|
VITE SOSPESE. dIECI STORIE DI RESISTENZA CONTEMPORANEA
3. Ghaleb, il sopravvissuto
È un venerdì mattina e sono appena arrivato a Perino. Alla sinistra del cancello vedo un uomo di mezza età dall’espressione gentile che sorseggia un caffè. Gli chiedo di Claudio, l’operatore del Centro che dovrebbe guidarmi per la mia intervista. In perfetto italiano mi risponde che è andato a fare la spesa al supermercato. A questo punto mi presento. “Sono Vincenzo, piacere”. “E io Ghaleb”. Gli domando se è tunisino e lui me lo conferma. “Cercavo proprio te, sono un giornalista. Maria mi ha parlato della tua storia… ”. “Un giornalista? Finalmente!”, risponde lui alzando le braccia al cielo. Immediatamente mi va a prendere una sedia e ci sistemiamo all’ombra di un albero. Non ha bisogno delle mie domande. Freme dalla voglia di parlare e il suo racconto comincia dall’Italia. “Sono arrivato nel vostro paese per la prima volta nel 1980. Ho lavorato per cinque anni come muratore a Bologna, con regolare libretto di lavoro”. Me lo mostra subito, tirandolo fuori da un mucchio di carte che tiene sempre con sé. Tra i documenti c’è anche una vecchia patente, con una foto di almeno vent’anni fa. “Avevi molti più capelli”, osservo con leggerezza per entrare in confidenza. Lui mi sorride con l’aria di chi ha una lunga storia da raccontare. “A Bologna ho conosciuto una ragazza italiana, Paola, ed è stato subito amore. Quando sono tornato a Tunisi, lei è venuta cinque volte a trovarmi. Finché non abbiamo deciso di trasferirci nuovamente in Italia e di sposarci”. Ghaleb e la moglie acquistano un appartamento e pochi mesi dopo la donna si accorge di aspettare un bambino. Una notizia che manda su tutte le furie la suocera, che già non aveva visto di buon occhio la loro unione. “A lei non piaceva che sua figlia stesse con una persona di colore. Era un po’ razzista”. Molto diverso era invece l’atteggiamento del suocero, che si era affezionato subito a Ghaleb e non condivideva l’ostilità della moglie. “Un giorno, uscito dal lavoro, trovo mio suocero che mi aspetta, in lacrime. Mi dice che mia suocera ha accompagnato Paola all’ospedale per farla abortire. Mi precipito in clinica, sperando di arrivare in tempo. Ma avevano già fatto tutto. Ho cominciato a urlare, ho fatto un casino. Ho anche chiamato la polizia, ma mi hanno detto che per la legge italiana queste decisioni spettano solo alla madre”. Ghaleb resta qualche altro anno in Italia. E per alcuni mesi accoglie a casa sua il suocero, che dopo trentacinque anni di matrimonio aveva deciso di separarsi dalla moglie, ritenendo inaccettabile il suo comportamento. I problemi di cuore di cui già soffriva si aggravarono a causa dei dispiaceri degli ultimi tempi e dopo qualche settimana finì ricoverato al Sant’Orsola in gravissime condizioni. Ghaleb chiese ai medici di chiamare la famiglia, ma la moglie e la seconda figlia non mostrarono alcun interesse. Uscito dalla fase critica, l’uomo venne dimesso dopo alcuni giorni dall’ospedale. Qualche giorno dopo, prese armi e bagagli e si trasferì a Torino, tagliando i ponti con quella che era stata la sua vita. Anche Ghaleb si era ormai convinto che per il suo matrimonio non c’era futuro. Il trauma dell’aborto era una ferita troppo profonda e il grande amore di pochi anni prima era diventato soltanto un ricordo. Finì con la separazione e il rimpianto per un rapporto che avrebbe potuto avere una storia molto diversa. Nemmeno al lavoro le cose andavano bene: il titolare dell’azienda in cui lavorava non aveva voluto metterlo in regola e ogni volta che si assentava dal cantiere per problemi di salute, si ritrovava puntuale la