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Intervista a Sergio Cataldi, autore di "A passi rapidi"
Com'è nato il romanzo?
L’idea è nata da un’esperienza vissuta personalmente: una sera decisi di uscire a piedi, da solo, e di andare verso il centro di Palermo, senza pormi mete. Come sempre, quando vado in giro a piedi, avevo il mio iPod a tutto volume. Cominciai a osservare tutto ciò che mi stava intorno con un interesse più spiccato del solito, demandando l’origine di tutte le mie sensazioni all’olfatto e alla vista di cose e persone, abbandonandomi a un fiume di considerazioni su ciò che le strade trasmettono nelle notti di weekend; isolato acusticamente dalla realtà, ma accompagnato da una strepitosa colonna sonora. Questa è stata la prima “traccia”, tutto il contenuto del romanzo è stato invece frutto di fantasia.
Quali sono i suoi punti di forza?
Sicuramente l'immediatezza della comunicazione. Riconosco di avere scelto uno stile non convenzionale che, a dispetto delle apparenze, non è dipeso da una scelta cerebrale o artificiosa. Sin dalla prime righe, i pensieri e le immagini prendevano forma in frasi secche e dirette. Via via che lo scritto prendeva corpo, ho preferito che questo "bombardamento" di parole proseguisse senza sosta, per far sì che il narrato non perdesse il ritmo serrato che inconsapevolmente gli avevo dato. Un altro punto di forza è la presenza della musica: il connubio tra melodie e parole è inscindibile. Non so quanti se ne accorgeranno, ma l'innesto delle strofe citate nel corpo del testo non è mai casuale ed è stato frutto di un attento lavoro di ricerca. Ho scelto e citato dei brani che sono la colonna sonora ideale, e ho riportato volutamente delle strofe di brani in inglese la cui traduzione si assembla perfettamente col narrato. Come le tessere di un puzzle.
Hai pensato a un lettore ideale per il tuo romanzo, data la sua specificità, a un target preciso?
Credo che il target possa definirsi in base all’atmosfera in cui i lettori riescano a immedesimarsi, più che alla loro età o ai gusti personali. Non mi riferisco dunque al soggetto del narrato, ma alle emozioni provate dal protagonista, alle immagini e alle sensazioni evocate dal mondo notturno in cui si muove. Un altro elemento discriminante è, come già detto, la “colonna sonora”. È ovvio che il lettore più compatibile ed entusiasta si rivelerà quello affine per gusti musicali, ma scrivendo ho confidato anche nella speranza che questo libro possa essere veicolo di curiosità per chi, rispetto a quei brani o a quei generi musicali, si trovi davanti a mondi nuovi da esplorare.
Credi sia possibile inquadrare il protagonista all’interno di un profilo generazionale e sociologico?
Naturalmente: il protagonista è figlio legittimo dei tempi che corrono. Chi ha trent’anni o giù di lì ha vissuto con la convinzione che gli anni ’80, in cui è stato ragazzino o adolescente, avessero come logica conseguenza un futuro connotato dal benessere e dalla stabilità lavorativa e sentimentale. Una visione rosea. Nulla di più falso. Se gli anni ‘60 e ‘70 sono stati, con il senno di poi, etichettati come “la grande illusione”, i nostri tempi sono una delusione che diviene più salda giorno dopo giorno. Sono sicuro che la maggior parte dei miei coetanei viva una sorta di adattamento forzato a questa società, che li porta a chiudersi in se stessi e a temere il prossimo come fosse un nemico dal quale difendersi. A dispetto dell’enorme evoluzione del mondo della comunicazione, che farebbe pensare a una corrispettiva evoluzione dei rapporti sociali, penso che questa generazione conosca la solitudine meglio di chiunque altro, perché la vive tutti i giorni. È sotto gli occhi di tutti: lungo le strade, sugli autobus, in tanti indossano i fili bianchi degli auricolari dei lettori mp3. Non penso che improvvisamente una quantità così ingente di persone sia diventata appassionata di musica. E non penso che sia soltanto moda. Proprio come il protagonista del mio romanzo, penso che per molti sia il mezzo ideale per attutire il contatto col mondo circostante, un modo per isolarsi da quell’inquinamento acustico, non solo di clacson e di sirene, ma anche della voce dell’altro, che sempre più non interessa, anzi infastidisce. Questa reazione non può che portare a un’inconscia sofferenza interiore, a un malessere non decifrato che chiunque cova come un recondito senso di colpa. Definirei i miei coetanei come un insieme di microcosmi che cercano di farsi strada a fatica in un macrocosmo che non gli appartiene. È come se fosse un futuro altro, un mondo parallelo da romanzi di fantascienza. Il mio protagonista è un individualista e un egocentrico che si rifugia in se stesso. È il ritratto della seconda “grande illusione”. Non quella degli ideali politici dei ’60 e dei ‘70 ma del mondo perfetto e mai realizzato promesso ai figli degli anni ‘80.
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