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MARGINI n.4 - ANTEPRIMA PDF Stampa E-mail
Notizie - Assaggi Letterari

Editoriale di Gian Mauro Costa - Apocalittici o conviviali 

Ti posso chiedere una cosa? Sì, certo. Noi moriremo? Prima o poi sì. Ma non adesso. E stiamo sempre andando a sud. Sì. Per stare più caldi. Sì. Ok. Ok cosa? Niente. Così. Adesso dormi. Ok.

Essenziale, crudo. E drammatico, affettuoso. Dialoghi scarni ma intensi quelli tra padre e figlio protagonisti de La Strada, l'ultimo libro di Cormac McCarthy. Il ragazzino non pone certo quesiti retorici o esistenziali. Il suo interrogarsi sulla morte è solo una legittima, opportuna, istanza dettata dall'istinto di sopravvivenza. Destinato a morire, anzi già morto, è infatti l'intero pianeta sulle cui strade desolate padre e figlio percorrono un cammino non iniziatico, non di speranza né di disperazione, semmai di cieca rassegnata adesione allo scorrere naturale della catastrofe. Non sappiamo cosa è successo alla Terra, ma sappiamo che è successo. Non sappiamo quanto ci è voluto perché accadesse, ma sappiamo cosa sta significando per coloro che sono rimasti. Cercare un improbabile sud di una geografia i cui punti cardinali sono stati stravolti, contare le pietre miliari della strada come un count-down dell'agonia, scommettere sulla propria vita attimo per attimo, respiro su respiro in un ambiente peggio che ostile: ndifferente, tragico, grigio, dove ogni animale, ogni foglia ancora vitali sono soltanto una sfida effimera. E dove forse è meglio sperare di non imbattersi in altri esseri umani, ancora una volta, loro, e chi se no, i più pericolosi. Si torna a parlare prepotentemente, inevitabilmente- come un'angoscia troppo a lungo repressa e smaniosa di traboccare- di catastrofe, di apocalisse, di fine del mondo e dei tempi. Lo fa la letteratura (il libro di McCarthy ha venduto milioni di copie negli Stati Uniti e anche in Italia è stato un successo), lo fa il cinema, con pellicole come "28 settimane dopo" e "Io sono leggenda". Poco importa se in qualche caso la visione della fine di tutto avvenga in soggettiva, attraverso una narrazione più o meno intimista, rispetto alla mera cronaca dei "fatti" che contraddistingueva numerose opere del passato.
Al centro c'è Lei, la Grande Morte, con la quale fare i conti, dalla quale essere convocati per la resa finale del Giudizio Universale. Appuntamento al quale l'umanità si presenta tutta col marchio della colpa per avere tradito le regole di convivenza con la Madre Terra. A questa dolente riflessione sul destino individuale e collettivo non sono estranei certo i dibattiti, le osservazioni sullo stato di salute del pianeta. Dalla moria inarrestabile di palme nel giardino di casa nostra al mastodontico scioglimento dei ghiacci artici, l'ambiente mostra i segni febbrili di un male troppo a lungo dolosamente sottovalutato e per il quale non sono state certo applicate le decantate virtù della prevenzione, e neanche dell'intervento sintomatico. Non è un caso che proprio dagli Stati Uniti, su cui pesa in tandem con la Cina la responsabilità del mancato primo accordo di Kyoto, arrivino i messaggi più lugubri e le anticipazioni di quella "scomoda verità" che ha fruttato ad Al Gore un Oscar e un Nobel. Ma proprio dall'America, paese capofila del capitalismo, del consumismo, e poi anche dello sviluppo sostenibile, arriva oggi, un diverso, per molti versi sospetto, approccio allo scenario del grande degrado del pianeta.
Torniamo, per spiegarci meglio, a "Io sono leggenda". Rispetto al testo al quale è ispirato, l'omonimo romanzo cult di Richard Matheson, il film presenta dei cambiamenti sostanziali. Non si tratta qui di discutere sulle libertà creative del regista e sui comprensibili "ammodernamenti": la musica ascoltata dal protagonista - l'unico sopravvissuto in un mondo popolato ormai da quei vampiri o zombies nei quali si sono trasformati gli esseri umani a causa di una misteriosa pandemia - non è più quella classica ma il reggae profetico di Bob Marley, lo scenario non è quello di una cittadina di provincia ma il più suggestivo teatro di una New York deserta (anche il precedente film tratto da "Io sono leggenda", "Occhi bianchi sul pianeta Terra" aveva adottato lo stesso espediente spettacolare) dove frotte di canguri saltellano impazziti sui tetti  delle auto abbandonate in un grottesco ingorgo di fantasmi e così via… No, qui, nel film, i cambiamenti vanno al cuore stesso del romanzo di Matheson e lo fanno virare verso tutt'altra direzione. Robert Neville, il protagonista, è rimasto solo a combattere contro i nuovi vampiri, perché l'umanità è rimasta vittima del progresso, del suo trionfalismo scientifico senza limiti. Il film di Francis Lawrence parte con l'annuncio dato in tv da una ricercatrice che finalmente è stato trovato il modo di debellare il cancro, che è pronto un vaccino che permetterà all'uomo di superare uno dei maggiori ostacoli alla sua immortalità. Il vaccino si rivelerà presto un virus devastante e contagiosissimo capace di trasformare gli uomini dell'era tecnologica in primitivi assetati di sangue, mossi da una cieca aggressività e condannati