visita del medico fiscale. “Un giorno dissi al medico di farmi arrivare la busta paga che aspettavo da tempo. Così avrei potuto comprare le medicine per curarmi. La risposta che mi fecero arrivare dal cantiere fu che mi portavano la fessa di mia madre… ”. Ghaleb si convinse a denunciare la situazione ai carabinieri. Visse un periodo difficile, scandito da continue minacce, sia per telefono che per strada. Finché, vendendo l’appartamento, decise di prendere la sua parte e tornare in Tunisia. A questo punto, l’Italia appariva a Ghaleb come un paese ostile, in cui non c’era più spazio per i suoi progetti e i suoi sogni. Pensò che le esperienze fatte, per quanto dolorose, potevano servirgli per ripartire da zero e rifarsi una vita. Dalla sua famiglia aveva imparato che non bisognava mai arrendersi e che anche dalle situazioni più difficili si può tirar fuori qualcosa di buono. Com’era successo a suo nonno, che durante i bombardamenti francesi, aveva passato giorni e giorni con i suoi zii dentro un pozzo, per proteggere il leader del movimento indipendentista tunisino Habib Bourguiba. Un aneddoto che veniva ricordato ogni anno, quando – da Presidente della Repubblica – Bourguiba andava a far visita al nonno di Ghaleb. La Tunisia dell’inizio degli anni Novanta era però un paese diverso. Dal 7 novembre del 1987 il nuovo protagonista della scena politica locale era infatti Zine-El Abidine Ben Alì. Il capo della Sicurezza Nazionale fu protagonista di un colpo di Stato “medico”, che portò alla deposizione di Bourguiba, ufficialmente per “senilità”. L’uomo che aveva risollevato la Tunisia dopo l’occupazione francese, aveva effettivamente smarrito lo slancio modernizzatore dei primi anni della sua presidenza. Ma la sua età e il morbo di Alzheimer – di cui effettivamente soffriva – furono un semplice pretesto, usato da Ben Alì per dare l’idea di un fisiologico passaggio di consegne. In realtà, l’operazione fu portata a termine col supporto dei militari e di alcuni servizi segreti internazionali, tra cui il Sismi . Favorito dai suoi buoni uffici con l’Italia, e in particolare con Bettino Craxi, Ben Alì riuscì ad accrescere il proprio potere, blindando le elezioni presidenziali, che lo hanno riconfermato più volte alla guida della Tunisia, con percentuali sempre superiori al 90% dei voti. Nonostante i buoni rapporti commerciali con l’Europa e le promesse di aperture sui diritti umani, la Tunisia di Ben Alì è diventata uno stato in cui le violazioni dei diritti umani sono una costante, come confermano gli appelli di Amnesty International, che anche nell’ultimo rapporto annuale parla di un paese oppresso da forti limitazioni alla libertà di stampa e di associazione, e in cui restano frequenti i processi iniqui e il ricorso alla tortura. È in questo paese che Ghaleb torna a vivere, avviando una nuova attività a Tunisi assieme a due soci italiani. L’azienda si sarebbe occupata di assemblare pezzi di motore provenienti dalla Germania e dall’Italia, con l’intento di rivenderli successivamente sul mercato europeo. Le cose inizialmente andarono bene. Finché non entrarono sulla scena i fratelli Trabelsi, parenti della moglie di Zine-El Abidine Ben Alì. Approfittando della posizione di potere raggiunta dal cognato, da anni i Trabelsi ingeriscono pesantemente sulla vita sociale ed economica del paese. “Fino al ’90 non avevano neanche la cintura ai pantaloni – racconta Ghaleb. – Adesso hanno sedici alberghi e cinque elicotteri. Quando vedono che un’attività funziona, contattano i titolari e senza sborsare un soldo partecipano alla divisione dei guadagni. È così che si sono arricchiti”. Com’era