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Prefazione e Introduzione di Contravveleno 

 

PREFAZIONE

Negli ultimi quindici, vent’anni almeno, non si è fatto altro che parlare di crisi del teatro, più o meno artatamente e più o meno falsamente, non volendo ammettere che si è venuto a creare, quanto soprattutto al panorama siciliano, un vuoto non solo di interpreti, ma soprattutto di autori, di scrittori teatrali con idee chiare ed originali.
Questo quadro a tinte oscure continua costantemente ad essere avvalorato dal fatto che le attenzioni delle varie produzioni teatrali ad altro non si rivolgono, per la maggior parte dei casi,  che al repertorio classico, da Pirandello a Martoglio, quando non attraversano banalità, opera di improvvisatori poco interessanti, nei casi più fortunati.
Rino Marino rappresenta l’eccezione che conferma la regola. Mi sono sentito, pertanto, oltremodo gratificato dalla richiesta di stesura di una prefazione alla prima edizione di una raccolta del suo teatro, sentimento che ho provato dopo la prima lettura e che è andato vieppiù crescendo, man mano che la mia attenzione si approfondiva.
Rino Marino approfitta magistralmente dell’armoniosità della lingua siciliana, che nelle sue opere assurge miracolosamente a lingua di ampio respiro, smettendo di essere riduttivamente ‘linguaggio’. Probabilmente grazie alle sue esperienze umane e professionali, attraverso un fresco ed interessante vigore ironico e un disincantato sarcasmo, riesce a scontornare ‘tipi’ e situazioni che - se nelle caratteristiche possono apparire fortemente connotati da regionalismo - diventano  universali nel travaglio e nella sofferenza, rappresentando la summa di una sicilianitudine  che è tradizione e al contempo  universalità.
Questo rende il teatro di Marino particolarmente attuale ed ‘esportabile’, in termini di teatro moderno.
E particolarmente dotato di queste caratteristiche ho trovato che fosse l’atto unico ‘Scabbia’ che, al di là dell’amara ilarità che può suscitare, si presenta estremamente valido ed interessante nel suo drammatico incalzare.
Sempre gradevoli risultano, tuttavia, le coloriture gergali che non appartengono più al lessico delle nuove generazioni, ma che non per questo risultano come lingua morta, in quanto l’autore compie nei confronti di queste espressioni opera benemerita di conservazione di vigoria ed efficacia espressiva,  aiutando a rivivere un passato che è capace di ben fotografare, offrendo la possibilità  di  vari ‘strati’ di lettura delle sue opere.
Un teatro interessante e godibile, insomma, quello di Rino Marino, che non rinuncia al realismo e non intiepidisce ipocritamente la sofferenza. Un teatro da vedere e da pensare, alla fine.

 

Santi Consoli


INTRODUZIONE

Questa silloge raccoglie, senza rispettare un ordine cronologico, le mie commedie in dialetto siciliano, scritte nell’arco di quasi un ventennio. Sebbene talune, abbozzate già sui banchi del liceo, credo risentano di qualche ingenuità, ho preferito tuttavia non operare una cernita che ne privilegiasse alcune a scapito di altre, rinnegando e confinando nel dimenticatoio personaggi che, una volta creati e rappresentati, mi pare conservino una loro dignità e reclamino, pirandellianamente, un loro diritto di esistere.   
In E lucean le stelle, l’esordio di un’improvvisa follia del protagonista sovverte gli equilibri di un nucleo familiare, travolgendo i componenti in un turbinio di eventi che abbracciano un decennio, dalla fine degli anni sessanta, epoca in cui la stigmatizzazione del matto era ancora la regola e l’internamento l’unica e più sbrigativa soluzione, al 1978, anno della legge Basaglia, che decretava la chiusura delle strutture manicomiali e il reinserimento dei malati di mente nel tessuto sociale.
Ho  aggirato il rischio di indulgere ad accessi di facile ed impietoso umorismo o, ancor peggio, di patetica commiserazione, tentando di delineare, nel modo più realistico e  distanziato, gli imprevedibili effetti di deliri, allucinazioni e bizzarrie comportamentali, coi loro risvolti più drammatici ed esilaranti, in un’antitesi dissacratoria tra citazioni melodrammatiche e tinte grottesche del quotidiano sopravvivere, senza mai recidere, perfino nei momenti di più vivace comicità, quel filo di pietas che trascorre tutta la pièce, per farsi, nell’epilogo, palpabile e struggente.
La storia di Non fiori ma opere di bene, scritta insieme ad Adriano Parisi Asaro, ambientata negli anni settanta, si impernia attorno alla morte del capofamiglia che da fulcro dell’opera va via via perdendo importanza, fino a passare in secondo piano, riassorbita dal precipitare degli eventi e rappresenta, attraverso una spaccato di vita quotidiana, lSicilia delle perenni antinomie tra bene e male, tra astuzia malevola e genuina imbecillità.
Ne Lo zompo der grifone, il titolo in romanesco, apparentemente forviante, trova giustificazione nella pervasiva contaminazione linguistica e posturale che inquina fino al ridicolo la figura del protagonista, che, tanto insulso, quanto graffiante nell’epiteto, si rivela un ibrido tra il borgataro romano e lo spaccone siculo, metallaro, gradasso e superficiale, incarnando delle due tipologie gli aspetti più deteriori e risibili. E' il prodotto infimo di una subcultura dilagante, che antepone l’esteriorità e il tornaconto ai valori e ai sentimenti più profondi. Lo zompo, il salto, vuole essere oltre che agìto plateale, metafora di rottura con la tradizione, con la lingua dei padri, con le convenzioni sociali, con una situazione familiare coercitiva che lo vorrebbe imbrigliato in un ménage sentimentale consolidato. Il dissidio che scaturisce da tale effrazione innesca una catena di situazioni dominate da intrighi, sotterfugi, compromessi, maturati in un contesto di povertà, su cui impera, grave e schiacciante contraltare, il peso del denaro.
Scabbia ripropone il tema della psicosi, che si insinua subdolamente con il tarlo dell’ipocondria, dell’ossessività in uno dei due manovali, casualmente coinvolti a condividere la squallida camera di una pensione d’inverno, fino a trascinare l’altro in una sorta di folìe a deux, maturata in una dimensione asfittica, angusta, progressivamente angosciante, in un’atmosfera stagnante, scandita da rituali anancastici, dal ticchettio di una sveglia, dal suono sinistro di campane in lontananza, che segna l’ineluttabile trascorrere del tempo e prelude a un’alba senza possibile riscatto.
Il settimo giorno non riposò è un testo francamente farsesco, una rivisitazione satirica del Vecchio Testamento. Attraverso una sorta di trasposizione cronotopica, fatti e personaggi biblici, scaraventati in una dimensione di ordinaria attualità, pur mantenendo i caratteri peculiari dell’iconografia tradizionale, interagiscono in situazioni parodistiche, evidenziando vizi, livori, e meschinità della condizione umana.  


Rino Marino

 
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