OSCILLAZIONI - Pettinato Liliana

 

Oscillazioni


Ormai conoscevamo quel lento dondolio del capo con cui sin dal primo giorno si era presentato a  tutti noi. Il Segretario generale amava mostrarsi così, seduto dietro la maestosa scrivania, sulla poltrona di design. I piedi penzoloni, il sorriso ammiccante, le labbra piegate in quel prodigio mimico con cui riusciva a posizionare un angolo verso nord e l’altro verso sud, in una linea sinusoidale che emanava sarcasmo.Non abbiamo mai capito come ci riuscisse. Uno di noi sussurrò, in segreto, d’avere provato a imitarlo qualche volta a casa, davanti allo specchio, muovendo le labbra che invece si disponevano in un ghigno da paresi.Comunque, noi tutti, in assise di fronte a Lui restavamo muti a galleggiare. Qualcuno schernito, qualcuno irretito, altri in time out. Tutti in una sospensione da naufraghi. E Lui, guardandoci, aggiungeva “Cos’è questo silenzio? Dissenso?!”. E ci fissava socchiudendo gli occhi, le sopracciglia sollevate in una “v” rovesciata, quasi minatoria. La lieve oscillazione del capo da destra verso sinistra, da sinistra verso destra. Ci sembrava quasi di scivolare, poco alla volta, in un’ipnosi collettiva. Ma qualcuno, al chiuso dei propri pensieri, ricordava i padri della democrazia, sebbene qui ormai la loro voce risuonasse come una cornacchia sfiatata. Allora capitava che lo confidasse a qualcun’altro il quale, al momento di cadere in disgrazia, si appigliava al tradimento. Di soppiatto, nei corridoi del Partito, rasente al muro, si avviava verso la Sua stanza. Varcata la soglia, diventava poi semplice, quasi piacevole riferire a Lui le confidenze ricevute. In cambio  riacciuffava la salvezza. E Lui, pronto come una faina, coglieva al volo l’occasione. Prendeva provvedimenti esemplari, senza mai accelerare le oscillazioni del capo, e ristabiliva le regole. Noi, d’altra parte, speravamo di rassicurarci dinanzi a regole che non ci erano note, ma evidenti sì per le conseguenze. Così pensavamo che bastasse  scansare quegli errori, per metterci al riparo. 
E’ la fantasia che ci è mancata. E’ l’incapacità di cogliere per tempo la particolare flessibilità nel cambiare le regole in modo da riposizionarsi a discrezione. Le regole cambiano e non occorre renderle note ché già sono mutate.Chi era senza immaginazione non se ne accorgeva. Si atteneva a criteri già defunti senza intuire i nuovi. Poi correva incontro all’errore come un sonnambulo contro lo stipite di una porta.I più cauti respiravano appena. I più furbi si allenavano a equilibri mutevoli. Gli altri aspettavano il temporale. Lui governava col sorriso, dondolando il capo. Noi affioravamo a pelo d’acqua, senza voce. E sebbene il sole picchiasse sui tetti del palazzo, sostavamo in penombra.
Sembra lontano, ma è stato l’altro ieri che ci ha riuniti per preparare un importante discorso. Noi, il suo staff. Noi quattro gatti, già sterilizzati per non marcare il territorio. Noi grancasse, scarpe rasoterra, colpevoli tra l’altro d’essere in media un metro e settantacinque. Trentacinque centimetri di troppo, da scontare con deferenza. Le longilinee poi - se solo fossero state meno stupide - avrebbero fatto bene a camminare in ginocchio e a mostrarsi ammaliate. Così, l’altro ieri, noi quattro ombre basite abbiamo preso le consegne. Al suono del diktat Niente cazzate! e con il compito di moltiplicare la Sua gloria in vista del prossimo congresso.

Liliana Pettinato

 
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