inevitabile, arrivarono anche da Ghaleb, con il tipico atteggiamento di chi crede di potersi permettere qualsiasi cosa, in virtù del proprio cognome. Ma le cose andarono diversamente da come avevano immaginato. “Dissi loro che io e i miei soci avevamo versato un capitale di 500.000 dinari (circa 250.000 euro ndr). Quindi, potevano tranquillamente entrare nella nostra società. A condizione che versassero le loro quote”. Una contro-proposta che, come prevedibile, fu rifiutata dai Trabelsi, poco interessati alle regole del diritto societario e ormai abituati a mezzi ben più rapidi per accrescere le proprie finanze. Così, di lì a poco, per l’azienda di Ghaleb cominciarono i primi problemi. “Fecero bloccare per due mesi alla dogana i pezzi di ricambio che attendevamo dall’Europa. Finché, stanco di aspettare, decisi di denunciarli al Ministero dell’Industria. Pochi giorni dopo la situazione fu finalmente sbloccata, ma capimmo subito che la nostra azienda aveva i giorni contati”. Dopo qualche mese, Ghaleb e i suoi soci scoprirono che i Trabelsi avevano acquistato una gran quantità di vecchi pezzi di ricambio senza pagare la tassa doganale. Facendo valere ancora una volta il loro peso politico, potevano quindi permettersi di rivenderli in assemblaggio a prezzi stracciati, con ovvie conseguenze per il mercato tunisino. Il racconto di Ghaleb, nel frattempo, è arrivato al 1996, l’anno del suo matrimonio con Munya, una donna tunisina impiegata al Ministero dell’Industria. Fu proprio lei che a settembre gli procurò un appuntamento con il direttore del commercio estero. “Sapevo che non poteva mettersi contro i parenti di Ben Alì. Ma che altro potevo fare? Noi pagavamo 700 euro per far entrare in Tunisia i pezzi di ricambio e li rivendevamo a 1500 euro. Questi invece prendevano materiale scadente, che gli costava poco, e non pagando la dogana lo rivendevano a 500 euro. Gli dissi che se a loro era consentito di non pagare le tasse, le stesse condizioni dovevano valere anche per noi. In caso contrario, gli chiesi di permetterci di rimandare indietro gli ultimi pezzi che ci erano arrivati, in modo da recuperare i soldi che avevamo speso”. Com’era prevedibile, non ottenne nulla. Decise allora di fare un altro tentativo, rivolgendosi al vice ministro Rida Tuti. In uno stato in cui pochi hanno la forza di far valere i propri diritti di fronte ai soprusi dei Trabelsi, un atteggiamento così combattivo non poteva restare impunito. La notizia del colloquio di Ghaleb con Tuti arrivò ai piani alti del governo. E poco dopo, la polizia di Monastir si presentò a casa sua. Era il 19 marzo del 1997. A questo punto Ghaleb apre una delle buste che teneva in mano fin dall’inizio della nostra conversazione. Tira fuori tre fotografie, che mi fa vedere una a una. “Sei tu?”, gli chiedo. “Me le ha scattate di nascosto mia moglie, che era venuta a visitarmi in caserma assieme alla sorella magistrato”. Nella prima lo vedo legato mani e piedi a una sbarra di ferro piantata ai lati delle pareti a più di un metro da terra. In questa foto Ghaleb è nudo e già pieno di lividi e la posizione in cui si trova fa in modo che tutto il peso del suo corpo gravi sulle caviglie e sui polsi. “Ero costretto a stare in questa posizione per tutto il giorno e nel frattempo mi picchiavano e mi spegnevano le sigarette addosso. I dolori erano insopportabili e come se non bastasse mi riempivano il naso di acqua per non farmi respirare”. Nella seconda è sempre nudo, ma in piedi. Ha la testa coperta da un secchio d’acciaio. “Questa è la posizione in cui passavo la notte. Prendevano a bastonate il secchio fino a non farmi capire più niente. E