Navarra Editore su Facebook

Condividi
RICORDI DI ROSA - ANTEPRIMA: I°CAPITOLO PDF Stampa E-mail
Notizie - Assaggi Letterari
Capitolo 1
Alle cinque del pomeriggio squillò il telefono del direttore degli Ospedali Riuniti, Mario Sparacio. Il numero riservato era noto a pochissime persone, per lo più importanti personaggi della politica e della sanità; quindi rispose senza alcun tentennamento, anche perché aspettava certe notizie dal suo amico e protettore onorevole Giuseppe Gallo, già alla sua quarta legislatura. Al telefono riconobbe la bella voce della moglie di Gallo, la signora Rosa, da nubile Pecoraro. La voce della signora era turbata: il suo respiro era pesante; ansimava. Il direttore temette una cattiva notizia su Gallo; gli era noto lo stato di salute non brillante del deputato. "Ci sono problemi con la salute di Peppe?", chiese.
"No, no, – rispose la moglie del deputato, con voce rotta dall’emozione. – Non si tratta di Giuseppe, ma dell’avvocato Genco". E qui si interruppe.
"Ma cosa gli è successo?".
"Sta male, malissimo, ha un forte dolore al petto, rantola".
Il dottor Sparacio conosceva da tempo Rosa e Alberto; sospettava una liaison fra i due, da quando la bella moglie del deputato Gallo aveva cominciato a lavorare nella banca di Alberto.
"Dove siete, allo studio?".
"No", rispose con voce concitata Rosa.
"Cerca di mantenere la calma. Dove siete?", ripeté Sparacio.
"Siamo all’Aspra, nella sua villa".
"Siete soli?", chiese Sparacio, con l’intuito di un segugio.
"Sì", rispose la donna.
Le circostanze dimostrarono che il suo sospetto di un rapporto fra i due era fondato. Ipotizzò che il malessere dell’avvocato, uomo ancora giovane ed energico, ma obeso e iperteso, fosse legato agli sforzi affrontati nell’incontro con la piacente signora.
"Senti, Rosa, – disse Sparacio con studiata lentezza. – Tu che cosa pensi, cosa può avere Alberto?".
"Ho paura che sia un infarto", rispose con voce tremante la signora Gallo.
"Rosa, facciamo così: io vengo subito con un’ambulanza attrezzata e con un cardiologo di mia piena fiducia e di grande riservatezza. Lascia fare a me. Tu però devi controllarti e fare come ti dico io. Vai in un’altra stanza; voglio dire che quando arriviamo noi, calcola fra mezz’ora circa, nessuno ti deve vedere accanto ad Alberto. Dove siete, nella camera da letto?". "Sì – disse Rosa, con un soffio di voce – io vado nel salottino, quello piccolo. Va bene? Ti aspetto per sapere da te qual è la situazione. E poi ho bisogno di essere accompagnata a casa. Spero mi aiuterai". "Certo, arriviamo fra poco".
Rosa tremava; mille pensieri le turbinavano nella mente. Ma nonostante tutto doveva rivestirsi, assumere un aspetto decoroso; mentre si sistemava guardava Alberto, nudo sul letto: non rantolava più. "È morto?", si chiese con un brivido. Rosa sperava che Sparacio sarebbe stato l’unica persona a vederla in quella villa e in quelle circostanze. Andò in bagno e mentre cercava di pettinarsi davanti allo
specchio sentiva l’ansia che le saliva in gola e la soffocava. Sentì un suono di sirene. Corse nel salottino, ma subito tornò indietro nel bagno. Afferrò la sua borsa e si rituffò nel buio della stanzetta. Sparacio era stato di parola; in meno di trenta minuti era arrivato con la sua macchina e con l’ambulanza. Penetrò da un’entrata laterale della villa, da lui ben conosciuta per le tante riunioni, politiche e d’affari, e per le feste svoltesi lì.
Entrato in camera da letto, appena davanti al corpo di Alberto Genco, pur non essendo medico, bensì amministratore ospedaliero, e per questo spesso presente nelle corsie dove c’era gente che moriva, capì che il suo amico Genco era in profonda agonia.
