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VERSO TINDARI. DIECI RACCONTI A TEATRO
La Madonna suscettibile di Roberto Alajmo
Esiste un aspetto della Grande Madre Mediterranea che è solo siciliano. Una specificità che si riscontra solo su quest’Isola. Mentre in tutto il bacino è una figura archetipica sostanzialmente benigna, qui si riscontrano varianti che benigne non sono affatto. La stessa figura che nel cristianesimo incarna la Grande Madre è suscettibile di modifiche. Tutta la soavità della madre di Cristo si perde, in certi casi, a favore di risvolti caratteriali più spigolosi. Un esempio è la Madonna delle Milizie di Scicli, armata e a cavallo: tutt’altro che rassicurante. E anche a Tindari c’è una Madonna dal carattere ostinato, che si distingue fra le Madonne adorate altrove. Dopo Cefalù, procedendo verso Messina, la costa diventa frastagliata. Le montagne dell’interno si protendono fin dentro il mare producendo una serie di fiumare molto ampie che si alternano ai promontori. C’era una strada statale che correva per ampi tratti lungo la costa, assecondando i saliscendi e aggirando quel che c’era da aggirare, piuttosto che scavare gallerie. La strada c’è ancora, ma se ne parla al passato perché solo il traffico locale continua a percorrerla. Ora si fa preferire l’autostrada, che permette di evitare i rallentamenti. La statale aveva questo di brutto: bastava beccare un camion e diventava lunga come una notte senza sonno. L’autostrada invece tira dritto per dritto. Si arrampica su piloni molto alti e risolve le montagne passandoci attraverso. Il ritmo dettato dalle gallerie è un sonno-veglia molto alternato, che provoca assuefazione e lunghi tratti di noia. Tanto che qualcuno adesso rimpiange il vecchio percorso della statale, paesaggisticamente più variato, diventato in poco tempo un ricordo-del-bel-tempo-che-fu. Ma la statale è sempre lì, a disposizione di chi voglia approfittare del fatto che camion e pullman ormai se ne tengono alla larga. Certo, si va più lenti; non lenti come prima, ma quasi. Dal che si ricava una discreta morale sul piacere del progresso contrapposto ai sapori di un tempo: se proprio li si rimpiange, basta fare le scelte opportune. E poi non lamentarsene, però.
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A sud del cuore di Laura Anello
Il Freccia Rossa sarebbe partito alle 8.37, ma loro erano in stazione alle 8 in punto, abituate a una tabella di marcia a prova di imprevisti. Quel giorno di aprile Torino si era svegliata placida, dolce, con un’ombra di sole a scaldare le piazze. Perfino le statue sabaude sembravano voler mollare le redini dei loro cavalli dopo un inverno passato a intirizzirsi dal freddo, con i baffi ancora più dritti, con la schiena ben tesa sulla sella. Veronica aveva aperto gli occhi come al solito, con la sveglia delle 6 e mezza: venti minuti a giocare a tennis incollata al monitor della Wii, dieci minuti per la doccia, dieci per la colazione di cornflakes e yogurt magro, venti per vestirsi e truccarsi. Alle 7 e mezza era in macchina. Per Conchita la giornata cominciava mezz’ora prima: c’era un solo bagno in casa da dividere con i genitori e un fratello. E quel saluto sempre uguale della madre, seduta nella cucina che odorava di caffè: “Ciao Concetta, buona giornata”. Non lo sopportava quel nome, eredità della nonna palermitana. Fuori da quella porta lei era Conchita. A scuola, da piccola, raccontava che la sua famiglia era spagnola, di Barcellona. Da grande aveva rinunciato a quella bugia. Ma in ufficio, con gli amici, pronunciava il suo nome con un tocco esotico. L’appuntamento era nella biglietteria del Freccia Rossa. C’era da rinnovare l’abbonamento. Nella fila riservata al treno veloce, dietro di loro scalpitava una signora sui tacchi. Davanti allo sportello, due ragazze nere infagottate in giubbotti scuri. Scarpe colorate, berretti in testa, borsoni giganti. “Dobbiamo andare a Milano”, spiegavano a fatica all’addetto in divisa. “Ecco, vedi, è già successo l’altra volta. Ma figurati se queste due devono prendere il Freccia Rossa. Queste due devono andare a battere a Milano, ecco che cosa devono fare, sono due puttane”, sbottò Veronica con lo scatto di una tigre fuori dalla gabbia. “La vergogna è che l’addetto sta lì a rispondere, che non dice: care signore, accomodatevi nella fila normale, questa è riservata al treno veloce, e noi qui ad aspettare come idiote”, si fece avanti l’altra signora in fila. “Già, nessuno ha il coraggio, nessuno ha il coraggio di dirglielo in faccia. Accomodatevi fuori. Hanno paura della macumba, forse”, aggiunse Veronica ad alta voce, per farsi sentire, con un risolino stizzito.