nel frattempo volevano che dicessi che Ben Alì era come Maometto e che i suoi cognati comandavano il mondo. Ma io restavo zitto. Non potevo dire una cosa del genere, sarebbe stata la peggiore delle bestemmie”. La terza foto è la più sconcertante. È nudo, disteso su un materasso, quasi in posizione fetale. Dal fondoschiena è ben visibile una massa rossa che mi fa subito pensare al peggio. Prendo fiato e aspetto che riparta con il suo racconto. Non ho la forza di chiedergli niente. Penso al film Garage Olimpo di Marco Bechis. Lo vidi alcuni anni fa a Bologna, nella saletta che il preside della Facoltà di Scienze Politiche aveva concesso a un collettivo universitario. Raccontava le torture compiute dai militari argentini nei sotterranei delle caserme, durante la dittatura del generale Videla. Fu una visione sconvolgente. Ma le foto di Ghaleb sono un’altra cosa. Hanno la forza della vita reale. “La sera del 25 marzo presero un grosso bastone e me lo infilarono a forza dentro il sedere, fino in fondo. Il passaggio successivo doveva essere quello finale: avevano deciso di portarmi a Tunisi, al Ministero degli Interni. Un posto da cui non si torna vivi”. Nel frattempo, però, la cognata era riuscita a parlare con il procuratore di Monastir, convincendolo a mandare un medico in caserma. All’uomo bastò poco per capire che Ghaleb era ormai in fin di vita e intimò al responsabile della questura di portarlo al più presto in ospedale. Sei giorni e sei notti di torture e umiliazioni servirono agli aguzzini di Ghaleb per fargli sentire da vicino l’odore della morte. Ma non a privarlo della sua dignità. Probabilmente, fu proprio ciò che restava della sua indole da combattente a tenerlo in vita. Tra il 25 e il 29 marzo del ’97, Ghaleb subì due operazioni. Mi mostra il referto medico. Tralasciando ematomi e bruciature, i problemi principali restavano i polmoni pieni di acqua e sangue e il retto perforato. “Mi hanno rimesso in piedi, ma non hanno potuto sistemare tutto. Da allora non riesco a controllarmi, me la faccio ancora addosso e devo tenere sempre l’assorbente. Infatti evito di stare troppo vicino agli altri, perché non voglio che sentano la puzza. Poi si sono aggiunti anche i calcoli: ho dovuto fare sei operazioni con il laser per frantumarli, me ne hanno trovato anche uno di sedici millimetri”. Uscito dall’ospedale il 16 aprile, Ghaleb fu riportato in carcere, dove rimase per altri due mesi, finché fu liberato grazie all’intervento di un giudice, che aveva contestato la mancanza di un’accusa formale nei confronti del detenuto. Tornato finalmente in libertà, Ghaleb provò a riprendere in mano le fila della sua vita. Un giorno passò dalla sua vecchia azienda. Non trovò né i macchinari né i suoi soci. Erano rimasti solo i muri. Ma non si diede per vinto e cominciò a lavorare per altri commercianti. Nel giro di poco tempo, invece, finì anche il suo secondo matrimonio. “Era il 1999 e scoprii per puro caso che il mio stato civile era cambiato. Non risultavo più sposato, ma separato. Chiesi spiegazioni a mia moglie. Non capivo come avessimo potuto divorziare senza mai essere stati in tribunale. Mi rispose che era stato il viceministro Rida Tuti a costringerla a fare questo passo, minacciando che se si fosse opposta l’avrebbe fatta licenziare”. Ghaleb continuò a vivere in Tunisia fino al 2004, pur continuando a subire frequenti controlli da parte della polizia, che aveva ricevuto l’ordine di ritirare il suo passaporto e di sorvegliare ogni sua azione. Un giorno ricevette la telefonata di Rachid Gannouchi, fondatore del movimento d’ispirazione islamica El Nahda, da anni dichiarato fuorilegge da