DI COLPEVOLI CANDORI - Prina Cristina

 

Di colpevoli candori

 

Sembrava un matto. Camminava per strada, parlando da solo e gesticolando in modo scomposto. Il tono era basso e si intuiva la sua massima concentrazione nel ripetere, ossessivamente: “Siediti, Marta, devo dirti una cosa importante. Non mi interrompere e non arrabbiarti, lasciami finire”. A chiunque lo incrociava, veniva spontaneo guardarsi attorno, alla ricerca di Marta, per poi constatare che la donna invocata era solo nella mente di quel signore di mezza età che tanto si stava accalorando nel richiamare la sua attenzione. A quel punto, gli gettavano un’occhiata tra lo sprezzante ed il compassionevole e, dopo aver trattenuto una risatina di scherno, proseguivano il loro tragitto. Incuranti, i più. Vagamente pensierosi, alcuni. Brutto ridursi così – pensavano tutti. I matti, si sa, sono sempre gli altri.Giuseppe, intanto, continuava a camminare, parlando da solo.  Mancavano poco più di cento metri a casa sua e stava cercando di arrivare preparato all’incontro con sua moglie. Conosceva il carattere autoritario di Marta, il suo senso pratico che non lasciava spazio alla comprensione. Quindi, aveva paura della sua reazione. E’ sempre stata così, lei. Anche da fidanzati, mai romantica, mai dolce. Sempre a parlare di futuro, di progetti, di soldi. E io, idiota, a starle dietro senza mai una parola di protesta. L’aveva sposata dodici anni prima, non più giovanissimo. Lei, una bella donna di trentasette anni, libera e senza un lavoro stabile, viveva con i suoi e conduceva una vita anonima. Lui, a quarantatrè anni, era un single incallito alle prese con le  prime adiposità. I suoi amici erano ormai quasi tutti sposati e con figli quindi, sempre più spesso, le sue domeniche erano solitarie così come i suoi sabato sera. Decise così, senza decidere, di cercarsi una compagna per la vita. Una donna con pochi grilli per la testa. Conobbe Marta alla prima di una commedia brillante. All’uscita, entrambi soli, si scambiarono opinioni che li trovarono concordi. Un ottimo motivo per volerla conoscere meglio. Cinque mesi di appuntamenti, una vacanza insieme e convolarono a giuste nozze un pomeriggio di fine giugno. L’unione si dimostrò all’altezza delle tiepide aspettative. Possedevano caratteri diversi ma adattabili, a giuste dosi. Poca passione, qualche interesse in comune e una medesima visione borghese della vita. Quei dodici anni insieme erano trascorsi tra lavoro, qualche vacanza nei villaggi turistici, domeniche in gita fuori città e tanta, troppa televisione. Nessun sogno nel cassetto, nessuna ambizione. Quindi, nessuna aspettativa delusa. Serenità ed abitudine, le parole d’ordine. Neanche la nascita di Antonietta, la loro unica figlia di dieci anni, era riuscita a scalfire le loro certezze nè a modificare, se non minimamente, il loro quieto vivere. Come dirle, ora, del licenziamento? In quegli anni erano riusciti a risparmiare qualcosa, poca roba. Sufficiente appena per affrontare i primi sei mesi. “E poi? Come faremo?” – gli avrebbe chiesto Marta, con voce aguzza, tagliente. Gli rimbombava  nelle orecchie, ancor prima di sentirla. La prevedibilità di quella donna era imbarazzante. Si muoveva tra i suoi giorni come un soldato addestrato nel migliore dei modi. Nessuna variabile, mai. Giuseppe non era un sognatore o un uomo d’avventura ma a volte avrebbe avuto piacere di ricevere una sorpresa, di fronteggiare un imprevisto. Se non altro per dimostrare a se stesso e alla sua donna che lui era un combattente, un uomo di carattere. Invece niente. Lei, imperterrita, continuava a programmare, pianificare, eliminare problemi. Sembrava un netturbino esistenziale, dedito alla rimozione degli ostacoli sui quali avrebbero potuto inciampare. Encomiabile, ma tremendamente noiosa. Fu per questo motivo che Giuseppe iniziò a giocare a poker. Una mattina si trovava con alcuni colleghi d’ufficio durante la pausa caffè e si parlava di donne. La maggior parte di quegli uomini era sposata, si poteva riconoscerli dallo sguardo spento e le spalle leggermente incurvate ma anche dai pantaloni con la piega perfettamente stirata. Contrariamente ai single, che esibivano stropicciature da tutte le parti. Il prezzo della libertà, forse. Un costo non troppo alto che Giuseppe avrebbe pagato volentieri. Non lo avrebbe  ammesso pubblicamente ma, se fosse potuto tornare indietro, non si sarebbe sposato mai. Mai con Marta, almeno. Si parlava di donne, dunque. E della loro ossessione per l’ordine, la pulizia, gli orari e quelle cose che stressavano tutti loro. Sonore risate accompagnavano le battute su certe manìe femminili che Giuseppe, imbarazzato, riconosceva come tratti salienti del carattere di Marta. Sembrava quasi che la conoscessero e stessero parlando di lei. Un cliché vivente. Un prototipo da manuale. E lui, l’aveva sposata. Si sarebbe sotterrato per la vergogna. Quindi, quasi per sfida, si ritrovò a dire: “Ehi, ragazzi, ma se una sera di queste ci facessimo un bel pokerino, alla faccia di queste rompicoglioni?”. Dovette risultare convincente, dato che ottenne un improvviso silenzio e una decina di sguardi stupiti.“Perché no? – disse Flavio, uno di quelli sposatissimi – si potrebbe fare da te, Giulio. Almeno non avremo donne tra i piedi”.

Cristina Prina

 
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