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Ah, già, l’acustica di Giacomo Cacciatore
Il primo (e fino a oggi penultimo) teatro greco della mia vita l’ho conosciuto verso la fine degli anni Ottanta. Avevo più o meno sedici anni, non ero interessato alle pietre antiche e viaggiavo in un pullman che ribolliva di tempeste ormonali. Ci portavano a Eraclea Minoa, ma era solo una tappa del viaggio e speravamo che fosse breve. I professori cercavano di spiegarci ciò che a Eraclea avremmo trovato, visto e toccato. Ci parlavano dell’antico teatro – lo scopo di quella sosta – di cavee, di gradoni, cose che un bravo studente di liceo classico dovrebbe sognarsi la notte. Ma noi pensavamo a Taormina. Ai tuffi fuori stagione. All’epifania che ci attendeva altrove e lontano da lì, sulla spiaggia: la forma e la sostanza delle poppe delle nostre compagne di classe in bikini. Soffocammo le spiegazioni su anfiteatri e rappresentazioni al tramonto con canti sboccati, da gita aziendale. E poi io, a quei tempi, del teatro avevo un’idea ottocentesca, risorgimentale, fatta di velluti, legni scricchiolanti, mezze tinte e mezze ombre, palchetti di un rosso accecante che bucavano il buio e notturni sospirati. Insomma, gli scenari di certi primi film di Dario Argento. Sapere che i greci facevano muovere i loro attori in uno spazio all’aperto, tra il mare e il vento, mi induceva a pensare a qualcosa di arrangiato, una via di mezzo tra le esibizioni di Zampanò e la scampagnata a Città del Mare. Ma si sa, nell’adolescenza la fantasia è pari solo all’ignoranza, e forse è un bene che sia così. Il pullman si fermò. Ci fecero scendere, e ci misero inutilmente in fila. Ci scomponemmo subito, ciascuno con le proprie spiritosaggini da urlare, pronti a mordere il guinzaglio debole degli insegnanti. Ricordo che c’era da fare un pezzo di strada in salita. Regalammo il nostro disordine a quel luogo pacifico, pestando pietrisco, scartando merendine, cercando con gli occhi il teatro che ancora pareva nascondersi, certi che lo avessero rubato, o che l’autista (che teneva una scorta segreta di Moscato sotto il sedile di guida, lo avevo visto) avesse sbagliato strada. Poi, una dopo l’altra, le nostre voci si spensero. Sulle battutacce e gli strilli prevalse il vento. Anche i più indisciplinati si misero da parte e lasciarono che fosse il posto a parlare. L’antico teatro greco di Eraclea era sorto davanti ai nostri occhi, dal nulla, separandosi da un dosso insignificante, come un’alba che divorzia dalla notte, a tradimento.
