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Intervista a Emma Dante
Immaginando di accompagnare il lettore nell'itinerario di queste pagine, mi sono messa in cerca di quella matassa elettrica composta da parole intrecciate a emozioni. Ed è saltata fuori dai miei appunti, dalle registrazioni e dagli articoli di giornale raccolti per mesi, materializzandosi in tutta la sua energia. Seguirla nel suo srotolarsi, farsi attraversare dalla sua corrente, ci porterà da qualche parte, fra gli ostacoli di bellezza e di indignazione che attraversano il racconto artistico e civile di Emma Dante, fino all’intervista realizzata insieme a Beatrice Monroy. Noterete pochi riferimenti alla sua biografia ufficiale, lo ritengo inutile e forse anche noioso, giacché i nuovi strumenti informatici ci offrono continuamente fonti e notizie che è possibile aggiornare in tempo reale. Emma ha aperto un sito internet: www.emmadante.it, da cui si può raggiungere una directory di informazioni ufficiali sulla sua storia e sulle sue attività. Il percorso che vi propongo per introdurre Emma Dante è un altro: un racconto, che per essere fondato e leale fino in fondo, non può non confrontarsi con l'immaginario e con il sentimentale, due categorie a cui questa grande artista è molto legata. Mi riferisco alla sua visione del mondo, alle relazioni pubbliche e private, al rapporto con le sue origini, i conflitti e i riconoscimenti.
Cominciamo a mettere a fuoco: Emma Dante è regista teatrale e drammaturga, un talento impetuoso, apprezzato e riconosciuto a livello internazionale. Nata a Palermo nel 1967, vanta un curriculum di studio e di lavoro elevatissimo cominciato all'Accademia d'arte drammatica di Roma e arricchito da un lungo e prestigioso elenco di premi e di riconoscimenti. In Francia e in Belgio il suo successo è conclamato e Parigi diventa la sua seconda città. A Palermo ovviamente, “luogo naturale” che la contiene, ma dove Emma vive in latitanza, ignorata dai teatri e dalle istituzioni, nasce lo spazio teatrale da lei diretto, la Vicaria. La sede, dal nome storico delle prigioni del capoluogo, è anche un’associazione culturale e ha l’obiettivo di fondare un luogo che sia fucina artistica per il teatro nazionale e internazionale. Una casa-teatro aperta al confronto e all’incontro, un’azione diretta sul territorio che stimoli la crescita civile e culturale della città. In questo scantinato, una volta c'era una fabbrica di scarpe. Poi nel 2008 lei e la sua compagnia Sud Costa Occidentale (costituitasi nel 1999) hanno preso in affitto questi locali e li hanno resi agibili, spendendo di tasca propria i soldi necessari: le istituzioni non ne hanno mai voluto sapere. La Vicaria non è un teatro ma un luogo, una piattaforma, dove poter fare prove, organizzare laboratori, incontrare il pubblico, tener fede al pensiero di questo progetto artistico. È la casa di una comunità, con un grande salone minimalista dove si svolgono i laboratori e le rassegne di studi, poi c’è una cucina dove si mangia insieme, e lo studio di Emma. Dall'esordio della Trilogia della famiglia siciliana con Mpalermu, Carnezzeria e Vita Mia, Emma Dante si è conquistata come una leonessa il riconoscimento e il successo internazionale che merita. Seguiranno spettacoli intensi, originali, destinati a far discutere, come La Scimia, Cani di Bancata, Il Festino, Mishelle di sant’Oliva. Dopo Le Pulle (le puttane, in dialetto palermitano), anche l’ultima Trilogia degli occhiali è prodotta dal Mercadante di Napoli. Nel 2009 alla Scala, insieme al maestro Daniel Barenboim, è la prima regista donna siciliana a dirigere, nel tempio della lirica, la Carmen di Bizet, che il 7 dicembre dello stesso anno inaugura la stagione. Alla porta della Vicaria, dove nessun esponente delle istituzioni locali si è mai presentato, qualche mese prima era comparso il Sovrintendente della Scala Stéphane Lissner, per assistere alla prima fase delle prove. Poi la compagnia è partita per Milano. La Carmen è stata un’esperienza che Emma ha voluto condividere con i suoi attori (cosa rara nel panorama nazionale), e che ha chiuso con enorme successo il cerchio di dieci anni di lavoro e di ricerca illuminata.
Emma Dante, per sua stessa ammissione, ha difficoltà a cercare mediazioni, non sa questuare, non sa alzare il telefono per chiamare il critico più importante, o l'assessore di turno. E quando ammette che alla Scala ci è stata portata da un uomo, non nasconde che la difficoltà a ottenere uno spazio per sé, e sulla base dei propri meriti, è anche maggiore se sei donna e per giunta di malocarattere. Una etichetta che a torto o a ragione viene affibbiata molto spesso e con una certa misoginia alle donne come Emma: che non frequentano i salotti, che non rinunciano alla propria autonomia e che dicono sempre quello che pensano, fuori dal coro, dalle cricche. Per dirla con parole sue, anche nel mondo della cultura ci sono regole maschili, e “se sei una donna, devi ancora preoccuparti di andare per prima cosa dal parrucchiere e di scegliere il rossetto”. Emma Dante sovverte molti schemi sia nella pratica che nei contenuti del suo lavoro. Disordina e rielabora, smonta e ricuce, recuperando aspetti fondamentali della tradizione teatrale in una tensione trasformativa profonda che si proietta su tutto il processo creativo delle sue opere. È il tema su cui voglio soffermarmi, partendo dalla straordinaria immagine che usa Prospero nella Tempesta di Shakespeare: i personaggi sono fatti della materia di cui sono fatti i sogni, e che Emma cita come incipit del discorso creativo, aggiungendo che gli attori sono della materia di cui è fatta la realtà, di carne e sangue, respiro e voce, gesti e azioni. E che l'arte teatrale consiste nel creare fra queste dimensioni, una scintilla in grado di toccarci l’anima, lanciarla nel vuoto e farla volare, come sosteneva appunto il maestro Michele Perriera. Nel teatro di Emma Dante questo avviene attraverso un processo violento, che coinvolge profondamente il rapporto fra la regista e i suoi attori. I testi non sono preparati a casa, o fuori dalle prove. Una volta scelto l'argomento, il percorso comincia dalle persone che Emma ha intorno e con cui lavora. Sulla loro fisicità, sul loro aspetto, non su contenuti già elaborati – un po’ come si faceva con le maschere della commedia dell'arte. La regista comincia a realizzare, a esplorare, a stuzzicare la tensione dell'argomento. Non le piace la trama del cerchio che si chiude. Oppure che i personaggi si tocchino troppo. Quello che cerca è “la pulsione verso l’alto”. Emma chiede agli attori di fare un gesto fino in fondo e cerca di scuoterli, di provocarli, a volte duramente, con aggressività. Questo rapporto violento è funzionale alla presa di coscienza e di responsabilità del gesto e della parola sul palcoscenico; spiega: “Significa diventare autori di quello che si dice e di quello che si fa. Altrimenti, l'attore è un disco, un replicante. Invece di essere l'elemento più importante del processo creativo. Poi, torno a casa e da sola rivivo la storia con tutti i fantasmi. Li devo vedere camminare davanti a me”.
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