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VIAGGIO VERSO ROSARIA - Diana Di Francesca PDF Stampa E-mail
Giri di Parole 2009 - Incipit - Racconti
VIAGGIO VERSO ROSARIA


Avevo sette anni quando ammazzarono mia madre. Alle 8,25 mi aveva lasciato davanti alla scuola, in fretta, come sempre. Era risalita sulla Ypsilon 10 bianca, un gesto di saluto, aveva messo in moto e si era infilata con destrezza nella corrente colorata delle macchine che si contendevano la strada nel movimento dell'ora di punta. Alle 11 era morta.
Avevo aspettato all’uscita, odiandola, come ogni giorno, perché era sempre in ritardo, ed io rimanevo sempre là sotto la tettoia, pronto con giacca a vento, zainetto, berrettino, mentre gli altri bambini andavano via con mamma o papà, chiacchierando.
La maestra lo sapeva, e  aspettava con me finchè arrivava la macchina bianca, mia madre suonava due colpetti, faceva un cenno, poche parole di scusa con un sorriso e ce ne andavamo via, in fretta, a casa.Quel giorno era martedì e lei non rientrava in ufficio il pomeriggio. Perciò c’era più tempo; c’era il tempo di mangiare con calma, e di raccontare quello che avevamo fatto a scuola. La  maestra ci aveva detto di scrivere una frase sull’autunno, con un disegno. Io avevo scritto: “A San Martino ogni mosto diventa vino” e avevo disegnato un grappolo d’uva grande coi chicchi rossi. Le sarebbe piaciuto e mi avrebbe detto bravo sorridendo e spettinandomi i capelli.
Aspettammo più di venti minuti, poi  la maestra tenendomi per mano si avvicinò alla cabina telefonica per chiamare a casa o all’ufficio. Ma non ce ne fu bisogno. Ci vide il vigile che stava davanti all’incrocio della scuola. Ebbe un gesto strano che allora non capii, il gesto di uno che di colpo si ricorda qualcosa. Si avvicinò, rigido, e non mi sorrise. “Signora Sara”. Non è educato parlare all’orecchio, diceva sempre la maestra. Lui però le parlò all’orecchio, e poi la tenne per un braccio, e lei disse “Dio mio, Dio mio”, pianissimo come se non le uscisse il  fiato. E poi non mi ricordo altro. Fino a quel momento ricordo tutto bene nei particolari. Sento le dita farmi male da come stringevo le cinghie dello zainetto, che pesava, pesava sempre di più. Poi ricordo che ero a casa dalla signora Margherita. Poi non ricordo altro. Niente.Un vuoto spaventoso.
Non ricordo quando, non ricordo chi mi disse  che mia madre era morta. Qualche anno dopo mio padre mi spiegò che era rimasta  uccisa da un colpo di pistola partito accidentalmente mentre la persona che era di fronte a lei stava controllando l’arma. Nei film in TV cose del genere si sentivano spesso. Nella lapide al cimitero c’era scritto “un tragico destino ti ha portata via”. La storia mi era stata raccontata da mio padre con tanta  precisione, e in modo tanto credibile, che non avevo avuto motivo di dubitarne. Un giorno però, avevo dodici anni, alla televisione locale fecero un servizio, credo che si intitolasse “Giallo di sera”, e fecero vedere la foto di mia madre e i giornali di cinque anni addietro. “Massacro nel bar”,dicevano i giornali. “Come si ricorderà”, diceva il conduttore del programma, “la signora Rosaria Cangemi fu uccisa barbaramente.L’assassino dopo averle  sparato tutti i colpi della sua 6.28 infierì su di lei con un coltello da sub sfracellandole il viso”. Sentii che la testa mi diventava leggera, e le cose intorno a me presero a girare, respirai profondamente e mi tenni sul bracciolo del divano e nella forza che mettevo nelle dita risentii la forza con cui tenevo le cinghie dello zainetto quel giorno, e rividi il quaderno con il grappolo d’uva rossa “A San Martino…”, e andai indietro, indietro, fino a quando lei mi aveva portato il caffelatte, ed era ancora in vestaglia, sul letto c’erano un tailleur blu e un completo pantaloni chiaro, e lei aveva cominciato a vestirsi, io bevevo il latte, lei mi diceva:hai messo la brioscina nello zaino? Quando ero uscito dal bagno, lei era già vestita .Per andare a morire aveva scelto il completo pantaloni chiaro.
Singhiozzai senza potermi fermare, fino a che mio padre arrivò e mi trovò così, intontito dal pianto davanti al televisore che ora trasmetteva un festival di cantanti della zona.
Mi raccontò la verità. Dopo avermi accompagnato a scuola, era passata dall’ufficio per prendere delle carte (così diceva anche lei,…delle carte), ed era andata da un cliente che doveva firmarle. Il padrone del bar.Uno che conosceva fin da ragazza. Lui le aveva sparato e poi l’aveva sfregiata col coltello. “Perché?” “Non si sa, perché. Senza motivo. Era pazzo. Sta in manicomio criminale infatti.”
Andai a leggere i giornali alla biblioteca comunale.Sì, sembrava così. Ma non poteva essere così. Non aveva senso. Mi sembrava che ci fossero fatti che non quadravano. Fatti da sapere,
da scoprire.





