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Prefazione Lanterna Nostra
di Maurizio De Lucia
Il lavoro che è stato sviluppato nelle pagine che precedono costituisce un importante strumento di comprensione di un fenomeno che solo da poco tempo è all’interesse degli operatori sociali e degli operatori del diritto in particolare. Il metodo utilizzato, sperimentale e basato su interviste, l’uso accorto delle fonti giudiziarie e della letteratura specialistica precedente, ne fanno, appunto, un utilissimo ausilio nella messa a fuoco della nuova realtà che la globalizzazione ci impone. Realtà, peraltro, che non può essere negata o rifiutata, ad esempio con gli strumenti della repressione penale nazionale, ma deve essere invece, appunto, compresa, per renderla armonica con i principi di integrazione sociale che la nostra Costituzione prescrive, implicitamente ed esplicitamente. E che la storia stessa del mondo attuale impone. Non vi è dubbio che le organizzazioni criminali cinesi, e non solo, stanno guardando all’Italia, e più in generale all’Europa, come ad un nuovo fiorente mercato degli affari legali e illegali nel quale inserirsi. Come è noto, soprattutto con riguardo all’Italia meridionale, altri “operatori” criminali occupano nella sua totalità lo spazio criminale. Tale situazione già oggi pone serissimi pericoli di tenuta dell’ordine democratico ed in futuro è destinata a porne di ancora maggiori lì dove le comunità straniere e quella cinese in particolare saranno destinate ad incrementarsi. Sotto questo profilo, il lavoro in argomento consente anche di trarre spunto per qualche profilo in termini di previsione. In tal senso è esemplificativa l’esperienza siciliana. Il problema dei codici di comunicazione e dei linguaggi è senz’altro uno di quelli che già traspare dalla vicenda dei rapporti della comunità cinese con l’organizzazione Cosa Nostra. Il ricorso a violenti atti di intimidazione, anziché a più raffinati strumenti di persuasione dei quali la mafia siciliana si è dimostrata capace, si spiega proprio con la necessità di riaffermazione della propria potenza sul territorio da parte di Cosa Nostra e sulla pari necessità di lanciare messaggi univoci a coloro i quali si insediano sul territorio. Sarà molto interessante osservare come gli apparati criminali di importazione cinese si adatteranno a questa realtà. Se cioè essi si limiteranno a gestire a livello medio basso i propri traffici e se invece passeranno, come in altre parti del territorio nazionale già avviene, da un ruolo meramente criminale nella gestione di traffici specifici (in particolare il fiorente mercato della contraffazione) – ad un livello di gestione sempre più manageriale delle loro attività estendendolo in particolar modo al traffico internazionale dei rifiuti. La risposta a questi rischi non può essere di chiusura, ma deve seguire due direttive: quella assai difficile ma obbligata dell’integrazione interna, e quella che sfrutti la globalizzazione in termini positivi anche di cooperazione tra stati ed in particolare tra Italia (ma direi tra Europa) e Cina. Solo dal dialogo e dalla collaborazione sarà infatti sempre più possibile fare scaturire quegli strumenti concreti di collaborazione internazionale che, solo, possono permettere di controllare e di sfruttare positivamente per tutti un fenomeno come quello di cui questa ricerca dimostra l’esistenza.
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