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Passaggio a Tindari di Giovanna Giordano
Vi dirò tutto quello che so e che ricordo di Tindari. Quello che so lo devo ai libri che ho letto e alle parole degli uomini che ascolto. Per i ricordi, alcuni sono i miei e altri invece appartengono a mia madre, Tina Grillo. Poi ci sono le fantasie ma quella è un’altra storia. Non so da dove viene la fantasia. Lungo il sentiero che un tempo era il decumano che porta al teatro greco, c’è su una lapide incisa la poesia di Quasimodo dedicata a Tindari. Quella poesia da bambina l’ho imparata a memoria perché me la recitava sempre ogni estate mio zio Lillo, il fratello di mia madre che era un uomo puntiglioso e anche un po’ ossessivo. Le cose me le ripeteva mille volte non ti mangiare le unghie che non ti crescono le mani, pulisciti i piedi dalla sabbia quando entri in macchina, quando è morto Stalin sull’Unità dicevano che era lui l’uomo più grande del Novecento, i comunisti tutti bugiardi e così via. Ma, insieme a tante cose che mi facevano salire i nervi da bambina, mi raccontava anche storie belle. E io avevo bisogno di storie belle perché vivevo a Milano, nella nebbia, e quando venivo in Sicilia dai nonni a Gesso, tutto mi sembrava un altro mondo. Fra le storie belle che mi raccontava lo zio, appunto, c’era la storia della poesia di Quasimodo dedicata a Tindari che lui scrisse ma di cui poi si pentì. Almeno di alcuni versi, non di tutta si pentì. La lapide che sta su un muro fra gli ulivi e circondata dalle cicale in estate inizia con “Tindari mite ti so” e poi le parole belle che seguono. Quasimodo quando la scrisse era a Milano e sentiva fra le nebbie di essere visitato dal ricordo di Tindari come un vento che lo cercava dentro l’anima. Lui lì a Milano si sentiva in esilio e anche il pane come per Dante era amaro. Nei versi due sono i mondi per il poeta, quello reale un po’ triste e quello mitico di Tindari che brilla come un miraggio. “A te è ignota la terra dove ogni giorno affondo e segrete sillabe nutro fra la gente petrosa ai sogni”. Ma che gente è questa “petrosa ai sogni?”, mi domandavo
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La custode di Anna Mallamo
Perché era una vecchia piccola con cinquecento pieghe sul viso, come se stesse cercando di concentrarsi e sparire in se stessa. Perché faceva odore di legno, di macchie d’olio, di stanze chiuse alla luce da molto tempo. Perché aveva una pelle di noce antico. Perché aveva un fazzoletto color petrolio in capo, e un medaglione con una foto appeso al collo. Per questo mi fermai, e le chiesi cosa facesse, lì. “Io custodisco questo posto”, mi disse. “E che posto è?”, feci io, perché vedevo soltanto un muraglione diroccato, trafitto da rami, pale doppie di finto ficodindia, lentischi d'un rosso carnivoro. Stava in un qualche punto tra la spiaggia e il promontorio, tra i laghi e il santuario, tra i decumani e il teatro, dove si confondevano varie specie di passato. La sabbia antica andava e veniva senza requie filtrando l’acqua del mare, come una clessidra viva sorvegliata dall'alto dal volto proteso della Grande Madre Nera seduta nel mezzo della chiesa, dei secoli. Da lei stavo andando, a sussurrarle un segreto che mi faceva bruciare gli occhi e il cuore. A chiederle un miracolo: che mi consolasse dalla morte. “Che posto è?”, dovetti ripetere, perché la luce m’abbagliava e non distinguevo più il mare dal cielo: lì, spesso, la linea di confine si perde, e le isole s'arrampicano fino alle nuvole, si siedono nella cavea del teatro a guardare gli uomini. Qualche volta si vedono i coni delle montagne galleggiare fino al centro del mare, scambiarsi di posto con gli scogli, e il sale condensarsi in vapori, nubi bianche che bussano ai vetri, si fermano sui balconi. “È il muro dei desideri”, rispose. Il vento sollevò un lembo della voce e lo fece vorticare in alto e poi in basso, andando a tormentare tamerici e agavi. Voci vegetali e animali risposero, dal folto. I fiori che portavo con me, avvolti nella carta, tremarono appena. Me li accomodai in braccio come un neonato dalla carnagione di rosa canina. Si chetarono. “Quali desideri?”, dissi ancora
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Alio di Serena Manfrè
L’estate arrivò di colpo. Senza chiedere consensi arrivò. Famelica. E rese arida la terra. E se la mangiò fino a saziarsi. E infine le diede fuoco. Arsero i frutteti e le vigne, piansero le greggi e tutte le madri e gli uccelli impazziti osannarono la morte e gli uomini guardarono al cielo implorando il perdono in quella mattina in cui il giovane Alio lasciò la sua casa deciso a non tornare più. S’incamminò giù per il sentiero, lasciandosi alle spalle il villaggio in fin di vita e la voce afona di suo padre che malediceva il sangue del suo sangue: “Meglio porci che figli, – ripeteva. – Meglio porci. Loro non abbandonano il focolare. Loro non inseguono sogni”.