“Dove sono le cose della mamma, papà?”
“Quali cose?”
“Ma, la sua agenda, la sua borsa, le sue cose”
Mio padre mi guardava, serio.
“Non ricordo dove le ho messe.Un giorno di questi le cerchiamo.”
Lui voleva dirmi: “A che serve?”
E io capii che infatti non serviva a niente e smisi di fargli domande.

                                                                        ***   *** ***

Essere  grandi. Poter aprire i cassetti.Avere chiavi, ipotesi, risposte.
Mio padre si risposò con Daniela, una ragazza carina, tranquilla. Per lei rinunciò a fare il vagabondo alla guida dei pullman granturismo, rassegnandosi a stare dietro la scrivania a prendere le prenotazioni e a organizzare i tour.Per mia madre non lo aveva fatto.
Daniela mi voleva bene. Era in paese da pochi anni e mia madre non l’aveva conosciuta, però ne parlavamo spesso. Lei capiva il mio bisogno di sapere, di indagare, capiva quella  separazione profonda che era più di un’assenza. Cercammo insieme, di nascosto di mio padre, una macabra caccia al tesoro. Trovammo delle chiavi, le provammo in tutti i posti della casa. Erano dell’armadio di una stanza degli ospiti mai usata, e là trovammo i suoi vestiti. In ordine, intatti, come appena stirati. Nella tasca di un giaccone color nocciola, c’era una rubrica per i numeri di telefono, un calendario, un’agendina con appunti di lavoro, un abbonamento per l’opera a Palermo. Abbracciai Daniela, mi portai tutto nella mia stanza, mi chiusi a chiave.
L’abbonamento lo aveva pagato per intero, ma aveva visto solo due opere, Norma e Otello, alle altre non era andata. Era assurdo che non fosse andata a vedere nemmeno  il balletto, Giulietta e Romeo con Carla Fracci, lo spettacolo più importante della stagione. Otello era l’ultima che aveva visto, il 20 aprile, sette mesi prima di morire.
Scorsi la rubrica telefonica, piena di nomi .Il calendario del suo ultimo anno di vita. Con la biro aveva cancellato una data, il 6 giugno. E anche nell’agendina di lavoro la data del 6 giugno era coperta da fitti tratti di penna. Il 6 giugno, scoprii dopo, era la data del suo matrimonio.
In passato, quando gli chiedevo se la mamma non aveva lasciato scritto  niente  che potesse dare tracce, spiegazioni, mio padre mi rispondeva che lei non era tipo da tenere un diario. Ma, in fondo, il diario c’era. Sotto la data del 2 settembre c’era scritto:”Telefonata anonima(?)”.E poi, sotto il 9 settembre,: “Ha telefonato di nuovo”. Poi nessuna scritta, ma c’erano invece delle crocette, fino a tutto ottobre. Il 1° di novembre c’era la frase: “Parlato con C.”. Il resto erano promemoria o impegni di lavoro, niente di personale. Non c’era altro, niente altro. Niente altro in quarantasette anni di vita.

 

Diana Di Francesca

 
 
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