|
Contro l’ordine del tempo
Casualmente un giorno, due esploratori, stanchi di essere quello che gli altri vedevano, decisero di affrontare l’immensità dell’oceano, alla ricerca della terra perduta, l’isola dove spesso vivono le parti sconosciute degli esseri umani. Attraversarono così “l’oceano del linguaggio” mentre tempeste di fonologia, morfologia, sintassi, semantica, pragmatica e lessicologia si abbatterono con la loro immensa massa fluida sul loro fragile scafo di tasti cinesi rischiando di affondarlo, mentre tra le alte e scure onde affioravano minacciose le parti del discorso, come pescecani pronti a divorarli, tra saette di punteggiatura che illuminavano l’orizzonte dell’immensità. Navigarono per molto tempo tra i satelliti, rischiando di inabissarsi per sempre nella Fossa delle Marianne del fallimento, si arenarono più volte sulle secche del quotidiano e della diffidenza, perché cazzare la randa su di una barca di tasti cinesi ?´ Finché. dopo tempo approdarono sull’isola “Chenònce”. Fu cosi che sul finire dell'estate, dopo molte gallerie, il treno del mattino trasportò Cloe lungo la costa nella nuova città invisibile dell’isola di Chenònce, un’isola al centro dell’Oceano ad est di ogni terra conosciuta, dove il sole sorge prima di ogni dove e dove erano state edificate anche le città invisibili di Italo Calvino. Qui lo scrittore era venuto per visitarle fotografarle e raccontarle, insieme a Rudyard Kipling. Un luogo magico dove, anche più volte durante un solo giorno, gli esseri potevano mutare la loro esistenza, mutando l’aspetto ed il nome, oppure assumere due o tre identità o ruolo solo oltrepassando una porta. Cloe era una ragazza sulla trentina, dai tratti somatici vagamente orientali; con occhi chiari; capelli che, una volta lisci lunghi e castani, le erano diventati ricci e crespi come un mare spinto dal una libecciata improvvisa a causa di uno scampato naufragio, una danzatrice del deserto, anche se stava muta, seduta su di un divano indiano posto in bilico sui gradini. Amava andare in spiaggia per evadere dal suo destino e dipingere con gli acquerelli le nuvole e il mare, per sentirsi un po’ come Giove sull’Olimpo, e decidere lei chi far nascere e chi far morire entro i confini della sua superficie, tagliata nella tela della sua esistenza, per farlo ovviamente usava acqua salmastra, per trarne l’essenza. Dopo due settimane Cloe incontrò Esteban, il suo amico scultore che si era ritirato in Sardegna a scolpire le rocce rosse di Arbatax e per amare semplicemente i suoi uomini. Con Lui aveva condiviso molte avventure ed a ferragosto, con una telefonata, avevano deciso di resuscitare dall’oblio il loro vecchio sodalizio ed ora questa sua presenza, entro i suoi confini, era una vera dichiarazione d’intenti per lei, perché il corpo e la mente di Esteban erano disponibili per un nuovo viaggio, un dinamismo consapevole di ciò che si lascia e di ciò che si può scoprire. Si fece sera sia per Esteban, che per Cloe che, uscendo sul portico illuminato dalla pallida luce della luna, gli mostrò il prato all’inglese che curava personalmente, oltre alla collezione di orchidee; il resto era compito di Ivan il giardiniere. Ivan era un armeno strano ed incomprensibile, ma che a volte tornava utile. Nato nella valle del fiume Hrazdan, nella provincia di Kotayk’, aveva delle profonde radici contadine, quasi un po’ stupido e romantico, dietro le sue capre, nella valle, aveva imparato a conoscere le stelle, la natura, gli uomini, le stagioni, le donne che in fondo pensava non fossero molto diverse dalle capre: instancabili,piene di risorse, arrampicatrici, fertili ed ottime riproduttrici per la sopravvivenza della specie; peccato che hanno solo due tette pensava sempre tra se e se, le sue capre ne avevano sei ed era un piacere alla sera accarezzarle e spremerle per raccogliere il dolce e prezioso frutto del loro caldo e peloso corpo, una volta nella calda estate del 2013 sotto il sole cocente della valle, all’ombra del grande carrubo assediato dalle cicale, aveva provato a scrivere un racconto su di un mondo in cui tutte le donne avessero sei “tette”, ma furono tante le complicazioni che con i fogli di carta costruì delle barchette e quando andò ad abbeverare le sue amate capre, affidò le sue parole-barche alla corrente del fiume Hrazdan. Si narra che le sue parole siano state trovate sulla spiaggia di Kokkola in Finlandia, e potrebbe anche essere vero; in fondo tutte le parole sono barche ed in ogni dove portano qualcosa, se non si dissolvono prima nell’acqua e sempre che la lingua sia compresa. Il giorno dopo Ivan, stanco di potare le siepi e di come Cloe aveva accolto il suo passato, si ribellò, e si sostituì a lui attraversando la porta, mantenendo però il nome, così pensò sarebbe partito con lei, lasciando in malora le siepi che sarebbero cresciute libere, senza il loro barbiere. Svegliandosi, Ivan, il nuovo Esteban, le fece prendere il primo treno che li avrebbe portati a Passìon, una città senza capre, ma dalle improvvise piogge colorate, uno predominava su tutti ed era quello che Cloe preferiva, il neromarrone degli sfondi di Picasso, in cui ogni forma riesce ad animarsi, prende volume e contenuto, uno spazio scuro ma luminoso in cui tutto può essere il detto ed il non detto, il presente e l’assente. In realtà li spingeva la necessità di oltrepassare il limes del conosciuto per tentare di dare forma alla loro esistenza oltre il suo aspetto antropologico.
Giorgio Gristina
|