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L’ANELLO - Dario Lo Bianco PDF Stampa E-mail
Giri di Parole 2009 - Incipit - Racconti
 L’ANELLO




Fa freddo stamattina. Il dolore alla schiena lo sento più acuto, fastidioso. Sarà l’umidità, mi ha detto ieri Antonio con fare troppo superficiale. Mi prende per ipocondriaco, lui, però non ha sessant’anni come me, non si deve alzare ogni mattina alle sei, vagare al buio deserto della casa cercando un caffé che nessuno ti prepara. Ha una bella moglie, invece, e due figli di cui si lamenta troppo spesso per essere credibile… Io no, non mi lamento di nessuno, apro e chiudo persiane per dare movimento alla casa, e quando esco è come se i muri mi guardassero tristi, orfani della luce che non potrò restituire loro se non al mio ritorno. Sono solo, ma in fondo non ho seccature, non ho una moglie petulante da accontentare, né figli che reclamano diritti per il semplice fatto di non aver scelto di venire al mondo. Sono solo, non è male... Mia madre ha sopportato una vita mio padre... Certo che però si volevano bene...
La ragazza col cappotto rosso è arrivata più tardi stamattina, per poco non perdeva il treno. Si è seduta al solito posto, e come sempre parla al cellulare. Il controllore lo sa che è abbonata, non le chiede più il biglietto, neanche a me, solo che a lei riserva un saluto cordiale mentre a me non guarda nemmeno in faccia. Ma forse anch’io farei lo stesso al suo posto: il sorriso di lei illumina, è proprio bella.
Anche la signora delle uova era in ritardo, anche lei è salita quando già si stavano per chiudere le porte. Chissà se guadagna davvero a comprare il solito paniere d’uova e rivenderlo poi in paese. Sospetto che lo faccia più per dare un senso alla sua vita, avere qualcosa da fare che non per altro... Magari ha un marito che la picchia o è alcolizzato, e allora preferisce uscire presto la mattina, magari...
Prima fermata. Si è messo a piovere, eppure, come sempre, c’è tanta gente in questa stazione. Doveva essere molto bella tanti anni fa, un vero gioiello, le pensiline hanno un che di prezioso, come di... Mi distraggono quegli occhi. Assomigliano molto a un ricordo lontano, mi richiamano, e in effetti sono molto simili, troppo… Sì, è lei, sembra incredibile, è proprio lei! La grazia è la stessa di allora, di quando la salutai per l’ultima volta dicendole che ci saremmo visti a breve. Mi credette e mi sorrise, proprio come sta facendo ora col controllore che le riserva lo stesso educato trattamento della sua giovane vicina… Non sfigura di certo accanto alla ragazza dal cappotto rosso, anche se potrebbe esserle madre… Non ci vedemmo più e l’arrivederci divenne addio senza che se ne rendesse bene conto, senza una spiegazione. Lo portava dentro il motivo della mia fuga, la misura esatta della mia codardia di allora. Lo portava dentro e io non accettai la realtà, mi sembrava impossibile, non mi sentivo pronto… Non lei, che, invece, con fermezza e dolcezza insieme mi aveva detto di volerlo tenere…
Non mi vede da qui, e forse è un bene. Saranno quattro o cinque metri che ci dividono, ma in fondo penso siano molti di più. Certo è invecchiata, eppure quella luce è sempre la stessa, forse appena più opaca.
Devo ammetterlo, mi piace ancora. Me ne accorgo dal fatto che non mi so muovere dal mio posto. Mi sento incollato al sedile anche se quello al suo fianco adesso è libero. La ragazza col cappotto rosso è appena scesa portando con sé il profumo della sua pelle fresca, allegra, la complicità del suo sguardo.
Sì, forse sarebbe giusto andarle accanto, chiederle scusa per non essermi fatto vivo in tutti questi anni, non averle mai chiesto di lui, Carlo – ho saputo soltanto che si chiama così –, che oggi, magari, ha già famiglia… Magari assomiglia anche a me… Eppure non ce la faccio a muovermi... Ecco, adesso le si è seduto accanto quel giovanotto annoiato con le cuffie. Ascolta una musica assordante: il suo brusio lo sento da qui, mi infastidisce. Lei, no, non si è scomposta, e guarda fuori. Non ha l’aria allegra, chissà, forse ha qualche problema... Magari col marito, se ce l’ha... Più la guardo, e più mi rendo conto che di questa persona, che pure ha significato tanto nella mia vita, non so nulla... Si è appena portata la mano sinistra sul viso, un gesto automatico forse, e non ho visto niente brillare al suo anulare. Niente che neanche lontanamente assomigliasse ad una fede. Nulla, la sua mano sottile – ricordo quando suonava il pianoforte – è rimasta la stessa di allora... O forse è la distanza che me la fa sembrare così. Magari è rimasta sempre sola a crescere questo figlio che del padre certamente non avrà chiesto mai, o avrà imparato a farlo dai silenzi di lei… Io sono stato silenzio, sono io che ho imparato a dialogare col vento perché nessuno mi stava accanto. Io l’ho voluto, e forse adesso è arrivato il momento di uscire finalmente, di dirle che ho sbagliato, che se c’è una possibilità, allora…
Si è voltata, per poco non mi ha visto, anche se non ho fatto niente per passare inosservato. Semplicemente ha dato un’occhiata distratta ed è tornata a guardare fuori. Giusto il tempo per sentire un brivido dentro, qualcosa che veniva da lontano, il ricordo di un ballo appassionato, sfocato ma ancora nitido nella memoria. Poi andò via la luce – eravamo a casa di Luciano – ma non approfittai, non lo seppi fare, e quando si riaccese il lampadario, ci trovò lontani. Era la prima sera che ci vedevamo. Non sapevamo che presto saremmo stati amanti, partecipi di un unico sogno. Perché avremmo sognato insieme… Io ci credevo nell’amore, e anche lei, ma poi successe tutto troppo in fretta, il suo viso raggiante che mi presentava il referto del medico, il mio viso bianco come il foglio che mi tendeva festante… Chissà se tutti questi anni sono serviti per incontrarci di nuovo qui, su questo treno, chissà se è vero che in fondo siamo dei predestinati e che il futuro non ce lo costruiamo noi, ma ci viene regalato secondo un ordine precostituito. Chissà se ho sempre continuato ad amare questa donna che ora si passa una mano fra i capelli e che mi diceva “t’amo” facendo prendere aria ai polmoni, come se le parole le rimbombassero da ogni anfratto della sua anima…

Dario Lo Bianco

 
 
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