CONTRO L'ORDINE DEL TEMPO - Gristina Giorgio

 

Contro l’ordine del tempo  

 

Casualmente un giorno, due esploratori, stanchi di essere quello che gli altri vedevano, decisero di affrontare l’immensità dell’oceano, alla ricerca della terra perduta, l’isola dove spesso vivono le parti sconosciute degli esseri umani.  
Attraversarono così “l’oceano del linguaggio” mentre  tempeste di fonologia, morfologia, sintassi, semantica, pragmatica e lessicologia si abbatterono con la loro immensa massa fluida sul loro fragile scafo di tasti cinesi rischiando di affondarlo, mentre tra le alte e scure onde affioravano minacciose le parti del  discorso, come pescecani pronti a divorarli, tra saette di punteggiatura che illuminavano l’orizzonte dell’immensità. Navigarono per molto tempo tra i satelliti, rischiando di inabissarsi per sempre nella Fossa delle Marianne del fallimento, si arenarono più volte sulle secche del quotidiano  e della diffidenza,  perché cazzare la randa su di una barca di tasti cinesi ?´ Finché. dopo tempo approdarono  sull’isola  “Chenònce”. Fu cosi che sul finire dell'estate, dopo molte gallerie, il treno del mattino trasportò  Cloe  lungo la costa nella  nuova  città invisibile dell’isola di Chenònce, un’isola al centro dell’Oceano ad est  di ogni terra conosciuta, dove il sole sorge prima di ogni dove e dove erano state edificate anche le città  invisibili di Italo Calvino. Qui lo scrittore era venuto  per  visitarle fotografarle e raccontarle, insieme a Rudyard Kipling. 
Un luogo magico dove,  anche più volte durante un solo giorno, gli esseri  potevano mutare la loro esistenza, mutando l’aspetto ed il nome, oppure assumere due  o tre identità o ruolo  solo oltrepassando una porta.
Cloe era una ragazza sulla trentina, dai tratti somatici vagamente orientali; con occhi chiari; capelli che, una volta  lisci lunghi e castani,  le erano diventati  ricci e crespi come un mare spinto dal una libecciata  improvvisa  a causa di uno scampato naufragio, una danzatrice del deserto,  anche se stava muta,  seduta su di un divano indiano posto in bilico sui gradini. Amava andare in spiaggia per evadere dal suo destino e dipingere con gli acquerelli le nuvole e il mare, per  sentirsi un po’ come Giove  sull’Olimpo, e  decidere  lei chi far nascere e chi far morire entro i confini della sua superficie, tagliata nella tela della sua esistenza,  per farlo ovviamente usava acqua salmastra, per trarne l’essenza.
Dopo due settimane Cloe incontrò Esteban, il suo amico scultore che si era ritirato in Sardegna a scolpire le rocce rosse di Arbatax e per amare semplicemente i suoi uomini. Con Lui aveva condiviso molte avventure ed a ferragosto, con una telefonata, avevano  deciso  di resuscitare dall’oblio il loro vecchio sodalizio ed ora questa sua presenza, entro  i suoi confini, era una vera  dichiarazione  d’intenti per lei, perché  il corpo e la  mente di Esteban erano disponibili per un nuovo viaggio, un dinamismo  consapevole di ciò che si lascia  e di ciò che si può scoprire. Si fece sera sia per Esteban, che per Cloe  che, uscendo  sul portico illuminato dalla pallida luce   della luna, gli mostrò  il prato all’inglese che curava personalmente, oltre alla collezione di orchidee; il resto era compito di Ivan il giardiniere.      Ivan era un armeno strano ed  incomprensibile, ma che a volte tornava utile. Nato nella valle del fiume Hrazdan, nella provincia di Kotayk’, aveva delle profonde radici contadine, quasi un po’ stupido e romantico, dietro le sue capre, nella valle, aveva imparato a conoscere le stelle, la natura, gli uomini, le stagioni, le donne  che in fondo pensava non fossero molto diverse dalle  capre:  instancabili,piene di risorse, arrampicatrici, fertili ed ottime riproduttrici per la sopravvivenza della specie;  peccato  che hanno solo due tette pensava sempre  tra se e se, le sue capre ne avevano sei ed era un piacere alla sera accarezzarle e spremerle per raccogliere il dolce e prezioso  frutto del loro caldo e  peloso corpo, una volta nella calda estate del 2013 sotto il sole cocente della valle, all’ombra del grande carrubo  assediato dalle cicale,  aveva provato a scrivere un racconto su di un mondo in cui tutte le donne avessero sei “tette”, ma furono tante le complicazioni  che con i fogli di carta costruì delle barchette e quando andò ad abbeverare le sue amate capre, affidò le sue parole-barche  alla corrente del fiume Hrazdan. Si narra che le sue parole siano state trovate sulla spiaggia di Kokkola in Finlandia, e potrebbe anche essere vero; in fondo tutte le parole sono barche ed in ogni dove portano qualcosa, se non si dissolvono prima nell’acqua  e sempre che la lingua sia compresa.    Il giorno dopo Ivan, stanco di potare le siepi e di come Cloe aveva accolto il suo passato, si ribellò, e si sostituì a lui attraversando la porta, mantenendo però il nome, così  pensò sarebbe partito con lei, lasciando in malora le siepi che sarebbero cresciute libere, senza il loro barbiere. 
Svegliandosi, Ivan, il nuovo Esteban, le fece prendere il primo treno che li avrebbe portati a Passìon, una città senza capre, ma dalle improvvise piogge colorate, uno predominava su tutti ed era quello che Cloe preferiva, il neromarrone degli sfondi di Picasso, in cui ogni forma riesce ad animarsi, prende volume e contenuto, uno spazio scuro ma luminoso in cui tutto può essere  il detto ed il non detto, il presente e l’assente. In realtà li spingeva la necessità di oltrepassare il limes del conosciuto per tentare di dare forma alla loro esistenza oltre il suo aspetto antropologico.

Giorgio Gristina

 
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