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UNA VIA D'USCITA - Renda Antonella PDF Stampa E-mail
INCIPIT 2011 - RACCONTI

 

Una via d'uscita

 

Appena ho visto in quanti eravamo, per un attimo mi sono sentito male e mi è venuta voglia di scappare via. Eravamo veramente un branco di disperati uniti solo dalla speranza. Ma speranza di che? Il panico stava per bloccarmi quando ho sentito una mano sulla spalla spingermi con forza verso l’acqua e una voce impormi di camminare, che, anzi, dovevo ritenermi fortunato ad essermi imbarcato subito. Lo so che molti hanno dovuto ingoiare la rabbia e la delusione di parecchie false partenze prima di salpare davvero, ma che potevo farci io se mi sentivo solo e disorientato, in mezzo ad un coro di lamentele ed imprecazioni? Ho invocato Allah e persino  il Dio di cui mi ha parlato padre Carlo, quello della missione, che non so nemmeno che fine abbia fatto. Quando non hai più nessuna certezza chiunque possa infonderti il coraggio di trovare uno scopo in ciò che stai facendo e che ti sembra completamente insensato, è bene accetto. Certo uno di loro deve avermi ascoltato se la stessa mano che mi ha spinto verso la barca si è poggiata sulla mia testa e la stessa voce che mi ha quasi deriso per la mia “fortuna” ha cercato poi di consolarmi, assicurandomi che il posto in cui andrò è talmente bello da non farmi rimpiangere nulla della mia vecchia, schifosa vita. Ma a parte il fatto che ancora, dopo tutte queste ore di navigazione, non so davvero dove sto andando, come potevo immaginare che la mia vecchia vita faceva schifo? Avevo solo quella, non ne conoscevo altre, non sapevo che fossero più libere, come mi hanno detto. Ma che libertà è questa se ho pagato fino all’ultima goccia di sangue l’avere lasciato la mia casa per avere in cambio un posto su questa barca che dondola sull’acqua, mi sbatte il suo fondo duro sul sedere, mi anchilosa le gambe e mi fa gettare fuori la speranza fragile ed incerta insieme al piscio e al vomito? Guardandoci bene, nugolo di esseri umani schiaffeggiati dal vento e dal mare nero, forse abbiamo meno dignità di quella delle sardine pigiate in una scatoletta. Eppure se siamo qui, aggrappati a questa barchetta piccolissima è perché sappiamo, anzi speriamo, che la libertà ci sia da qualche parte. Lo abbiamo capito già da tempo, non da un giorno all’altro, come è sembrato a chi stava seduto sulla sua comoda poltrona e guardava le immagini della nostra rabbia, scorrere sugli schermi del televisore. D’altronde chi può essere così ingenuo da credere che la coscienza si svegli all’improvviso? E’ un serpente che striscia a lungo, silenzioso, nel sottobosco. Qualche foglia secca che scricchiola fa intuire, ogni tanto, la sua presenza, ma apparentemente tutto rimane fermo, immutabile. E’ vero, abbiamo dormito di un sonno profondo quanto la morte, perché qualcuno ci ha dato sonniferi potenti, ma non è riuscito, ugualmente, ad impedire alla luce di infiltrarsi prepotentemente attraverso le tapparelle sbarrate della nostra ignoranza.Nessuno dei miei familiari o nessuno che io conosca è mai uscito dal mio Paese. Eppure io e tanti ragazzi come me il mondo lo abbiamo conosciuto, perché ci è passato davanti, velocemente, rimpicciolito sui nostri computers. E quando abbiamo parlato tra di noi, gioiosamente, delle nostre scoperte, abbiamo condiviso la stessa sensazione: tutto quello che era diverso non ci sembrava affatto come ce lo avevano descritto, ossia come la personificazione stessa del male e della  perversione, ma, ma al contrario … come spiegarlo? Ai nostri occhi affamati di novità, tutto appariva leggero, come se fosse sospeso nell’aria, libero, tutto senza i legacci invisibili ma resistenti che avvolgono cose e persone, nel mio Paese.

Antonella Renda

 
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