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Da Pazzità 

Il peso delle parole
di Mauro Maraschi



“Esistono silenzi di grande comprensione, nei quali l’intesa non ha bisogno di far rumore; al contempo, il tentativo di chiarire una questione equivale, quasi inesorabilmente, a ingarbugliarla”. Nando era giunto a questo teorema dopo anni di personali studi sociologici e aveva trovato in Tania la compagna ideale: una donna brillante ma priva dei tipici vaniloqui femminili. Ma non si pensi che Tania fosse remissiva, per carità. Tania, semplicemente, non parlava.
Chiariamo subito, a scanso di equivoci, che Tania non era affetta da mutismo, non ricorreva alla dattilologia né ai suoni gutturali. Tania si esprimeva piuttosto con tutto ciò che stava al di là della comunicazione mimica o linguistica, come l’intensità di uno sguardo o una postura eloquente. Naturalmente, questa adulta bambina, che alludeva ai propri bisogni solo per ammiccamenti, risultava decisamente bizzarra a chi non la conosceva. Anzi, a essere sinceri, sulle prime sembrava proprio ritardata. Ma Nando sapeva che non era così e, non a caso, se n’era epicamente innamorato, in quei tre anni insieme.
Certo, molti interpretavano la loro relazione come uno squallido compromesso maschilistico, nel quale Tania ricopriva il ruolo della bambola consenziente. Anche perché, a livello estetico, la coppia stonava parecchio: Nando era un’intellettualoide slavato e flaccido, Tania una desiderabile venticinquenne, col naso ferino e gli occhi sensuali. E la gente ne deduceva inevitabilmente che lei doveva essere un’idiota, o quantomeno lui un superdotato. Ma Tania era tutt’altro che stupida. E lui non era proprio John Holmes.
Ora, non è facile spiegare a parole come Nando fosse giunto alla certezza che Tania era più acuta, profonda ed estrosa di qualsiasi altra. Convenzionalmente, infatti, ci si interessa a qualcuno per le sue opinioni o il suo umorismo, oltre che per l’aspetto fisico. Ma come aveva funzionato tra loro in assenza di dialogo e con una comunicazione mimica ridotta ai minimi termini? Forse l’unico modo per capirlo sarebbe stato osservarli in quei tre anni di rapporto idilliaco.
Lui l’aveva vista leggere ogni giorno, dai romanzi ai trattati, dalle graphic novel alle riviste di design. Tania leggeva indubbiamente più di lui. E scriveva, scriveva tanto. Appuntava aforismi dai libri, stendeva diari, perfezionava piccoli saggi. Ed era anche patita di cinema, con una spiccata simpatia per la Nouvelle Vague, Cassavetes e per certi exploit indipendenti. Insieme vedevano due film al giorno e trovavano mille modi per sottolineare una scena clou o una frase indimenticabile, mille modi che trascendevano le parole. E le scene predilette erano sempre le medesime per entrambi, il che dimostrava che il loro livello di empatia fosse ineguagliabile.
Nel tempo libero, Tania e Nando curavano il loro giardinetto, sarchiando il terriccio come bambini al mare. Coccolavano le floribunde come figlie, intrattenendole con minimusical botanici. Uscivano spesso per lunghe passeggiate in bicicletta. A volte gareggiavano e se uno dei due cadeva l’altro gli succhiava il sangue dalla sbucciatura. Andavano ai concerti, a ballare in discoteca, a cenare al restaurant. Insieme facevano di tutto e in ogni cosa trovavano l’intesa. E non litigavano mai! Al massimo, ogni tanto, si punzecchiavano infantilmente; ma non conoscevano quel rancore biliare che, secondo il proverbio, arricchirebbe l’amore. Erano l’intellighenzia del discorso amoroso.
Ecco, furono quei tre anni a convincere Nando che Tania, capace di comunicare l’infinito tramite pochi cenni, dovesse essere dotata di un intelletto superiore. La sua eloquenza, si diceva lui, aveva qualcosa di mistico. Era pronto a scommettere che, se un giorno Tania avesse parlato, le sue perifrasi avrebbero avuto qualcosa di divino. Ma dovette ricredersi, perché un giorno Tania parlò.

− Solipsismo − disse, e per quel giorno le sue labbra non inumidirono altro vocabolo.

 […]

 
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