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LANTERNA NOSTRA. La Cina è vicina e Cosa Nostra lo sa - INTERVISTA A CHIARA CAPRI’ PDF Stampa E-mail
Notizie - Assaggi Letterari

INTERVISTA A CHIARA CAPRI’
AUTRICE DI “LANTERNA NOSTRA – LA CINA E’ VICINA E COSA NOSTRA LO SA”



Il tuo libro è il primo ad uscire con il bollino PizzoFree. Cosa pensi di una scelta così significativa?
Naturalmente è un onore ed è per me motivo di orgoglio, non solo perché le questioni trattate nel libro evocano la lotta a tutte le mafie, ma anche perché io stessa condivido da sempre gli obiettivi del movimento. Si può dire che sono prima entrata in Addiopizzo e poi sono diventata maggiorenne! Sono socio-fondatore del comitato e ad oggi componente dell’organo direttivo dell’associazione. Posso senza dubbio affermare che l’idea e il coraggio di scrivere di mafia nasce proprio dall’insegnamento di Addiopizzo, il cui obiettivo è anche quello di coinvolgere i cittadini a dare il loro contributo alla lotta alla mafia. Personalmente mi sono sempre occupata dei rapporti con le scuole lavorando assiduamente sulla sensibilizzazione dei giovani verso le problematiche del pizzo, all’inizio, e poi della legalità in senso lato. Il lavoro che svolgo nelle scuole è quello di stimolare i ragazzi ad avere una sana curiosità che li renda partecipi e consapevoli della realtà che li circonda. Perché sapendo si può combattere. In quest’ottica il bollino PizzoFree presente sul mio libro, ha la finalità di prendere le distanze dalle logiche e dalle connivenze mafiose e di invogliare il consumo critico anti pizzo.


Come è nata l’idea del libro?
Dall’incontro con gli studenti, noi di Addiopizzo anno dopo anno, ci siamo resi conto che oltre a sensibilizzare nei confronti del pizzo e della legalità più in generale, dovevamo aprire i nostri orizzonti verso i nuovi ambiti della mafia per capirne l’evoluzione e i cambiamenti. Nell’ambito del progetto Scuola Addiopizzo, “Fortino della legalità”, abbiamo quindi iniziato ad affrontare tematiche inerenti la mafia , ma non strettamente legate all’operato di Addiopizzo, facendo scegliere agli stessi studenti la tematica che volessero affrontare durante l’anno. La classe V I del Liceo Scientifico Statale S. Cannizzaro di Palermo, data la forte presenza di commercianti cinesi nella zona circostante il Liceo, si è interrogata sulla comunità cinese di Palermo; abbiamo così deciso di iniziare uno studio sulla storia e sulla cultura di questa comunità per comprendere ed approfondire meglio le dinamiche delle attività criminali cinesi e gli eventuali possibili legami con Cosa Nostra.  A fine dell’attività svolta con i ragazzi,mi sono resa conto che il lavoro da noi fatto doveva diventare patrimonio della collettività.


Quali sono stati gli strumenti di ricerca utilizzati?
La particolarità della ricerca consiste nell’integrazione di dati di carattere qualitativo e dati quantitativi e dalla centralità che hanno ricoperto le interviste dirette con i soggetti per un corretto ascolto del territorio. Innanzitutto ho potuto contare sulla piena e fondamentale collaborazione di Maurizio De Lucia, sostituto procuratore alla Direzione Nazionale Antimafia, che ha fornito il materiale processuale inerente la mafia cinese e altro tipo di documentazione utile ad inquadrare il fenomeno e a sviluppare su base teorica la ricerca. Vittorio Mete, ricercatore di sociologia politica presso l’Università di Catanzaro, ha poi realizzato per noi un questionario che è stato sottoposto, con l’attiva partecipazione degli studenti del Cannizzaro, ai commercianti cinesi della città di Palermo. Le risposte sono state successivamente analizzate dalla prof.ssa Maria Omodeo, sinologa e facente parte del COSPE - Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti.


Come è stato l’approccio con la comunità cinese?

Sapevamo che il rapporto con la comunità poteva essere problematico, trattandosi di un comunità piuttosto chiusa e difficile da comprendere. Per ovviare a possibili problemi di incomprensione linguistica avevo fatto precedentemente tradurre il questionario in mandarino dalla dott.ssa Teresa Bertuzzi. Ed effettivamente nella maggior parte dei casi avere il questionario in cinese ci ha aiutato ad interagire con la comunità: sia sempre per problemi di lingua, sia perché ha fatto percepire agli intervistati un vero interesse nei loro confronti. I negozianti cinesi, pur non avendo mostrato particolare resistenza nel raccontare le proprie esperienze e le difficoltà di inserimento nel tessuto locale, talvolta hanno richiesto l’adozione di alcune cautele: un ragazzo cinese, la cui intervista a tu per tu è riportata nel libro, ha chiesto che non venisse rivelata la sua identità per tutelarsi da eventuali ritorsioni e non ha consentito alla registrazione del colloquio;  le donne si sono rivelate più disponibili al dialogo e allo scambio interculturale; se però nel negozio era presente anche un uomo, per rispetto della cultura, noi dovevamo interpellare solo lui.


Puoi raccontarci qualche aneddoto che vi ha particolarmente colpito?
Posso dire di aver visto di tutto. In ogni negozio non mancavano computer, televisori ultra piatti e videogiochi. In un supermercato ci è sembrato di essere arrivati in Cina: sugli scaffali c’erano alimenti mai visti in Italia e tutte l’etichette, i prezzi, i sacchetti erano scritti in cinese. In un negozio abbiamo trovato accanto alla cassa una signora cinese con in mano un grosso mestolo intenta a cucinare una zuppa e vicino a lei un pentolone …   Ci sono però stati anche momenti in cui la tensione è stata grande: ci siamo accorti, ad esempio, ad un certo punto, di essere seguiti da un italiano. Questi entrato dietro di noi in un negozio, faceva finta di essere un cliente come tanti, ma il commerciante cinese, salutandolo, ha smascherato la sua copertura. In un altro negozio, invece, a seguirci sono stati tre cinesi: uno da come si muoveva e parlava sembrava il capo, gli altri due gli scagnozzi. Dopo averli seminati, dividendoci entrando in diversi negozi, sono riusciti ad intercettarmi - per fortuna solo me e non i ragazzi del Cannizzaro - mentre stavo somministrando un questionario alla proprietaria di un negozio. Senza togliermi gli occhi di dosso, il capo ha preteso di vedere il questionario, ed ha interrogato la ragazza che iniziava a spaventarsi e a maledire il momento in cui aveva deciso di rispondere alle mie domande. Dopo un tempo che a me parse infinito, il capo riconsegnò il questionario alla ragazza che mi disse di andarmene, evidentemente scossa e preoccupata. Infilai la porta velocemente, cercando, però di fissare nella mia memoria i tratti somatici della ragazza, del capo e dei suoi due guardaspalle.
Questi episodi rendono evidente la complessità del contesto culturale in cui abbiamo operato e la difficoltà di integrazione tra la nostra comunità e quella cinese, ma anche la necessità di un maggiore sforzo di conoscenza e comprensione.

 
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