Chiamò il medico cardiologo che era rimasto nell’ambulanza. Questi, dopo una rapida visita, annunciò la sopravvenuta morte dell’avvocato. Su ordine di Sparacio, e d’accordo con il medico, gli infermieri caricarono Genco sull’autoambulanza per portarlo all’ospedale, come se fosse ancora vivo. Lo avrebbero "fatto morire" lì. L’autoambulanza partì di gran carriera e a sirene spiegate. I bagnanti che prendevano il sole lungo la scogliera si chiesero cosa fosse accaduto, chi potesse avere bisogno di un intervento urgente.
Dopo la partenza dell’autoambulanza Sparacio si diresse verso il salottino e lì nel semibuio trovò Rosa che singhiozzava, cercando di controllare il pianto. Con le mani nascondeva il viso. Sembrava sopraffatta dalla vergogna e dall’impressione del grave incidente. Sparacio le comunicò che Genco purtroppo era già morto, ma che avevano preferito trasferirlo in ospedale, come se fosse ancora possibile un tentativo di salvarlo. "Deve morire in ospedale; soprattutto per evitare ogni tuo coinvolgimento: formale, giudiziario e di altro tipo". A queste parole il pianto di Rosa divenne ancora più convulso: pensava al marito. Sparacio cercò di consolare la signora, "purtroppo sono cose che capitano", le disse; quindi, per calmarla, le dispensò venti gocce di un forte ansiolitico e le chiese dove volesse andare.
"A casa, a casa", bisbigliò in fretta e aggiunse: "Mario, non mi tradire, Giuseppe non deve sapere. Morirebbe!".
"Rosa, io sono un gentiluomo, di me ti puoi fidare, stai tranquilla".
Sparacio era addolorato per la morte di Genco. Ma era anche molto travagliato; era dispiaciuto per l’incidente occorso a Rosa, però era molto irritato per l’offesa che lei aveva apportato all’onore di Giuseppe, suo amico e protettore.
Intuiva che da un certo tempo fra Rosa e Genco ci fosse una storia. E forse altra gente lo poteva pensare. Forse perfino Giuseppe aveva qualche sospetto. Ma la morte di Genco nella villa ad Aspra, le condizioni in cui gli infermieri e il medico avevano trovato il morto, i vestiti sparsi per terra, il letto in disordine, poteva far precipitare la situazione. E se qualcuno dei vicini, o qualcuno degli stessi infermieri avesse visto la signora Gallo mentre si aggirava per la villa? Chi poteva più frenare il diffondersi della notizia scandalosa? Il suo rovello fu subito: difendere l’onore di Rosa Pecoraro o quello di Giuseppe Gallo?
Sparacio per tutto il tempo del viaggio cercava una soluzione a questo problema, una variante vantaggiosa per uscire dal labirinto. Rosa, rannicchiata sul sedile, sembrava dormire. Arrivati a casa Gallo, destò la signora dal suo stato di torpore,
l’accompagnò al portone, e dopo alcune parole di incoraggiamento la salutò con un baciamano.
Rosa entrò in casa; le parve un rifugio di pace. Le persiane erano abbassate. La cameriera se ne era andata. Giuseppe era a Roma per una seduta parlamentare, i figli in viaggio, uno in Inghilterra, l’altro in Germania.
Come un’ombra scivolò in bagno. Si spogliò, gettò il vestito e la biancheria intima nel cestino in un angolo del ripostiglio; voleva buttare tutto in un sacco di plastica, insieme a quella storia, penosa nel suo nascere e nel suo svolgersi, atroce nel finale.
Mentre faceva il bagno sentì il suo corpo alleggerirsi della paura. Ma veramente tutto sarebbe finito con la "morte" di Genco in ospedale?
