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Potevo partire
Il palco è dritto davanti a me. Un rombo di legno laminato ricoperto da moquette dozzinale tenuta insieme con una fila di chiodi regolare come la dentatura di un settantenne. Muddy Waters sta suonando la chitarra e cantando mentre il pubblico si dimena. Nonostante tutto sembri decisamente reale mi rendo conto che quel concerto lo sto sognando, sia perchè Muddy Waters è cadavere da un pezzo, sia per le tre tizie seminude che mi si strusciano addosso. Muddy Waters. Strizzo gli occhi e le ninfette spariscono insieme al palco e a tutto il resto. Il blues rimane. Cerco di aprire gli occhi ma le palpebre sono incollate. La sveglia non ha ancora suonato, quindi siamo nel cuore della notte o quantomeno dalle parti dell'alba, ma il blues c'è ancora e sento ancora la voce di Muddy Waters, cazzo. Strizzo ancora gli occhi e riesco a collegare finalmente il suono che sento alla suoneria del cellulare.
Qualcuno mi sta chiamando nel cuore della notte.
Grugnisco e cerco di mettermi seduto sul bordo del letto mentre quel bastardo non smette di squillare, mi stropiccio gli occhi con la destra e allungo il braccio sinistro verso il cellulare. Sul display lampeggia una scritta. "Loris", il mio capo. Faccio scivolare lo schermo verso l'alto e rispondo alla chiamata cercando di mascherare il tono di voce da oltretomba. Fallisco.
- Oddio, stavo dormendo, che cazzo è successo? Perché mi chiami a quest'ora di notte?
- Notte? Macchè notte, coglione! E' mezzogiorno passato, vuoi deciderti a venire al lavoro o dobbiamo aspettarti ancora per molto?
Da come aveva scandito "coglione" risultava chiaro che non avesse gradito la mia sorpresa, così come era ormai chiaro che la sveglia avesse effettivamente suonato e che io la avessi zittita.
- Cazzo... Cazzo! Non ha suonato la sveglia, non so cosa sia successo, sto arrivando!
Clic.
Scatto verso la porta del bagno, mentre calcio le scarpe fuori dalla camera da letto per avvicinarle alla porta e acchiappo al volo i vestiti che ho tolto la sera prima, lavo sommariamente i denti, cerco di dare una forma ai capelli infilandoci una mano in mezzo, mi arrendo al secondo tentativo, mi lascio scivolare dentro ai vestiti ed esco. L'ascensore è al mio piano, mi ci infilo e approfitto della discesa per darmi un'occhiata allo specchio. La riga del cuscino sembra una di quelle cicatrici che sfoggiano gli immigrati meno raccomandabili, cerco di farla andare via massaggiandola con le dita ma è troppo profonda. Se ne andrà da sola. Salto su un autobus mezzo vuoto e scendo dopo due fermate per poi sgusciare in metropolitana e percorrere il ventre di Milano per qualche chilometro. Supero il tornello e caracollo su un'altra sequela di gradini fino ad arrivare alla banchina. Il prossimo treno arriverà tra due minuti. Osservo i cartelloni pubblicitari fingendo interesse, poi passo a studiare la mappa dei trasporti pubblici finchè il vagone non arriva, fracassandomi le orecchie e vomitando un fiotto di fighetti vestiti da cazzoni, cazzoni vestiti da fighetti, giapponesi e modelle simil-anoressiche che sciamano sulla banchina della stazione. Tiro il fiato e mi incastro in mezzo al groviglio di arti sudati che lotta per non farsi espellere prima del tempo, con il gomito di un manager conficcato nel plesso solare e il non-so-cosa di non-so-chi che cerca di scardinarmi una vertebra dalla schiena. Mi spengo. Il sonno non è ancora svanito del tutto, il che mi conferisce un certo grado di insensibilità al dolore, e in quella posizione sono abbastanza compresso da risultare stabile, almeno finchè il manager o il non-so-chi non decideranno di scendere o di spostarsi in cerca di ossigeno.
Dario Parrinello
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