Navarra Editore su Facebook

Condividi
L'ULTIMA CORSA - Cannavò Tiziana PDF Stampa E-mail
INCIPIT 2011 - RACCONTI

 

L’ Ultima Corsa

 

C’erano i gabbiani, nel cielo. Planavano sul dorso del mare intingendovi ali grandi, protese come dita lievi in un’acquasantiera. I loro gridi ferivano le orecchie di un’alba neonata e innocente. Lontano, rispose l’urlo inter-mittente delle sirene.Beniamino strabuzzò i suoi occhietti miopi. Il profilo della nave da crociera si stagliava all’orizzonte simile ad uno spettro iridescente fluttuante fra le onde. Tutto intorno, piccole barche di pescatori,illuminate a stento dalle lampare, come lucciole danzanti nell’oscurità.Con la lenta eleganza di un pachiderma il piroscafo attraccò. L’uomo si sfregò le mani  spostando il peso del corpo sulla gamba buona. - Beniamino…Benì!...Benì!-- Eh? Chi fu? Chi è?– uno sguardo intorno, smarrito. La piazza era deserta. Forse era stato il soffio del vento di scirocco fra le foglie dei palmeti. O forse solo uno scherzo della sua mente derelitta. Chi mai conosceva il suo nome,ormai? Per tutti lui era solo lo gnuri,u sciancatu,per via di quella gamba. Se la trascinava dietro,come un’inutile zavorra,molliccia e inerte,una semplice estensione del suo corpo,amorfa però e priva di vita. Era stato per quell’arto malandato che,in gioventù, aveva perso l’unica occasione buona della sua vi-ta, quella che avrebbe potuto cambiargli il destino per sempre: un posto,come capostazione alle Ferrovie dello Stato. Si, perché, dopo aver superato tutte le fasi del concorso – con grande orgoglio di sua madre che già immaginava una vecchiaia senza più economie-proprio allora,quando se lo erano trovato davanti,i membri della Commissione Medica lo avevano guardato increduli e nella stanza era sceso un silenzio imbarazzato. Alla fine lo avevano liquidato con un caustico – Le faremo sapere – condito da un sorriso forzato e omologato stam-pato sui volti tornati impenetrabili. La lettera non si era fatta attendere.Scritta in bella grafia,con le consonanti che si innalzavano elegantemente quasi a voler superare i margini del foglio,in forma telegrafica,annunciava che“la S.V. Ill. ma è stata esclusa in quanto impossibilitata a compiere le regolari mansioni lavorative”. Seguivano i Cordiali Saluti a fungere da calmiere di ipotetiche nevrastenie e la firma illeggibile di un anonimo funzionario statale. Ora, se Beniamino aveva accolto la notizia con flemma  degna di  un monaco buddhista  e senza una sola lacrima…quanto ci aveva pianto sopra,invece, sua madre!Perché quella gamba,era stata lei a rovinargliela,tanti anni prima. Un giorno che Beniamino,ancora picciriddu si era mangiato tutte le ciliegie che lei aveva serbato per concludere il pranzo domenicale. Quel giorno aveva invitato la cognata,quella del Nord, che faceva la segretaria in un grande studio legale e portava i tacchi alti e la gonna di raso sopra il ginocchio.Aveva dato aria alle stanze, rifatto il letto e pulito i pavimenti: non voleva che la sorella del suo defunto marito storcesse il naso entrando in casa sua! Tutto era pronto:gli anelletti al ragù di vitello-il taglio migliore, mi deve dare-aveva minacciato il macellaio,una cotoletta panata e c’era pure la frutta. Avrebbe fatto proprio bella figura! Ora, invece, quel piatto colmo solo di ossicini e gocce san-guinolente le aveva fatto montare la furia nel cervello. Lo aveva scagliato contro il muro mandandolo in frantumi e le schegge,a milioni,si erano sparse per la stanza. Una, più grossa, si era conficcata nelle carni tenere della gamba di Beniamino,tranciando di netto nervi e tendini. Il sangue era schizzato prepotente e le grida materne,di orrore e raccapriccio,si erano fuse con quelle di dolore e smarrimento del bambino.I vicini,che la canicola teneva confinati in casa con le tapparelle abbassate,erano accorsi con impeccabile tempi-smo. E quando erano entrati,si erano trovati dinanzi la scena paradossale di gambe e braccia saldate in un contorto e confuso abbraccio,mentre la pozza di sangue denso si allargava sul pavimento. Li trascinarono così in ospedale,avvinghiati e confusi l’uno con l’altra, come bandoli aggrovigliati di una matassa. Ne erano venuti fuori solo una settimana dopo:lui con quella gamba,storpia e rinsaldata a forza,la madre muta, sprofondata in un silenzio malato,orbata di quella voce e di quelle urla che avevano causato la sciagura. Fu così che,più per disgrazia che per affezione, Beniamino si dovette ingegnare di far compagnia e alleggerire la vita a quella madre–proprio lei–che gliel’aveva complicata. E come avrebbe potuto trovare cuore di abbandonarla,muta e vedova? Ma basta. Si era piazzato al molo quando ancora era buio.Adesso,le ultime stelle punteggiavano il cielo e la città iniziava a svegliarsi. Carezzò il muso di Pancrazio che sbuffò aria calda e maleodorante dalle narici–Ci siamo quasi, ci siamo quasi, tieni pazienza,bello mio e,se la fortuna ci assi-ste,stasera qualcosa da mangiare ce la buschiamo!-Adagiò una zolletta di zucchero sulla mano umida e gliela offrì. Il manto dell’animale era lustro e la carrozza luccicava alle prime luci del giorno. Non ce ne erano più tante di carrozze così,in giro–questo Beniamino lo sapeva. A Palermo, carretti e carrozze, ormai non circolavano più da anni ma ai turisti piaceva rispolverare le vecchie tradizioni e fare un giro su quelle vetture démodé. Era un gradito diversivo, un vezzo cui, soprattutto gli stranieri, non volevano  rinunciare.La sua vettura poi,era davvero speciale.Il calessino era arricchito con vivaci cuscini in lucida seta e, in primave-ra,l’uomo si premurava di  disporre fiori su entrambe le sponde,come davanzali.I turisti godevano a crogiolarsi sotto gli spicchi del sole cocente nelle giornate estive. Ma, se per caso piove-va,Beniamino era pronto anche per quella evenien-za:sollevava il tettuccio della carrozza, sistemando una calda coperta  sulle loro gambe–Veh, vedete di apprezzarla eh?Questa la fece a mano mia nonna, quasi cento anni fa-e mostrava gli intagli armoniosamente disposti sul copriletto. E che dire di Pancrazio? Lucido e orgoglioso, col il manto screziato e il pennacchio multicolore, sbuffava aria e procedeva, sicuro e impettito come il cavallo di un im-peratore. Era stata per lui una fortuna il calesse malandato che la buon’anima del padre gli aveva lasciato. -Gnuri si nasce, non si diventa, mai te lo devi scordare-gli aveva detto con l’ultimo alito di vita quando lo aveva convocato,che ancora si succhiava il dito,al suo ca-pezzale. E lui non se l’era scordata… l’umile eredità di saggezza spicciola lasciata dal pover’uomo!

Tiziana Cannavò

 
* HOME - CONTATTI - NORME PER L'INVIO DEI MANOSCRITTI - LAVORA CON NOI - DISTRIBUZIONE - NOTE LEGALI - CERCA *