Alio si nutrì di bacche e di conigli. S’immerse, per lavar via polvere e sudore, in cascate argentee e fiumi incantati. Dormì sugli alberi. Si difese dalle belve con misere aste di legno e torce improvvisate. Incontrò sei villaggi sul suo cammino e in ognuno di essi una donna che pensò lui stesse cercando l’amore e giacque con lui fino all’alba ansimando e ripetendo sommessamente il suo nome. Ma in nessuno di essi si fermò. In nessuno costruì una capanna e in nessuno volle prendere una sposa. Al settimo villaggio s’imbatté in un’indovina. Era alta e di belle forme, ma aveva la pelle insolitamente chiara e ruvida alla vista. Una tunica nera avvolgeva il suo corpo coprendolo fino alle caviglie. Le sue labbra erano sottili e violacee. Le sue dita lunghe, soffocate da preziosi anelli d’Oriente. Gli occhi enormi, intensi, narravano di notti di lussuria e di pena. Lui entrò nella sua tenda. Si sedette e sorseggiò del vino. Poi bevve dalla bocca di lei. “Sei bella, – le disse – voglio vederti far l’amore”. “Il tuo avvenire è ad Ovest – gli disse allora l’indovina. – In un lembo di terra al di là dell’acqua. Insieme ad altri innalzerai un tempio dove la gente potrà ridere e piangere e lì sarai felice. Faremo l’amore stanotte, però poi tu te ne andrai. Il Domani che cerchi porta con sé due prosperi doni che saranno concepiti quando i Gemelli brilleranno nel firmamento. Non è lontano, Alio. Ma non è ancora giunta la stagione”.
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La leggendaria avventura della regina Adelasia, venduta e ripudiata di Giuseppe Mazzone
Mare. Non si vede che mare. Pure l’orizzonte è un mare. Mare lungo, mare corto, mare increspato, mare intreccioso. Da questo punto non c’è che mare, solo mare che s’intreccia col cielo, talvolta, eppure si confonde, anche. Giallognolo verdognolo rossiccio vermiglio. Mare. Da questa cella\gabbia\torre\rifugio, nella notte la Luna illumina il risciacquo scccc scccc, la schiuma, la spuma… illumina… o è questo sciabordio che illumina la Luna? Ripudiata. Il marchio è come un’infamia. Non si dà pace Adelasia Regina, si tormenta le viscere e gli occhi condannati alla vista di questo mare infinito ed assoluto.
“Un pezzo di terreno, un albero, un costone scosceso, eppure so che ci sono, laggiù. Quanto ho viaggiato: tre giorni, una settimana per salire fin quassù? In tutto segreto, sulle strade interne, impervie mulattiere per tenere lo scandalo sotto silenzio. Anche la notte dell’arrivo a Messina mi hanno fatta scendere dove Colapesce trattiene ancora la Sicilia, sennò se ne cala. Sulla scialuppa, nero il mare, nero il cielo, nero il mio futuro ed ancor più il mio passato. Una settimana a dorso di mulo e di carretto, scortata a vista da armigeri che non ne potevano più di trasportare le loro corazze ferrigne, i loro pesanti clangori. Quel luogotenente che non s’è mai tolto l’elmo, mai visto in faccia, l’andamento baldanzoso, la voce cavernosa rallentata dallo schermo. ‘Regina, mi diceva, il suo pasto, Regina il suo giaciglio… giaciglio… frasche e una coperta. A me, Adelasia, regina di Sicilia e di Gerusalemme! Ora però ci dormirei su quelle frasche, a cielo libero. Libera… ahhh libera sotto un cielo libero… ”.
