Navarra Editore su Facebook

Condividi
UNA VASTISSIMA PALUDE DI FANGO - Canino Francesco PDF Stampa E-mail
INCIPIT 2011 - RACCONTI

 

Una vastissima palude di fango

 

Lo spesso ago bucò pelle e vena. Poi tornò indietro, lasciando dentro di me la sua anima metallica alla quale si aggrappò una valvola di plastica. Quest’ultima fu collegata a un tubicino trasparente e aperto per lasciar passare il flusso della soluzione fisiologica. Mi sentivo inerme e violentato come un verme infilzato dall’amo. L’esistenza stava per darmi in pasto a un pesce grande e sgradevole dalla dentatura fitta e tagliente. Stava per darmi in pasto alla realtà forzata. Quella scelta da altri. Quella che per anni avevo plasmato e distorto a mio piacimento. Vivevo dentro un breakdown nervoso, avvolto da un’intossicazione pesante. Pagavo il conto per un mix di droghe leggere e pesanti, alcune costose e altre a buon mercato. A quel mix avevo aggiunto tante vicende di vita, spesso negative, molte create da me, tante decise da altri. Ricordavo d’essere andato a dormire qualche sera prima. Non ricordavo nessuno dei miei sogni. Ricordavo invece benissimo il risveglio. Mi ero addormentato sotto un cielo stellato, disteso sul prato d’erba del mio letto, cullato dalle sostanze alle quali ero avvezzo. Mi ero risvegliato sotto un cielo plumbeo, riverso dentro una pozzanghera del mio sudore, abbandonato e tradito dalle sostanze alle quali ero dedito ormai da anni, e dalla dura pasta del mio essere, sin lì, resistente a danni e intemperie. Di fronte a me, una vastissima palude di fango.Odore di disinfettante. Cotone idrofilo. Bottiglie trasparenti contenenti soluzioni di sodio o glucosio. La serranda della mia stanza quasi tutta abbassata. Caldo fuori. Freddo dentro di me. Le mie mani tremavano e sudavano. La mia mente vacillava sul rischio della sconfitta. La paura mi stava piegando, e nel farlo si accaniva con tutta la sua forza.Disorientamento. Voci. Facce che chiedevano come mi sentissi. Come avrei dovuto sentirmi? Bene... bene. Del resto, avevo soltanto smarrito il lume, avvertivo una paura fottuta, avevo un ago appeso al braccio e credevo d’essere sul punto di impazzire da un momento all’altro. Ero convinto d’aver perso il controllo su me stesso. Forse ero già impazzito. Avevo l’impressione d’esser dentro un incubo e che presto mi sarei svegliato. A tratti ero pervaso da una lucidità che pensavo di non aver avuto nel corso degli ultimi sette anni. Subito dopo sentivo che questa lucidità mi stesse dicendo senza mezzi termini che ciò che stavo vivendo non era un incubo, ma la realtà. Ero fottuto. Per il resto andava tutto bene.Mi guardai attorno scrutando ogni angolo della mia stanza, come stessi osservando un paesaggio mai visto. Mi resi conto che da quel primo risveglio nella palude erano già passati cinque o sei giorni. Giorni che avevo trascorso sul letto con un fiume limpido e freddo sparato in vena, salvo per quei pochi minuti svolti meccanicamente nel consumo di un veloce pasto o nell’espletamento dei bisogni corporali.Ogni tanto mi accorgevo della presenza di Caterina, la dolce, buona e materna ragazza che sopportò tra alti e bassi le turbolenze di quegli anni che andarono dalla maggiore età ai miei ventuno anni. Cercava sempre di tenere alto il mio morale. Tentava con tutte le sue energie di mantenersi leggera e allo stesso tempo rendere me meno pesante; ma lo sconto delle pene è sempre personale. Certo, Caterina mi fu d’aiuto. Altroché se lo fu. A volte era come un sorso d’acqua bevuto fugacemente da un ciclista impegnato in una scalata durante un giorno di luglio all’una del pomeriggio. Qualche giorno dopo cominciai a inghiottire gocce trasparenti e pilloline colorate. Una buona dose da cavallo di psicofarmaci per evitare che impazzissi o che rimanessi sveglio per quattro giorni di fila. All’inizio di quell’esperimento sul mio cervello ridotto a cavia, mi capitò spesso di assopirmi come dentro uno stato catatonico. Mi risvegliavo dopo ore con la sensazione di aver appena chiuso le palpebre per un paio di minuti. Trovavo Caterina al mio fianco, subito pronta a chiedermi di cosa potessi aver bisogno, mentre io con un’espressione ebete spostavo lo sguardo avanti e indietro dal suo viso allo schermo acceso del televisore che sembrava persino più stupido di me. Incredibile la quantità di tv che mi sorbii durante quei giorni. Non avevo mai guardato tanta televisione in vita mia. Diventai un esperto di serie tv americane.

Francesco Canino

 
* HOME - CONTATTI - NORME PER L'INVIO DEI MANOSCRITTI - LAVORA CON NOI - DISTRIBUZIONE - NOTE LEGALI - CERCA *