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Capitolo III
Radio Aut
Radio Aut. Era sotto la mano di vernice azzurra che ora copre la facciata del numero civico 108 della via Corsa. Da questa casa Onda Pazza levava le sue fumate verso l’accampamento di Tano Seduto, grande capo del territorio di Mafiopoli, nel quale la piccola riserva della radio era inglobata e che da questa appartenenza traeva la sua ragion d’essere. Anche Peppino era uno di razza guerriera che un giorno, ancora bambino, aveva capito che don Tano Seduto era in realtà un viso pallido. E allora, appena aveva imparato a cavalcare da solo, era salito sulla groppa del suo mustang pezzato e aveva saltato la staccionata dell’accampamento, che era la sua casa, piena di visi pallidi. Lui sapeva chi comandava a Mafiopoli e anche il come e il perché. E allora cavalcò sulla piana di Punta Raisi dove don Tano Seduto aveva deciso di costruire la nuova pista e trovò i viddani, a testa bassa e con le zappe in spalla, che avevano cominciato a sciamare verso un destino incerto, ancor più di quello riservato loro da quella campagna più pietre che terra su cui avevano costruito muri a secco e casolari. Si era piazzato davanti alle ruspe insieme a loro, ma non era riuscito a fermarle. Peppino Impastato, però, era un guerriero di razza e avrebbe fatto della sconfitta uno sprone. Cominciò a dire, alzando la voce, quello che tutti sapevano, ma che nessuno diceva. Per via di quelle mani sulla bocca, sugli orecchi e sugli occhi. Cominciò a dire forte che la mafia c’era, eccome, e che era “una montagna di merda”.
...
Parcheggio l’auto davanti al portoncino e cerco nella rubrica del cellulare il numero di Anna per avvisarla che sono arrivato. Ci vedevamo raramente Anna ed io, ma la ricordo come una ragazzina sempre sorridente e disponibile allo scambio di qualche battuta ogni volta che ci incontravamo. Ora, preparando questo viaggio e dovendo organizzarmi per la notte, vengo a sapere che la casa di Radio Aut è sua da qualche anno e che l’ha ristrutturata trasformandola in un bed and breakfast. Ed eccomi qua, d’accordo con lei che l’avrei chiamata per avere le chiavi non appena fossi arrivato. Le chiavi di Radio Aut, come trent’anni fa. Guardo ancora verso il portoncino e mi accorgo che è socchiuso. Il cellulare non ha campo. Decido di portare dentro la valigia e di riprovare a telefonarle subito dopo. Mentre spingo l’anta per entrare, allungo lo sguardo fino in fondo alla stanza d’ingresso. La luce che proviene dal lampione sulla strada illumina l’alcova che si apre in fondo alla parete, a sinistra, mentre a destra vedo la scala che sale al primo piano in due ripide rampe e, sul primo pianerottolo, un’ombra che si sta muovendo verso di me. Balbetto un saluto, non la riconosco subito. Poi, un attimo dopo, mi rendo conto che è lei. Mi saluta gentile come sempre, ci baciamo come due vecchi amici che si sono visti solo il giorno prima. Ha un aspetto tonico, atletico, sprizza un’energia che non le conoscevo. Mi sorprende. Sta per prendere la valigia che ho appoggiato in mezzo alla stanza, ma la blocco. Mi fa strada precedendomi su per la scala. Salgo a occhi chiusi. Avrei voluto che Anna non accendesse la luce, per potermi illudere di essere, in un corto circuito spazio-temporale (non si dice così nei romanzi di fantascienza?), il ragazzo di trent’anni fa. E allora, una volta in cima alla scala, dall’ultimo gradino, vedrei qualcuno seduto sulla poltrona accanto alla porta finestra. Forse Peppino che si tormenta la barba lisciandola e arricciolandola tra le dita, oppure Giampiero e Vito, o Andrea appena