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"FULMINATI" DI ELIO CARRECA - ANTEPRIMA: LUDDISMO PDF Stampa E-mail
Notizie - Assaggi Letterari

Luddismo - Elio Carreca

 

Aveva messo ordine al subbuglio dei pensieri e adesso sapeva: doveva agire, non poteva più sopportare. Traversò la piazza con passo deciso. Chi lo avesse spiato, guardandolo dai balconi sbrecciati dei palazzi nobiliari decaduti ormai a deposito di rigattieri, lo avrebbe confuso senza sbagliare – coi tanti impiegati che, a quell’ora, contribuivano alla piena del rientro. L'uomo zigzagò ingobbito tra il traffico immoto, valutando ancora una volta i pro e i contro. La conclusione era empre la stessa: non avrebbe più accettato passivamente, il momento era arrivato. Si fermò sulla soglia di un locale
dall’insegna colorata, non per un improvviso ripensamento ma per sincerarsi d’avere ancora con sé, nella tasca interna
della giacca, un oggetto rigido e sottile. Poi entrò senza esitazioni. Lo accolsero un silenzio e una penombra consolanti, come in una sala di lettura. I pochi frequentatori non staccarono lo sguardo assorto dai monitor. Se anche fossero riusciti a risalire a quell’internet café, difficilmente qualcuno si sarebbe ricordato di lui. L’importante era fare in fretta. Sentì montare dentro una calma algida, lontana anni luce dalle frustrazioni accumulate fin lì. Si sentì libero, quasi onnipotente. Da una postazione appartata un pc aspettava di essere risvegliato. L'uomo sedette davanti al video, estrasse dalla tasca il quadrato di plastica nera e lo introdusse nella fessura della colonna di comando. Lo schermo gli rimandò una serie di flash colorati. Avviò la procedura, fu in rete. Determinazione, rabbia e una strana euforia guidavano i suoi gesti. Allegò al messaggio una serie di numeri: una trappola che avrebbe fatto entrare in coma il computer del destinatario. Digitò: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. e inviò. In un bit l'attacco virtuale aggredì le difese binarie del server all'altro capo della città, le aggirò e diffuse, crudele e corsaro, il veleno informatico.
L'uomo portò le mani giunte perpendicolari al naso, poggiò il mento sui pollici paralleli, respirò profondamente. Guardò fisso il video e immaginò la segretaria vestale del politico del nuovo corso scoprire indignata che la sacralità del super uomo era stata violata, il furore ridicolo di lui, il balbettio imbarazzato degli adulatori. Fu travolto da un’ilarità che trattenne con difficoltà. Si stirò, strizzò gli occhi irritati e fu di nuovo per la via, perso tra la folla anonima degli utili idioti che quella sera aveva vendicato.
 
Vecchio porco - Sandro La Rosa
 
Salve! Sono un amateur. Quello che vi sta davanti quando siete in fila allo sportello automatico per la vostra misera operazione da trenta secondi. Non state lì a chiedervi: chi è questo pazzo? Certo che mi conoscete: io sono quello che vi costringe a venti minuti di coda prima di consentirvi di prelevare cento euro o di pagare la rata del mutuo. Sì che mi avete individuato: non sono il giovanotto dall’aria
indaffarata e neanche la signora super efficiente. Sono un uomo, dico, piuttosto anziano per giunta. Ecco, sono proprio io. Non si direbbe che abbia tutte queste commissioni da fare. Non le ho, infatti. Io con la macchina del bancomat ho rapporti di tipo erotico. Sì, avete capito bene, ci faccio sesso.
Per questo mi piazzo davanti a lei, a gambe ben piantate, con tutta la parte superiore del corpo che incombe. Non per proteggere il codice segreto: per preservare la mia intimità.
Vado matto per quelle giovani e carine entrate in funzione da poco, per la loro tastiera pulita e la piccola capote azzurra così seducente. È che alla mia età l’unica cosa dura che mi è rimasta, a parte la schiena, è la tessera del bancomat. Ma riflettete: che diavolo me ne faccio di una colonna rigida? Al massimo va bene per scroccare una TAC. Invece la carta sembra fatta apposta per essere inserita in quella fessura. A pensarci bene, è fatta apposta. Sapeste com’è eccitante tirarla fuori dal suo involucro, appoggiarla appena all’adito e sentirla sfuggire tra le dita, trascinata dentro quel ventre delizioso da un meccanismo vorace e ben lubrificato. Quanto è piacevole titillare la tastiera, percepire i fremiti le vibrazioni i gemiti, sentirsi chiedere desidera prelevare desidera lo scontrino desidera… desidera… desidera…
Che consolazione provo nel sapere con certezza che tra poco sarà possibile fare un’altra operazione! Non la penetro mica una sola volta! Sarei un pazzo a non approfittare del mio turno. Al diavolo tutti voi che mi state dietro impazienti di tornare alle vostre miserabili occupazioni mentre io la metto dentro per avere l’estratto conto - anche se so che la pensione arriverà solo tra venti giorni - e di nuovo per la lista dei movimenti - anche se non ne faccio uno dall’ultima visita al supermercato - e poi per prelevare pochi euro e ancora per ricaricare il telefono cellulare e ancora… ancora… ancora… Finché un orgasmo non ha squassato la mia vecchia carcassa come le tempeste squassavano la carena del Pequod. Solo allora mi costringo ad andar via, non prima di aver gettato uno sguardo obliquo e soddisfatto alle vostre facce contorte dalla rabbia e aver goduto di un piccolo orgasmo supplementare. Per vostra fortuna non sono geloso.
 
