a porci contro la logica del potere mafioso, a denunciarlo e a combatterlo. La strada è stata segnata, il problema può essere semmai che oggi, da parte dei giovani, ci sia meno interesse per l’impegno politico e sociale. I mezzi ci sono, quindi, manca forse la volontà di massa. Un presidente del consiglio che critica Saviano per il suo impegno e il suo coraggio dà un’immagine inquietante dell’Italia dei giorni nostri. La strada, però, vorrei ripeterlo, è stata tracciata. Tutto dovrebbe essere più facile. Ricordo il clima di imbarazzante omertà con cui si pronunciava la parola mafia e, a volte il suo travisamento. Dare del “mafioso” a qualcuno era addirittura, a volte, un complimento. Voleva dire attribuirgli una scaltrezza e, tutto sommato, un fascino particolare. È una sensazione che, lo ricordo bene, provavo da bambino in Sicilia, e che non riuscivo a conciliare con le foto di morti ammazzati delle cronache. A Roma, poi, dovevo fronteggiare spesso chi mi dava del siciliano mafioso, senza sapere come rispondere o cercando di districarmi provando ad argomentare che la mafia non c’era proprio. Credo che l’immagine della marcia mesta e combattiva dei compagni ai funerali di Peppino rappresenti bene la presa di coscienza, dolorosa, della realtà e, nello stesso tempo, lo svegliarsi delle coscienze e il proseguimento di un cammino non interrotto.
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