IL SONNO DEL CANE - ANTEPRIMA
Notizie - Assaggi Letterari
Incipit Il sonno del cane 
 
La matita scivolò lungo il piano ricurvo di vecchiaia dello scrittoio di ciliegio, rotolando.
Intorno non v’era alcun rumore a depistarne il lento, continuo rullare.
Superata la linea d’equilibrio entro la quale sarebbe rimasta su quel tavolo, cadde in terra.
E continuò a rotolare. Sino al muso del cane, che non si curò di nulla.
I respiri lenti e profondi dondolavano il cilindrico pezzo di legno avanti e indietro sull’unico  mattone di quella stanza fissato alla buona, figurando una lenta risacca.
Spostò l’abatjour ad illuminare il punto intorno al quale approssimativamente aveva cessato la corsa quella matita. Alzò il capo e abbassò gli occhi oltre le minuscole mezze lune inforcate sul naso, e da lì guardò: vide soltanto il cane e ne sentì il peso del sonno.
Non vide nulla.
Aprì il cassetto centrale dello scrittoio di fronte a sé e ne tirò fuori un'altra, pescando con la mano tra tante, uguali matite.
Al diavolo. Sussurrò.
Tracciò infine quella correzione a “liuame” che necessitava di una q. L’avrebbe riscritto la mattina dopo. A quell’ora, sbirciata sull’orologio di fianco alla macchina, non ne avrebbe avuto la forza.
Si dannò del fatto che a quell’ora non avrebbe in realtà dovuto abbozzare alcunché, sapendo che prima o poi, per una qualche inconsulta distrazione, o per semplice difetto d’inchiostro, qualche lettera l’avrebbe di sicuro saltata o chissà cos’altro. Si levò dal tavolo perciò, scostando la sedia, e si diresse in cucina.
Dal tinello prese un bicchiere. Allontanò dal tavolo una sedia di modo che gli riuscisse di sedersi. Ad ogni singola cosa, diceva,  ad  ogni  singola cosa bisogna concedere tempo, com’è da farsi, del resto, con sé stessi. Anche allora, quasi per riverente osservanza, per un bicchiere d’acqua, non mancò di calma.
Si sedette, stappò la bottiglia di vetro verde sistemata al centro di quel tavolo, collassò la schiena sulla spalliera della sedia, versò, lentamente, dell’acqua, assaporandone il suono, il gorgoglio, mentre cadeva e mulinava dentro a quel bicchiere.
Dopodichè guardò la cerata a cercare il tappo, richiuse la bottiglia, la sistemò al centro del tavolo. E bevve.
Gli occhi, nel bere, gli si voltarono oltre il balcone, alla piazza sulla sinistra, e all’inizio del corso principale del paese.
La notte era da poco alta, un’anima oltre quel balcone non gli riuscì di vederla.
Chiuse perciò l’imposta interna e spento che ebbe la luce della cucina, ritornò nella stanza accanto.
Tirò via l’ultimo foglio di quella sera dalla macchina, si chinò a controllare lo stato della bobina e, soddisfatto che tutto fosse a posto, andò a dormire.
Le cose le fai troppo con calma. Gli fecero osservare una volta, quand’è che comunque era già vecchio e stanco.
La calma è l’unica cosa che dà il senso delle cose che un cristiano fa.
La calma conduce al pensiero, il pensiero alla riflessione, la riflessione all’agire secondo coscienza. Rispose.
Non ci metteva troppo tempo a rispondere o a pensare a rispondere. Diceva che da tempo, alla fin fine, la gente gli poneva sempre le stesse domande, riguardo a quanti in verità non mostravano noia nel parlarci, a turno magari o a seconda dei tempi che andavano a correre, ma sempre le stesse domande erano. E rideva, quand’è che ci pensava, per quelli che compensavano spese di fiato e per quelli poi che di fiato non ne avevano mai avuto. E per la questione in sé.
La redazione era oramai chiusa da quindici anni. Pensò.
Quindici anni e qualcosa. Quindici anni e qualcosa erano passati.
 
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