Vado pazzo per le vacche - Antonio Musotto
 
La station wagon segue le curve della strada di collina. È facile, basta seguire le indicazioni per la clinica, ha detto il dottor Angelo F. quando l’ho chiamato l’altro ieri dal giornale.
Il redattore capo mi aveva detto: Vacci tu, Antonio, che hai dimestichezza con i medici. Secondo lui il fatto che io  abbia un fratello dottore mi qualifica a penetrare la psiche di tutti i medici del mondo. Peraltro mio fratello svolge un oscuro ruolo di funzionario al ministero, e non vede un malato dai tempi dell’università. Il giornale per cui lavoro, il Gazzettino della Zootecnia, mi manda spesso a visitare allevamenti modello, generalmente condotti da individui che, a furia di stare vicini alle loro bestie, a un certo punto ne assumono le fattezze. Sono curioso di conoscere questo famoso chirurgo allevatore. Arrivo al cancello, sporgo un braccio dal finestrino, premo il pulsante del videocitofono: Sono Antonio M. il giornalista del Gazzettino della Zootecnia.
Subito i battenti si aprono, guidati  silenziosamente da braccia elettromeccaniche. Il dottor Angelo F. è sul prato, seduto sotto un gazebo bianco, Appena vede arrivare la macchina lungo il viale, si alza e mi viene incontro. Ci presentiamo. La sua stretta di mano è forte, leggermente  disumana. Lo guardo negli occhi e ci vedo riflesso il prato. Vado subito al sodo: devo partire per il weekend e vorrei andarmene presto, per scansare traffico.
Sparo subito la domanda: Dottore, mi dica di questa sua passione.
Vado pazzo per le vacche, di tutte le razze, di tutti i colori, che siano al pascolo o in una tiepida stalla, confortato dalle luci basse e dal quel morbido materno odore di latte e merda, amo le vacche, dice.
Ho acceso il piccolo registratore digitale, lui guarda alternativamente il led lampeggiante, il prato e me. Mi sono specializzato in America, faccio il chirurgo, lavoro la notte, la mia segretaria lo sa, prende gli appuntamenti per le visite e le operazioni solo dopo le 20, fino a quell’ora non voglio essere disturbato, esistono solo loro, le mie creature preferite, dice. Ricordo che da piccolo chiedevo a mia madre da dove venisse il latte, e lei mi rispondeva: ma sono le mucche che ce lo portano, Angelo mio, e io sognavo che, durante la notte, venisse una mucca - la mia mucca personale - a portare la bottiglia di latte sul pianerottolo di casa. E così ho fatto costruire la mia clinica vicino ad una fattoria, con un grande prato intorno, in cui loro possano pascolare, accovacciarsi a ruminare, riposare, farsi mungere nella stalla che hanno realizzato dei tecnici specializzati che ho fatto venire apposta dalla Svizzera: le mie vacche non devono avere nessuno stress. C’è chi si butta in mare per dare da mangiare agli squali, chi sta ore e ore appollaiato su una roccia con un binocolo in mano per guardare il volo delle aquile; io ho desideri più semplici, mi basta trascorrere la mia mattinata nella
fattoria, guardando le mie mucche, e riempirmi di felicità quando mi accorgo che, chiamandole con il loro nome, si voltano, e mi salutano. Certo, mi salutano agitando la coda, è il loro modo molto personale di dire ciao, e il mio cuore si riempie di gioia. Ho fatto il giro del mondo per trovare gli esemplari che mi servivano per arricchire la mia collezione, possiedo degli animali rarissimi, ho assunto due veterinari che me le curano, con i migliori mangimi e tutte le attenzioni che
sono necessarie.
Angelo F. è un chirurgo di successo, il suo nome circola negli ambienti medici come uno che sa il fatto suo, si è costruito potere e successo lontano dal policlinico e per questo è invidiato e temuto, e anche molto chiacchierato. Si ferma un attimo, mi versa, senza chiedermelo, del latte freddo, ne beve anche lui, posa il bicchiere di plastica verde, inspira profondamente, ricomincia a parlare: La notte, invece, opero nella mia clinica. Faccio soprattutto chirurgia vascolare, rappezzo ferite, impianto protesi vascolari, opero spesso pazienti che mi vengono indirizzati dai reparti di dialisi, per loro realizzo con una tecnica innovativa delle fistole arterovenose. Ceno alle 18.30, faccio una sauna, una buona doccia, un massaggio, prendo le mie compresse e alle 20 sono pronto per le visite
