| SOTTO I PORTICI - Pettinato Liliana |
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Sotto i portici
Vivo sotto i portici, davanti alla vetrina di un negozio di mobili. Di notte dormo con addosso una coperta che ho trovato ai piedi di un cassonetto. Willy, il cane, dorme con me. Di giorno andiamo per le strade della città, dove c’è gente, auto, luci, rumori. Dove tutti corrono.Vivo. Con il cane accanto. Qualcuno mi guarda, si ferma e mi molla qualche moneta. Preferisco sedere davanti alla libreria, lì sulla via principale del centro commerciale della città. Leggo. Mi piace. Il titolare ogni tanto mi lascia scegliere un libro e me lo regala. Quando gli uffici chiudono passa più gente. Molti guardano incuriositi, forse stupiti che io legga. Alcuni cercano di sbirciare cosa leggo. Quasi nessuno mi rivolge la parola e questo è un vantaggio perché alle parole ho rinunziato dieci anni fa. Uso quelle indispensabili quando non posso farne a meno. Per comprarmi da mangiare. Sarei anche rimasto nella mia città, ma lì molti mi conoscevano. Avrebbero preteso di farmi parlare o, peggio, di convincermi a tornare a una vita “civile” - come direbbe mio padre se adesso sapesse di me. Vive ancora lì. Ogni tanto gli telefono. Quando risponde resto in silenzio. Anche lui. Lo sento respirare. A volte mi pare di sentirlo singhiozzare. Cinque anni fa aveva i capelli brizzolati. Sono andato all’uscita dell’Università. Aveva appena finito la sua lezione. Ha sceso le scale della Facoltà portandosi dietro la borsa da lavoro. Una ragazza in jeans gli camminava accanto. Parlavano. Poi le ha stretto la mano e ha proseguito verso casa, a piedi. Gli piace camminare. L’ho guardato tutto il tempo da lontano. Lui non si è accorto di nulla. E se anche mi avesse visto, non avrebbe capito che ero lì per salutarlo. Da lontano è stato meglio. Sono andato verso la stazione. Strada facendo mi sono tolto la cravatta e l’ho buttata in un cestino di rifiuti. Più avanti ho lasciato la giacca appesa al fermo di una persiana. La cintura l’ho agganciata ad una ringhiera. I polsini d’oro di Lidia li ho poggiati sul primo davanzale che ho trovato. I persol li ho regalati ad un bambino che vendeva rose per la strada. Ho tenuto con me il portafogli con il contante, 170mila lire. Per ultimo, ho imboccato un vicolo, e lì ho preso l’accendino e ho bruciato il bancomat, la carta di credito, la patente e la carta d’identità. Uscito dal vicolo, dopo qualche isolato sono entrato in un negozio di articoli sportivi. Ho scelto delle scarpe comode e ho lasciato le mie. Il treno l’ho preso al binario tre. Lo ricordo bene perché ho incontrato Andrea che tornava da un viaggio di lavoro. Aveva concluso un affare importante. Un sacco di soldi, ha detto con tono da vittoria. Anche questa volta l’acquirente non si era reso conto dell’imbroglio. Aveva firmato il contratto a occhi chiusi. Ho aspettato di sentire quella fitta allo stomaco, la stessa da anni. Invece, niente. Non ho sentito niente. Quelle ganasce quotidiane che mi avevano intrappolato per anni, sembravano dissolte. Quel fetore che mi riempiva le narici dinanzi a ogni nuova furbizia era svanito. Lì, al binario tre, mi sentivo libero dalla costrizione delle parole che dicono sì, quando qualcosa dentro vuole dire no, non lo farò, non mi presterò ad una nuova truffa, non mi frega un cazzo della “salute” della Società, del mercato e della concorrenza, non contate su di me che ne ho piene le scatole di tutti gli escamotage, delle manovre al buio per “massimizzare i profitti”. No! Liliana Pettinato |