Ben Alì e costretto a vivere a Londra. “Sapeva di quello che avevo subito e mi chiese di inviargli le foto. Ma il mio telefono era sotto controllo e dopo due giorni la polizia tornò a prendermi. Mi portarono alla questura di Monastir, e l’indomani al Ministero degli Interni. Sospettavano che facessi parte di El Nahda e mi tennero sotto torchio per due settimane con i loro interrogatori e le loro violenze”. Sopravvissuto a quest’ennesima prova, Ghaleb decise di lasciare la Tunisia. Prima andò in Egitto, dove contattò l’Organizzazione Araba per i diritti umani. Il presidente ascoltò la sua storia e gli disse che avrebbe inoltrato ai paesi europei una richiesta di asilo politico per conto suo. “Ma dopo sei mesi mi sono stancato di aspettare. Avevo finito i soldi e non avevo ricevuto ancora nessuna notizia. Qualcuno mi consigliò di lasciare Il Cairo, perché c’era il rischio che la polizia egiziana mi consegnasse a quella tunisina. Mi trasferii allora in Marocco, con l’intenzione di imbarcarmi al più presto per la Spagna”. Ghaleb però non riuscì a raggiungere le coste iberiche e dopo un po’ di tempo decise di spostarsi in Libia, per arrivare infine a Lampedusa il 31 luglio del 2008. La buona conoscenza della lingua permise a Ghaleb di fare quello che desiderava da tempo: raccontare la sua storia alla stampa italiana. “Ho rilasciato diverse interviste, a Repubblica e alle televisioni. So che hanno anche fatto vedere le fotografie durante il telegiornale. Qualche giorno dopo mi hanno portato ad Agrigento e infine all’ospedale Cervello di Palermo”. Nuove analisi, un’altra operazione e nove giorni di degenza. Uscito dall’ospedale Ghaleb finì a dormire per strada, finché riuscì ad avere una sistemazione temporanea grazie alla prefettura. Firmata la richiesta di asilo politico, dal 6 settembre è al Centro di Perino. Ha già raccontato la sua storia alla Commissione. Dice che lo hanno ascoltato per quattro ore. E che quando ha tirato fuori le tre fotografie della caserma tunisina, ha visto l’orrore negli occhi di chi era in quella stanza. “L’unica cosa che chiedo è di poter vivere in pace il resto della mia vita. Vorrei trovare un lavoro adatto alle mie condizioni fisiche. E una donna con cui costruire una famiglia. Anche se so che per come sono combinato è molto difficile”. Ma nonostante quello che ha sofferto, Ghaleb tornerebbe ancora in Tunisia. Naturalmente, in una Tunisia senza Ben Alì e i Trabelsi. “Quando scrivi il libro dillo che su nove milioni di persone, 350.000 fanno i poliziotti e 50.000 sono in carcere. Gli oppositori sono costretti ad andarsene all’estero e le elezioni sono una farsa: io non sono mai andato a votare, eppure mi hanno detto che dai registri elettorali risultava che avevo votato per quattro volte”. A questo punto Ghaleb mi dice un’ultima cosa. È quasi una supplica. “Spero che dopo aver conosciuto la mia storia, voi europei non andiate più in vacanza in Tunisia. Perché i soldi che si portano lì non vanno alla gente perbene, che ogni giorno cerca di andare avanti con il proprio lavoro. Tutto finisce nelle tasche di Ben Alì, dei suoi amici e soprattutto dei Trabelsi”. Tante volte ho sentito parlare da amici o conoscenti dei villaggi turistici di Hammamet, Monastir e Sousse. Qualche anno fa mi ero quasi convinto ad andare anch’io, poi preferii partire per Londra. Naturalmente non fu una scelta di coscienza. Ma a questo punto sono contento che sia andata così. Ripensando al racconto di Ghaleb e a quelle foto, credo che non colmerò questa mancanza. Almeno finché la Tunisia non comincerà ad adottare una politica radicalmente diversa sul fronte dei diritti umani.
|