e per la sala operatoria. Ho un metodo mio per selezionare i pazienti, non rifiuto nessun ammalato, e loro sanno che potranno avere il massimo da me se si attengono al mio modo di lavorare. I primi interventi sono quelli in cui la mia parcella è più alta, sono riposato, concentrato, la riuscita sarà sicuramente perfetta, e si sa, c’è chi è disposto a pagare di più pur di avere la perfezione. Quando le compresse iniziano a fare il loro effetto, il sonno scompare, la mia attenzione si moltiplica, le pupille si dilatano, i movimenti diventano veloci e non posso tollerare che chi mi sta accanto abbia i riflessi lenti. Così anche le assistenti al tavolo operatorio devono prendere le compresse; un giorno una di queste stronze mi ha accusato di drogarla, di stare rovinando la sua vita, e mi ha denunciato al procuratore della repubblica. Improvvisamente il suo sguardo si accende di una luce algida, da lampada scialitica: La stupida non sapeva che io avevo operato gratis la madre del procuratore, e il caso è stato chiuso. Ora lavora alla cassa del supermarket. Io non l’ho più vista, non ci vado al supermarket, me lo ha raccontato Samir, il cameriere. Si ferma, per rispondere ad una chiamata al cellulare: poche battute secche, continuando a guardare il prato. Poi: In questi giorni il prato è bellissimo, e io mi diverto a stendermi accanto alle mie vacche che ruminano o riposano. È verdissimo, l’irrigazione automatica è la stessa dei campi da golf, non bado a spese, e l’erba è sempre pulita, perché ci pensano i pachistani o i negri a togliere via la cacca delle mucche, a lavare subito l’erba e spruzzare un prodotto che non la fa seccare, e quindi chiunque può stendersi a guardare le vacche sul mio prato. In effetti non invito quasi mai nessuno, ho scoperto che le donne non amano le vacche, chissà forse sono gelose delle loro grandi tette, e il latte delle donne non è così buono come il loro. E allora non ho bisogno d’altra compagnia, loro muggiscono e il mio cuore si riempie di gioia. Qualche notte fa ho operato un tizio, uno che mi ha fatto degli assegni postdatati che poi sono risultati scoperti; era uno degli ultimi interventi della notte, l’effetto delle pillole stava per finire, mi è scivolato il bisturi e gli ho reciso un’arteria, avrebbe potuto crepare ma non è morto, la sala operatoria si è ridotta una schifezza, piena di sangue, e ho dovuto operare gli altri nella sala numero due, che era pulita e pronta per l’indomani. Che spreco. D’altro canto lo sapeva bene: per gli ultimi interventi mi faccio pagare di meno perché qualcosa potrebbe non essere perfetta, sono umano, la stanchezza si fa sentire. La moglie del morto di fame è venuta a minacciarmi che mi avrebbe denunciato. Faccia pure, poco tempo fa ho salvato la figlia del questore. Oggi è successo un fatto spiacevole, che mi ha molto turbato, tanto che ho detto alla segretaria di annullare tutti gli interventi di stanotte, non sono sereno. È successo che ho scoperto uno dei nigeriani che inveiva ad alta voce, sicuramente diceva delle brutte parole nella sua lingua schifosa, contro Mammina, la mia vacca preferita, una piacentina, e ad un certo punto ha pure tentato di darle un calcio. È intollerabile che si comporti in questo modo dopo che l’ho accolto alla fattoria, dopo che lo faccio dormire nel fienile vicino la stalla, dopotutto al suo paese dormiva sotto le stelle o sotto qualche foglia di palma; gli pago persino uno stipendio e gli permetto di mangiare vicino alle mie vacche. Il suo compare ha capito che ero furioso e si è defilato subito, invece questo negro ha avuto pure il coraggio di dire ghe non essere vero, ghe non volere golbire Mammina; io le bugie non le sopporto, e l’ho licenziato, gli ho detto vattene da questa fattoria, e subito. Lui mi ha risposto du essere bazzo. In fondo ha ragione, sono pazzo per le vacche.
 
 
 
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