– Regina… mia Regina... svegliatevi… È giorno… giorno fondo. – Giorno… già giorno… Ma dove sono? Ah, qui, rieccomi qui, sono ancora qui.
Si guarda intorno Adelasia Regina, e rivede quel muro rotondeggiante in pietra e malta, il giaciglio di crine dove s’è accasciata la notte precedente, il bacile, il rinale, il desco col vassoio vuoto di una cena mai consumata ma scagliata dall’unica finestra con la grata: ai cani, ai pesci, agli uccelli, chissà. Neanche uno specchio: un inginocchiatoio ed una toletta, senza specchio, completa di necessaire, ma specchio niente.
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Odiami quanto vuoi di Gery Palazzotto
Si guardò intorno e gli sembrò che non ci fosse nessuno. In effetti dieci ore prima dello spettacolo, un teatro antico, per giunta all’aperto, ha tutte le ragioni per mostrarsi deserto. Eppure si illuse che quel silenzio fosse tutto per lui. Per celebrare la visita in un luogo che non conosceva, ma di cui aveva sentito parlare a lungo. Il teatro di Tindari. La storia era cominciata in un altro luogo e in un’altra vita.
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La folla invisibile delle sette del mattino si mimetizzava sulle panchine zoppe della piazza, brulicava tra le aiuole rinsecchite. Fantasmi ciechi e sordi. Anime senza pena, quasi che la pena fosse di per sé un costo insopportabile. Il mormorio di passi strascicati, confuso nel soffio dello scirocco, fu interrotto da due spari. Poi riprese, con una tonalità superiore, come se il rumore fosse registrato e qualcuno avesse aumentato la velocità del nastro. Pino guardò gli occhi del dottore che lo fissavano, la sua bocca aperta in un muto grido di sorpresa, e si rintanò nel rapido pensiero di un numero. Il numero tre. Tre clienti in una settimana, ed era ancora martedì. Il dottore si raggomitolò sul selciato, la giacca e la camicia piegate a scoprirgli la schiena, le mani sulle gambe a turare le falle che lo svuotavano. Pino gli appoggiò un piede sulla spalla e premette delicatamente per farlo distendere. Si accorse che la sorpresa del cliente era tracimata in tutto il volto: occhi, bocca, narici dilatate. Dolore, no. Non sembrava soffrire, quell’uomo. Era troppo preso dallo sconcerto di dover tamponare i buchi sulle cosce. Alle spalle di Pino, Gualtiero fece un giro su se stesso, scrutando tra cemento, alberi, panchine e auto parcheggiate. La quiete mattutina, nonostante gli spari, resisteva come se la piazza fosse sottovuoto. Ma Gualtiero sapeva che sarebbe durata poco. Incitò il fratello. “Dai, sbrigati”. Lo vide muoversi con lentezza, in una concatenazione rituale di gesti. Piede sul cliente. Un abbozzo di segno della croce. Pistola impugnata mollemente e pronta per tornare in tasca grazie al rinculo del colpo finale. Che arrivò con un botto strano, più attutito di quelli di prima, come fosse stata usata una cartuccia diversa, più piombo e meno polvere da sparo.
