ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLA BELLEZZA DELLO SGORBIO - Antonio Giuseppe Valenti
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Alcune considerazioni sulla bellezza dello sgorbio

 

Si accende il propulsore: l’onda pulsante me lo dice, lenta a poppa a sciabordare come fosse agonia. Talché si toccano. Due sezioni contigue del parapetto all’avviarsi dei motori sussultano e i tubi sfiorandosi vibrano, facendo rumore di ferrovecchio. Il mio trasalimento, nell’apprensione dell’urtare mattutino. Oltre la balaustra che piange, là sull’altra sponda c’è la mia amante, distesa sul fianco: dorme ancora, non mi sa così vicino. Eppure, non abbastanza vicino perché il gemito delle transenne del mattino possa raggiungerla.

Il tempo di coniugare il futuro al presente ed eccomi qua. Senza sapere, né avere mai capito, il disegno viene ora a un senso, se non proprio a quadratura; e coperta una distanza – è discreta – della vita fino a una sosta che mi espone qua sconosciuto e nudo, la memoria è claudicante. Appena giunto ho ricevuto l’atto, che ho letto e sottoscritto. Sarà difficile, certo, per te che riposi altrove, immaginare nevi grattacieli, alte a muraglie e impossibili; o calarti in chi, sotto una minaccia verticale, volta fredda e scura, mentre è obbligato a ritenersi minima parte di un’immensa torva bruma, prevede questa vita e ne ricorda un’altra. Seduto al riparo delle tettoie, le cose all’ombra dello spiovente hanno lo stesso colore di quelle che vi sono oltre. Tra rovine di foglie cadute, in terra cerco ancora una foglia diversa, scorgo fianchi curvi di donne che nuotano tra macerie di fumo ad ampie bracciate e veloce, frattanto, la luna non è più sulle mie unghie.

Non ho dubbi che mi licenzierò senza la soddisfazione dell’aver compreso il senso di questa comparsata. Ne sono certo nella stessa misura in cui neppure immagino l’avvento del congedo: questo flusso, che io chiamo disegno interiore, mi segue da presso fin dai più fanciulleschi sussulti della mia coscienza, dapprima ignara per lo più e solo poi, giusto di recente ed a trascurabili tratti, assurta a tautologica faccenda. Certo è che le tracce fin qui raccolte si rivelano inequivocabili. Non che il mio scriverne abbia pretesa di codificazione da diario o illusione o idea di recupero e riemersione da testamento; viceversa ed evidentemente, scrivere di quei tratti pallidi ma precisi non ha per me un’utilità, eccetto quella di pretendere per me stesso, per la stessa mia coscienza, giustappunto scrivendone, che la presente manovra fornisca alla mia esperienza nient’altro che un tratto ulteriore. E ciò va fatto adesso, prima che il ricordo si disperda. Ora il disegno interiore va precisato, fintanto che ancora, oltre il capezzale sopra al letto io non scorgo la parete, ma un altro capezzale.

 

Antonio Giuseppe Valenti

 

 


 
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