| DISORDINI - INTERVISTA A ALESSANDRO MARIA CALI' |
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Intervista ad Alessandro Maria Calì
L'ingegnere nel suo lavoro è generalmente apprezzato per la capacità di dare soluzioni rapide e sintetiche a problemi complessi, nello scrivere probabilmente devi essere bravo a invertire le cose. Poi credo sia importante svelare scenari inediti e saper suscitare emozioni o quantomeno riuscire a trasmetterle.
È stata un'esperienza straordinaria, quando sono stato eletto, nel 2005, avevo 36 anni, ero il più giovane presidente di un Ordine di una grande provincia in Italia. Rappresentare più di 5.000 ingegneri significa che molto spesso, anche in situazioni diversissime tra loro, ti viene chiesta un'opinione su problemi spinosi, e rispondere in maniera responsabile è un onere gravoso ma allo stesso tempo entusiasmante. Purtroppo l'esperienza si è conclusa amaramente. 3) Cosa ti ha spinto a unire l’esperienza di presidente dell’Ordine con la volontà di proporre delle riforme? Quando nel corso del 2008 ho promosso il procedimento disciplinare contro l'ingegnere Michele Aiello, pensavo che l'espulsione dall'Ordine fosse quel che si dice un atto dovuto, invece solo dopo mi sono accorto che è stato probabilmente il primo caso in Italia di cancellazione dall'Albo indipendentemente dal procedimento penale di un professionista finito nei guai per avere avuto rapporti con Cosa Nostra. Andando avanti nell'inchiesta poi ho scoperto che sono più di cinquecento i professionisti di svariati settori (medici, avvocati, architetti, commercialisti, ecc.) finiti nei guai per collusioni con le organizzazioni criminali eppure ancora iscritti nei rispettivi Albi e quindi che esercitano la professione. Una cosa inaccettabile. 4) Il tuo è dunque un tentativo di mettere ordine nel disOrdine? Cesare Beccaria in Dei delitti e delle pene teorizzò per una società "moderna" l'uso delle pene come ultimo baluardo di una serie di deterrenti per contrastare gli illeciti comportamenti e i crimini. I magistrati impegnati nel contrastare le mafie da decenni oramai ripetono a ogni occasione che ciascuno deve fare la propria parte, altrimenti con le sole manette non andiamo molto lontano. L'esperienza raccontata nel libro dimostra che gli Ordini, se volessero, potrebbero, applicando le leggi esistenti, scoraggiare alcuni comportamenti troppo spregiudicati; devono però smettere di far finta di niente, voltando la faccia da qualche altra parte, come se le collusioni di alcuni iscritti con il malaffare non li riguardasse. I professionisti collusi non possono continuare a esercitare serenamente. E dobbiamo convincerci che la lotta alle organizzazioni criminali e ai loro accoliti non è di esclusiva pertinenza dei magistrati e delle Forze dell'ordine. |
