Nonostante le gocce non riusciva a prendere sonno; oltre lo sconvolgimento apportatole dal fatto in sé – la morte dell’amante durante il rapporto sessuale – la torturava l’idea che Mario Sparacio potesse riferire a suo marito delle circostanze in cui era morto Genco. Lei conosceva bene i rapporti che intercorrevano fra Giuseppe e Mario, sapeva che l’amministratore veniva considerato il braccio destro del marito, il suo uomo di fiducia. In quel periodo Sparacio era stato assegnato da Giuseppe Gallo alla direzione amministrativa degli Ospedali Riuniti. La struttura, nella spartizione di potere all’interno del partito di maggioranza, in quegli anni al governo in Sicilia e nel Paese, era stata assegnata alla corrente di Gallo. Si trattava di un centro di potere di grande peso (assunzioni di personale, concorsi per i medici, nomine di primari, acquisti di attrezzature e di farmaci, costruzione di nuovi padiglioni) e lo sarebbe diventato col tempo sempre di più. Ma in un altro giro di spartizioni, suo marito avrebbe potuto decidere di assegnare a Sparacio un posto nella lista per la Camera, per il Senato o per la Regione, o anche di proporlo a sindaco della città di Palermo.
Gallo era uno dei deputati più in vista del partito di maggioranza relativa nell’Isola, capo di una corrente importante, anche se non la maggiore, e Sparacio veniva solo dopo di lui; poi vi erano altri, in una sorte di sistema medievale, con il principe in testa e tutti i vari vassalli, valvassori e valvassini. Anche l’avvocato Alberto Genco era un vassallo di Giuseppe, per importanza solo dopo Sparacio; ma con una forza che lo rendeva molto autonomo. Questa gli derivava dall’essere il maggiore azionista e il Presidente di una banca privata: la Banca Popolare San Matteo. In Sicilia le banche sorgevano come i funghi dopo una pioggia autunnale. Tutte erano piene di clienti e colme di denaro. La Sicilia era una delle regioni meno produttive d’Italia, ma era una delle più "finanziarizzate".
Ripensando a Sparacio, Rosa non era così certa che questi avrebbe scelto il comportamento da gentiluomo con lei, nascondendo tutta la verità al suo amico, benefattore e capo. Si rigirò nel letto tutta la notte fino all’alba, senza dormire. Improvvisamente verso le sei del mattino squillò il telefono. Rosa sobbalzò. Era Giuseppe da Roma:"Rosa, hai saputo che è morto Alberto Genco?".
"No, – rispose Rosa, con una voce falsamente sorpresa. – Ma quando è morto? Com’è successo?".
"Ieri pomeriggio, si trovava nella sua villa all’Aspra, si è sentito male e ha telefonato a Mario. Lui l’ha raggiunto con un medico e un’ambulanza, lo hanno trovato in gravi condizioni, un infarto, lo hanno trasportato urgentemente all’ospedale, ma nonostante le cure nel reparto intensivo, è morto!". Poi dopo una pausa aggiunse: "Ma che ci faceva Alberto, solo, nudo sul letto, nella sua villa all’Aspra? Che strano... comunque, io arrivo stasera, ne parliamo meglio, ciao". "Ciao, a presto", lo salutò Rosa, con un filo di voce.
L’agitazione di Rosa dopo la telefonata del marito crebbe a dismisura. "Sparacio gli aveva detto solo una parte della verità? Ma solo una parte?", si chiese Rosa. Ripensando al tono relativamente tranquillo del marito, anche se colpito dall’accaduto, Rosa pensò che non tutto gli era stato detto. Così si calmò un po’. Ma di che cosa gli voleva parlare "meglio" Giuseppe la sera, tornato da Roma? Di quello che non quadrava nel resoconto fattogli da Sparacio? Fra tanti interrogativi, ansie, paure e speranze che tutto si fermasse, Rosa raccolse i suoi indumenti del giorno prima, li mise in un sacco di plastica e li portò in macchina in una discarica, in una collina non lontana dalla città, dove i rifiuti bruciavano a cielo aperto. Lanciò il sacco, che poco dopo cominciò a fumare e poi a bruciare. A Rosa parve di aver bruciato la sua avventura con Alberto Genco.

 
* HOME - CONTATTI - NORME PER L'INVIO DEI MANOSCRITTI - LAVORA CON NOI - DISTRIBUZIONE - NOTE LEGALI - CERCA *