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La morte buttana profuma di zagara di Ubaldo Smeriglio
Chiamatemi Rusty James… Rusty James Holden… e sappiate che sono un giornalista attendibile, uno di quelli che si è guadagnato i galloni lavorando dodici ore al giorno per le vecchie cinquemila lire a pezzo. Bene… la storia che sto per raccontarvi comincia con una telefonata anonima, arrivata in redazione in una serata gonfia di scirocco. Una di quelle che fanno imbestialire il mio caporedattore don Baldassarre Tarsia soprattutto perché aveva a suo insindacabile giudizio una buona notizia che teneva l’apertura in cronaca. C’era odore di fumo e di salino. Impregnava gli scaloni della Cattedrale di Patti che sparivano e poi riapparivano a tratti a causa della lupa: una nebbiolina fine al tramonto… zucchero filato che bruciava sotto la luce delle fotoelettriche e quello che si percepiva era un bagliore verde marcio. Il morto ammazzato non era stato spostato da dove era stato trovato: il corpo senza vita di Gaspare Valentino, primo attore della compagnia del “Ventaglio” nota in tutto il mondo, giaceva avvolto nel suo più scintillante costume di scena alla guida di una berlina di recente fabbricazione tedesca… il viso appoggiato sul volante in pelle di cervo, la mano sul cambio in pelle di cervo anche quello. Ciò che restava della testa, fracassata da un colpo di lupara sparato a bruciapelo alla nuca, giaceva a circa due metri di distanza su di un masso circolare, ultimo rimasuglio di un restauro della Matrice voluto dal Duce. Il cadavere era stato scoperto, grazie ad una telefonata anonima ai carabinieri, alle 18 e 50 minuti primi di una calda e appiccicaticcia serata di maggio. C’era odore di salnitro e di salino sulla scena del delitto ed un vago sentore di zagara a causa dello scirocco che rendeva nervosi persino gli uomini di buona volontà, due novizi del vicino convento dei Salesiani, ai quali era stato dato il compito di confortare i parenti della vittima: il figlio che si chiamava anche lui Gaspare come il padre ed il nonno, fondatore del teatro comunale, ma soprattutto la vedova, Maddalena Trigona Palizzi, unica figlia del marchese di Casualdero.
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L’assenza di Salvo Toscano
"Tindaro... Tindaro!". La sento la sua voce fredda. Una volta non mi chiamava così, con il nome curioso che mia madre mi impose per devozione alla Madonna nera. A lei non piaceva. Come darle torto. Usava altri appellativi, un tempo. Ma questo era prima. Ora la sua voce, senza inflessioni, senza emozioni, vuota come le sue parole, suona fuori posto in questa stanza. Ho gli occhi socchiusi. Percepisco qualcosa di ciò che mi si muove attorno. Colgo il bianco e la luce fredda tipica degli ospedali, l'odore di medicinale e il ruvido di una coperta troppo spessa. E poi mi pare, ma forse è solo un'impressione, di scorgere la sua mano. Sì, è la mano di lei, sottile, come le sue labbra. È la mano sinistra. All'anulare non c'è più la fede. E nessun altro anello ne ha preso il posto. Un vuoto, come quello che lei ha lasciato, quando è andata via. Ora Rosanna è qui, la sento. E se si è scomodata per presentarsi al mio cospetto, allora vuol dire che devo proprio essere messo male. Sarò uno di quei casi in cui si chiamano "i parenti più prossimi". Ne avessi ancora di parenti, prossimi o remoti... Giulia esclusa, non m'è rimasto nessuno. C'è Rosanna, certo. Ma lei è, o forse era, sì, meglio usare l'imperfetto, mia moglie. E pertanto un affine, non un parente. Questo genere di pignolerie da leguleio di cui non posso fare a meno le davano sui nervi. Ma questo era prima. Fin quando Rosanna è stata parte della mia vita, l’idea della sua assenza non mi ha mai sfiorato. È stata dura metabolizzarla, quando s’è presentata. Per un certo tempo ho continuato a vederla, a sentire i suoi passi nervosi nel corridoio, a percepire il suo odore sul cuscino e l’eco della sua voce nei silenzi della nostra casa quando Giulia non c’era o dormiva e tutto sembrava freddo e morto, come mi sentivo io. Mi capitava allora. Lo ricordo bene. Tanto che adesso per un pezzo ho pensato che la sua voce, in questa stanza d’ospedale, fosse solo uno scherzo della mia mente stanca. E invece lei è proprio qui. In tre anni è la prima volta che me la ritrovo accanto. E mi pare uno scherzo infame del destino non poter cogliere l’occasione di fissarla dritto negli occhi con tutto il disprezzo che in questi mesi m’è maturato dentro fino a spappolare come un frutto caduto giù dall’albero.
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