I GIORNI DELLA COLLERA - Sole Giuseppina

 

I giorni della collera

 

- Giorgia sei tu? Sono Omar. Scusa ma è urgente! Tu e Martina dovete rimanere lì. Non muovetevi per carità! Qui c’è il finimondo. Piazza Tahir è invasa da centinaia di persone. Non immagini neanche …- Omar che dici? - risposi con un sibilo di voce.- Giorgia, non posso dirti altro. Fidati. Non muoverti per nessun motivo al mondo! - adesso la voce era accorata, sembrava stesse per piangere da un momento all’altro. La telefonata di Omar tuonò alle due del mattino nel pieno del sonno che mi aveva lentamente invaso dopo una sbronza insolitamente infrasettimanale. Eravamo a casa di Nanou, la mia amica marocchina. Le avvisaglie erano iniziate al Cairo, già due settimane prima quando un ragazzo si diede fuoco per protestare contro le malefatte del governo.  I miei amici autoctoni ne parlavano da giorni. Il malcontento durava ormai da tempo e la disoccupazione era alle stelle. Io mi reputavo fortunata. Laureatami l’anno prima inviai subito decine di curricula ovunque. L’unica scuola che mi offrì l’opportunità di un lavoro serio si trovava proprio lì: al Cairo. Considerando l’atavico problema dell’occupazione che affligge Palermo, pensai d’essere stata molto “culosa”, come si dice da noi. Certo un po’ lontano, ma, tutto sommato ero stata in Siria e in Tunisia negli anni precedenti per motivi di studio. Mi parve normale accettare subito quell’incarico propostomi da una delle scuole italiane esistenti in quella città.L’idea di lavorare in un paese di lingua araba, lingua che avevo studiato, mi eccitava. Amavo quella cultura così diversa dalla nostra. Avevo realizzato una tesi sull’influenza del dominio arabo sull’arte e l’architettura palermitana, quello studio mi fece amare ancora di più il sincretismo culturale che ogni volta trovavo negli angoli più nascosti della mia adorata Palermo. L’unico problema che mi posi era, ovviamente, Massimo il mio fidanzato ormai da tre anni. Con lui avevo condiviso tutto il periodo universitario, viaggi in Europa per diletto, nel mondo arabo per studio.Un connubio quasi perfetto che, ero certa, sarebbe sopravvissuto anche a questa intemperie. Ne avevamo passate tante. Cosa poteva rappresentare questa? Del resto lui era stato accettato presso una delle università di Londra. Alla fine del corso avrebbe avuto un lavoro serio, ben retribuito, con i contributi versati. Insomma, qualcosa che in Italia è considerata un’assoluta chimera. Ci salutammo con un bacio infinito il due settembre, certi di ritrovarci il giorno di Natale seduti allo stesso desco per rimpinzarci di caponata, cassata e cannoli. Avremmo trascorso insieme le vacanze natalizie e … insomma, nel giro di un anno avremmo avuto le idee più chiare per stabilire esattamente come avremmo costruito il nostro futuro.Del resto i nostri amici, tre coppie storiche che stavano insieme da svariati anni, sebbene stessero appiccicati trecentosessantacinque giorni l’anno, non potevano neanche lontanamente prospettare l’idea di un futuro. Noi, se non altro, potevamo immaginare di gettare delle fondamenta.

Giuseppina Sole

 
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