a vivere nelle tenebre, metaforiche e reali, e cioè negli anfratti più cupi della metropoli dai quali usciranno di notte solo per soddisfare il loro impulso alla distruzione. Neville, l'uomo assediato di Matheson, la sfida individualistica al Nulla portata avanti solo con la sua mera ostinazione a vivere, nel film diventa lo scienziato che vuol portare a termine la sua "missione": trovare l'antidoto salvifico. E che di "missione" si tratti lo rivela senza mezzi termini una giovane donna che appare proprio nel momento in cui Neville sembra arrendersi allo sconforto e al suicidio. Dio, dice la donna, mi ha indicato che dovevo venire da te. Lo scetticismo ateo di Neville è pronto per la conversione, per la redenzione. Troverà il vaccino, ma dovrà sacrificarsi. E spetterà proprio all'"inviata di Dio" portare la fiala della rinascita dell'umanità all'ultima colonia di sopravvissuti che, a dispetto delle precedenti convinzioni di Neville, esiste davvero. La sceneggiatura di "Io sono leggenda" sembra essere uscita dalle stanze alte del Vaticano. Quasi a supportare vigorosamente l'anatema ratzingeriano a una scienza non supportata dalla fede, a un destino dell'umanità segnato dal progressismo senza limiti, senza la deriva salvifica della religione. Qui Dio ritorna alla sua veste più arcaica e minacciosa da Vecchio Testamento, pronto a punire dolorosamente le sue creature che hanno imboccato la strada presuntuosa dell'autosufficienza, della pretesa blasfema dell'immortalità. L'Apocalisse torna al suo archetipo "apocalittico", millenarista, flagellante e autoflagellante.
Ogni evo di passaggio, ogni epoca storica di grandi malesseri e grandi trasformazioni, non è il caso di sottolinearlo, ha assistito all'impeto delle ondate catastrofiste. Per andare a esempi a noi storicamente vicini, nel '68, accanto all'analisi marxista della società e della realtà, c'era pure (sì, c'era, anche se spesso misconosciuto, sotterraneo, underground) un diverso atteggiamento critico e contestativo, ora ferocemente grottesco, ora nichilistico, ora parossisticamente allegro, ora iconoclasta e anarchico. Ma da quelle parti, il sentore della fine dei tempi annunciava una condanna laica e radicale del modello di società vigente, una negazione totale dei valori del consumismo e della produzione a ogni costo.  Alimentata dalle grandi folgorazioni socio-filosofiche della fantascienza degli anni cinquanta-sessanta (il romanzo di Matheson, tra l'altro, è datato 1954) quest'anima libertaria ha dato nel mondo prodotti differenti in campi diversi. Dai movimenti hippies americani improntati al pacifismo, all'ecologismo e a una nuova lettura di Thoreau (interessante, a proposito, l'ultimo film di Sean Penn "In to the wild", tratto da un episodio di vita reale, nel quale un giovane rifiuta il modello consumistico-borghese cerca la sua vera identità nella natura ancora per poco incontaminata dell'Alaska) alle rielaborazioni europee più o meno ideologizzate. In Italia, Liliana Cavani ne "I Cannibali" rivisita il mito di Antigone e descrive una Milano in mano a un potere feroce che dissemina le strade, a fini educativi e dissuasivi, dei cadaveri degli oppositori al regime. E Marco Ferreri nel suo "Il seme dell'uomo" affronta proprio il tema della fine del mondo e dei sopravvissuti a una catastrofe nucleare con un "messaggio" esattamente opposto alla versione ratzingeriana di "Io sono leggenda".
Qui, nella coppia dei superstiti, l'uomo vuole ottusamente perpetuare la specie, la donna (alla quale vanno le dichiarate simpatie del regista) si rifiuta e si batte a sua volta per l'azzeramento del genere umano. Dissacratori, provocatori, i profeti del Nulla del '68 e di tutti i tempi, si affidavano all'iperbole, alla negazione assoluta, per rifondare individuo e collettività. Nessuna ricetta ammantata di miele, nessun arroccamento nei vecchi dogmi, nessun agitare di spaventapasseri.
Adesso, nel dibattito ecologista dei giorni nostri, si aggira nuovamente lo spettro di un pensiero forte dell'apocalisse, del catastrofismo imminente e immanente che genera nei fatti o un neo-misticismo conservatore o un'accidia qualunquistica o un pragmatismo opportunistico che affida alle grandi industrie e alle istituzioni economiche mondiali la possibile conciliazione di sviluppo e salvaguardia dell'ambiente. Altrove, personaggi come Serge Latouche ricordano invece che lo sviluppo sostenibile è come l'inferno lastricato di buone intenzioni e indicano nella decrescita conviviale, nella volontaria riduzione dei consumi, l'unica via d'uscita possibile. La nascita di un nuovo progetto di vita individuale e collettiva, di uno sviluppo armonico e non cannibalesco delle società, di un ambiente risanato, ha bisogno non solo di informazioni adeguate ma di una nuova cultura delle differenze e del rispetto. E di un nuovo linguaggio, diverso dalle parole sulfuree dell'Apocalissi.

Ti posso chiedere una cosa? Sì, certo. Noi moriremo? Prima o poi sì. Ma non adesso. E stiamo sempre andando a sud. Magari. Per stare più caldi. Forse. Ok. Ok cosa?
Niente. Così. Adesso Svegliati. Ok.

Gian Mauro Costa 

 
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