Con gli occhi di un bambino. Così riscoprirai l’amore per il mondo attorno. Adesso sei avvilito credi che tutto stia andando in malora – che non ci sia rimedio, soluzione alcuna – che tutto sia marcio e guasto e vacuo e ingiusto. Ricordi? Com’era? I colori, i profumi, i sorrisi, i limoni… Tutt’altri sapori. Eppure anche prima, come ora, c’era chi s’arrendeva, chi non vedeva, chi ne era convinto ed avvilito compativa chi ancora non si rassegnava. Tu non li vedevi, come potevi con gli occhi di un bambino, ma vedevi i colori e i profumi e i sorrisi e assaporavi quei limoni. Devi tornare a guardare il mondo come quando avevi dieci anni, se vuoi tornare ad amarlo, se vuoi tornare ad amarti. Ricordi? Com’era?    La via che porta alla montagna dell’oblio me la ricordo bene. Durante le vacanze estive ci andavamo tutti i giorni in bicicletta con il nonno. Nonno la chiamava così, così come nonno chiamava carrozza con le ruote la sua automobile, angelo del talamo la nonna, fucina di vecchi talenti incompresi il bar dove soleva farsi il cicchetto in compagnia dei suoi amici fra una partita di tresette e l’altra… Era fatto così: gli piaceva enfatizzare, rendere epica la sua vita e ciò che la contornava e a me non dispiaceva. Mi faceva ridere, me lo ricordo, mi precedeva con la sua bici da strada dai manici ricurvi tutta ferro e viti e brontolava. Ora perché stavo troppo indietro, ora perché non la smettevo di chiedere cosa fosse ogni cosa che davanti mi si parasse, ora perché non la finivo di lagnarmi e chiedergli di fare una sosta carburante… L’acqua, il fermarsi per bere dalla borraccia, la chiamava sosta carburante o, nell’altra variante, il pit – stop dei sali minerali. A dieci anni ignoravo cosa fossero i sali minerali, ma lui era convinto che mi avrebbe insegnato molte più cose con le perifrasi piuttosto che con quelle parole tanto abusate nel quotidiano. E’ così che sono cresciuto: cercando sempre, nelle cose, l’altro significato e se non c’era lo inventavo io, enfatizzavo come il nonno. Non perché la realtà mi sembrasse già brutta, almeno non in quegli anni spensierati, ma perché mi sembrava molto più divertente ricamarci attorno che chiamare le cose per il loro vero nome. E così la scuola era la mia fucina di giovani talenti inconsapevoli, inespressi o non ancora conclamati, la mia casa era il luogo adibito al ristoro del cavaliere errante, cavaliere errante che naturalmente rispondeva alla mia persona, la mia bicicletta il possente destriero metallico e così via. A scuola le maestre dicevano che avevo una grande immaginazione ed io ne ero felice. Perché vedevo nonno felice ogni volta che glielo dicevano alle riunioni e perché volevo fare lo scrittore..    Avrei voluto fare lo scrittore da grande. Si, lo scrittore! E mi vedevo già all’opera, in una casa piena di libri stipati pure dentro i cuscini al posto della piuma d’oca, con la mia bella Olivetti Editor 4C elettrica, su un tavolaccio mal messo pieno di fogli sparsi fra altri corretti a penna, fra altri ancora stracciati o appallottolati.Â
 Daniele Angelucci
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