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CAPELLI E OSSA - Santoro Claudio - PDF Stampa E-mail
INCIPIT 2011 - RACCONTI

 

Capelli e ossa

 

Anche se era andato in pensione già da qualche mese, quell'orrenda abitudine di alzarsi alle sei del mattino gli era rimasta. Il tenente si guardava nello sbiadito riflesso della finestra di quell'anonima cucina con i mobili in compensato e notava com'era strano, dopo quasi quarant'anni, tornare ad avere i capelli lunghi. Vi passò una mano in mezzo e ne apprezzò la lunghezza e la corposità. L'esercito non li tollerava più lunghi di tre o quattro centimetri e da quando aveva terminato il suo servizio, aveva accuratamente evitato di tagliarli, curioso di scoprire l'effetto che avrebbe fatto.

Si riavviò quei suoi nuovi capelli cercando di far scomparire i segni del cuscino. Poi fu attirato dalla vista della signora dell'interno dodici che passeggiava un elegantissimo pastore tedesco. Anche se mal illuminata dalla pigra luce dell'alba, il tenente poteva comunque intuire che la donna doveva avere l'età di sua moglie, e come dimostrasse però almeno quindici anni di meno.

Come facevano le mogli degli altri a mantenersi così, si chiese.

Il tenente si spostò in camera da letto e si fermò sull'uscio della porta, poggiandosi sullo stipite. Si mise a guardare sua moglie nel letto, che distesa su un fianco, mentre gli dava le spalle, sembrava un grosso fagotto. Era sfiorita e pesava trenta chili in più di quando si erano sposati. L'unica cosa che condividevano era la passione per il vino a cena e per il whisky prima di andare a dormire.

- Gesù, come sei ingrassata, - si sorprese a sussurrare l'uomo.

La donna restò immobile. - Non è colpa mia, - mormorò. - Ho le ossa grosse.

Accanto alla donna, c'era Tatty, il barboncino bianco di lei dagli occhi piccoli, malvagi e parzialmente coperti dal pelo riccio. Con il tempo quel cane, sembrava aver sviluppato una sorta di simbiosi con la donna, ereditandone tempi, carattere, insofferenza verso di lui. E se all'inizio della loro convivenza il tenente non sapeva cosa pensare di quel ridicolo e buffo animale, adesso era certo di odiarlo. E il cane odiava lui.

Tornò in cucina e iniziò ad armeggiare con la caffettiera. La mise sul fuoco e si accese una sigaretta. Poi prese la sua vecchia macchina fotografica, una Yashica in ottime condizioni che aveva tirato fuori dallo stanzino appena il giorno prima, e se la rigirò tra le mani, lentamente. Aveva l'aria di uno che maneggiasse quell'oggetto per la prima vota in vita sua, anche se prima di entrare nell'esercito voleva fare il fotografo. Insieme a quella vecchia Yashica, aveva riesumato anche delle fotografie scattate in giovinezza. Ora poteva vedere come non fossero belle come se le era ricordate durante tutti quegli anni che non le aveva più riviste. Però riusciva a trovarci la passione di un tempo, l'ottusa ostinazione della giovinezza. Ci vedeva la vita.

Claudio Santoro

 
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