LA MAMMA DEI CARABINIERI - ANTEPRIMA: PREFAZIONE DI RITA BORSELLINO
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PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE de La Mamma dei Carabinieri
di RITA BORSELLINO
 
"Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla". Questo diceva Novecento, il protagonista dell’omonimo romanzo di Baricco e Tim Tooney, il suo amico trombettista, la sua buona storia ce l'aveva ed era quella che custodiva con cura anche quando aveva perso tutto. Anche per Za Mimma, protagonista di questo delizioso romanzo “la mamma dei carabinieri”, è stato così. E la grandezza di questo scritto di Alessio Puleo e Filippo Vitale sta nella semplicità della narrazione, nella sua assoluta linearità, come se ogni lettore fosse quel “qualcuno a cui raccontare” quella storia perché sia conosciuta, ascoltata, vissuta e tramandata.
Con un’operazione di feedback Mimma, alias Domenica Lupo, ripercorre tutta la sua vita e dal nuovo millennio fa un salto indietro fino al 1920 quando la madre muore, uccisa da un tumore e da un sistema sanitario ancora impreparato per cui i tumori erano catalogati come mali incurabili, non c’era niente da fare. Mimma e le sue sorelle vengono così affidate ai nonni, Tano e Marianna coppia affiatata, legata alle tradizioni e alle consuetudini del quartiere. Marianna è la “mamma – nonna – patrona”, Tano è l’uomo di famiglia, maniscalco esperto, noto soprattutto tra i fantini del velodromo. Ma questa, insieme alla Magione con le sue vie, il grande carrubo e  le sue botteghe è solo la cornice, il contesto in cui si consuma la vicenda personale di Mimma ed anche la sua vita, la sua bellezza, le sue speranze. E, insieme, le amare convenzioni e l’assurdo impasto siciliano tra bene e male, tra legalità e mafia, tra felicità e sofferenza, violenza e amore. Un impasto che non risparmia nessuno, neppure uomini e donne di Chiesa pronti a barattare la morale con un superficiale moralismo, la pietà con la paura, la verità con la menzogna. 
Il messaggio che alla fine viene fuori dal racconto è comunque un messaggio positivo, un messaggio di speranza e di grande consapevolezza. L’affermazione profondamente vera che la forza dell’amore è l’unica che consente di sopravvivere anche alle vicende peggiori. Mimma nella sua vita subisce di tutto: il dolore della perdita dei genitori, il rapimento da parte di un mafioso che odia e che è obbligata a sposare per salvaguardare l’onore suo e della famiglia, la fine della sua storia d’amore, una vita di violenza e di segregazione, un’esistenza fatta di miseria, solitudine, e rischiarata solo dalla compassione di pochi e dal ricordo eterno di un amore appena assaporato. In una parola, rischiarata dalla “sua storia da raccontare”. Una storia che a centinaia di chilometri è anche la “storia da raccontare” di Giovanni, il brigadiere dei carabinieri di cui si era innamorata a 17 anni e che avrebbe voluto sposare. L’uomo con cui avrebbe voluto condividere tutto: dolori e felicità, salute e malattia. La sua vita.
Ma la “Mamma dei carabinieri” ha anche una storia nella storia. Quel suo essere appunto mamma di tutti i carabinieri e, in particolare, di quelli che dal 92 stazionano davanti alla casa di mio fratello Paolo per proteggere la sua famiglia. Anche questo ha vissuto Mimma. Ha vissuto le stragi di mafia e in quella tragedia ha riprovato un dolore antico che ha voluto trasformare, ancora una volta, in amore e in consolazione per mia cognata Agnese. Mimma da qualche anno abita di fronte a quella casa e, come si legge nel libro, ha ritrovato il sorriso. Insieme ai tanti, tanti “a cui raccontare la sua buona storia”.
 
 
 
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