tornato dall’edicola, o Fanny e Graziella, oppure Marcello, o Carlo, con qualche ragazzo della comune venuto da Milano a “sprovincializzarci”. Voglio crederci ancora per qualche secondo, tanto più tenacemente quanto più mi vado convincendo di quanto sia patetica questa idea. Ma prenderla così, come un gioco, è un antidoto contro la malinconia, quella vera, quella che ti sale da dentro e fa tutto da sola, mente tu ti ritrovi senza difese e stai male da non poterlo sopportare. Ecco, giocare un po’ serve a mettere in circolo la giusta dose di anticorpi. –Te la ricordi la casa, eh? Ci ho fatto qualche lavoro, ma dovresti ricordarti com’era. – Ma da quando li hai fatti questi lavori? – Da qualche anno. Ti piace? Mi piace. Certo che mi piace. È messa proprio bene, ma non è più l’accampamento della nostra tribù. Ora ha anche un proprietario e sono felice che sia lei. Ai tempi della radio, però, mai mi era passato per la mente di chiedermi a chi appartenesse questa casa. Era per me uno spazio libero, condiviso e tollerante, che accettava di buon grado anche le incursioni di Carlo Silvestro e dei suoi figli dei fiori. La casa è proprio messa bene, ma diversa da quando le pareti erano ricoperte di polistirolo e poster. – Qui c’è la camera da letto… – Ah, dove c’era la saletta di trasmissione! – Ti ricordi, eh? – Sì, però non si entrava dall’ingresso… – Infatti; questa porta non c’era, si entrava dal salottino, ma la porta di comunicazione tra le due stanze l’ho fatta chiudere. Vieni che ti mostro… ecco, la porta era su questa parete. – Sì, sì, me lo ricordo. Ma c’era una parete a vetri? Accidenti a Giordana! Nella mia testa alcuni ricordi si confondono irrimediabilmente con le immagini del suo film. Per chi non c’era, poi, la trama de “I cento passi” è la storia di Peppino. Mi è successo di parlare a un’amica di Roma della scarsa somiglianza tra Lo Cascio e Peppino e di sentirmi rispondere che no, lei l’aveva trovato straordinariamente somigliante alle foto di Peppino che scorrono alla fine del film, accompagnate dalla colonna sonora. Ora, pian piano i ricordi riaffiorano. Rivedo la porta tra le due stanze che ora non c’è più. Ecco com’era: la porta aveva un vetro nella parte superiore e dal salottino si poteva sbirciare dentro la sala di trasmissione. Ricordo perfino il rumore che faceva quando veniva aperta, forse era il rumore dell’attrito col polistirolo che ricopriva le pareti. E poi c’erano le scaffalature con i 45 giri e i 33 in un mobile in basso, proprio dove ora si apre, verso l’ingresso, la porta di quella che oggi è la camera da letto. Anna mi invita a lasciare la valigia in un angolo per seguirla al piano superiore, dove un altro giro di scale porta alla cucina che dà sulla terrazza. Uno sguardo fuori, qui non c’ero mai salito. È buio, mi ricorda il panorama di quando da bambino salivo sulla terrazza dei nonni a guardare il viavai di Punta Raisi. Non si vede però la pista dell’aeroporto, coperto dalle case dall’altro lato della strada, mentre della montagna lo sguardo coglie solo il grosso costone, la testa del grande cane. Com’è che non ho mai avuto la curiosità di salire quassù? Forse pensavo che ci sarebbe stato tempo, dopo. Ma quella della radio fu per me un’esperienza breve e, se penso a quante cose sono successe, mi riesce difficile crederlo. – Ecco, qui in frigorifero c’è il latte, qualche vasetto di yogurt e delle bottiglie di birra. Nella dispensa, invece, ci sono i biscotti, un po’ di pane e della marmellata fatta in casa. – L’hai fatta tu, Anna? – Sì. Tutto genuino. – Fichi?
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