OGNUNO E' QUEL CHE E' - Tobia Guido

 

Ognuno è quel che è

 

Ognuno è quello che è. Anch’io sono quello che sono. Cu nasci tunno un po’ moriri quatrato (Chi nasce tondo non può morire quadrato). A questo pensava, a questo pensavo. Mentre coi fremiti nel petto e con le dita appoggiate sul volante esangui di adrenalina cercavo la strada dell’appuntamento di lavoro di quel pomeriggio. Avevo lasciato la mia ragazza due settimane prima. Ci eravamo lasciati, mi aveva lasciato. Adesso vagavo per le vie di una città a me sconosciuta sentendo il peso dei miei trent’anni come fossero sessanta. Mi tenevano in fila le ossa solo quel vestito di bel panno e il cappio della cravatta. Non era più il momento di chiedersi perché ci stavo andando. Ci stavo andando e basta. Ma in realtà non ero io quello che ci stava andando. Io non ci andavo mai. Scorrevano ai lati della strada principale nomi come “Via del sapere”, “Via della cultura”, poi più in là altre strade deturpate da palazzi senza  prospetto recavano le scritte dipinte di un rosso vivace “Via dello sport”, “Via degli atleti”. Era come se gli abitanti di quelle case abusive e grezze rivendicassero il diritto di far crescere i propri figli in quei budelli, dove avrebbero imparato a giocare a calcio e ad allenarsi in precarie palestre di pugilato per affrancarli da una schiavitù sociale, culturale, economica. Lo sport come bandiera dei poveri, dal Bronx alla Sicilia occidentale. Mi ci sarei fermato a parlare con loro, i poveri, piuttosto che andare dal cliente, per chiedergli com’è nascere poveri, o magari poveri e zingari che non sono solo fantasmi, ma mettono paura. Ma a me no. I fantasmi non mi mettono paura, i fantasmi non esistono. Neanche i cani randagi o gli ubriaconi fradici di via Mauro Rostagno, a due isolati sotto casa mia mi mettono paura. A questo pensavo, a questo pensava. Quando non stavo bene eravamo sempre in due a pensare: io e il mio alter ego. Avrei voluto fare lo scrittore ma solo quando avevo paura sul serio. Così mentre io e il mio corpo ci trascinavamo come vagabondi da qualche parte, lui la creatura, il personaggio sarebbe andato a spasso per me a esplorare continenti sconosciuti e a conquistare donne stupende. Quando stavo bene non pensavo a niente, lo scrittore non esisteva e delle donne stupende potevo pure fare a meno. 
Allenarsi, allenarsi a fregarsi da soli; questo lo sapevo fare benissimo, lo avevo imparato fin da piccolo, quando in casa nostra abitava anche mia nonna: trovavo sempre le scorciatoie per non risolvere i problemi, perché la prima a fregarmi era proprio lei. Mi ricordo che mi pungeva con un ago da sarta sulle mani, quando per un motivo qualsiasi le andava storto qualcosa, così mi costringeva a confessare che ero un bambino cattivo. Allora la smetteva.  All’età di cinque anni vedevo i mostri prima di addormentarmi; così chiamavo mia nonna che mi diceva “Chiudi gli occhi e dì le preghiere, che se non lo fai verrà il diavolo a trascinarti per i capelli”. Le preghiere, già le preghiere. Se poi il diavolo veniva di giorno, quando papà e mamma erano al lavoro, cazzi miei. Un ritornello che sentivo ripetere spesso era questo: “da grande devi fare l’ingegnere come vuole tuo papà. Se non farai l’ingegnere farai l’avvocato; se non sarai un avvocato sarai un dottore”. Io ero bravo a scuola, ma li odiavo tutti. Mi avevano fatto una lista così lunga di mestieri da scegliere che mi sembrava di non avere più scampo. Così mi rifugiai nell’hard rock e nella poesia cimiteriale. Scrivevo cose del tipo: “Il corvo dalle grandi ali scruta il tuo destino, verrà con la pioggia dell’inverno ad aprire le porte dell’inferno”. Il fatto è che ero depresso. Paura e depressione una miscela esplosiva. Loro mi agitavano ed io esplodevo come una molotov. Così gli rompevo qualche cosa in casa, che so una porta con un calcio, una vetrata. “Una volta finii al pronto soccorso perché lanciai il vocabolario di Greco contro il lampadario di ottone sopra la mia testa, quindici punti. È stata dura.

Guido Tobia 
















 
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