Laura passeggia tra i pini rinsecchiti del Monte Pellegrino. Sono le tre. Il dispaly graffiato del suo cellulare emette una luce azzurrognola e sintetica. Le sue dita si muovono veloci su quella superficie estremamente scivolosa e le unghie smaltate di nero sembrano produrre un attrito insostenibile al contatto con i tasti argentati e satinati del telefono. “Io non voglio che questo, lasciami qui, sono ancora viva, lo so, lasciami qui, non tornerò in città, e se morirò il mio cane scapperà e si salverà, ma non io.” Pochi istanti dopo Marco riceve il messaggio, ma lo leggerà soltanto tre ore più tardi. Marco abbraccia il cane che gli ha lasciato il suo amico, lo stringe, immerge il naso nel pelo folto e marrone, l’odore intenso e animale lo riporta subito a quando tredicenne si svegliava accanto al suo Husky. Adesso no, preferisce dormire sugli scalini della Vucciria mentre i cani randagi vegliano sul sonno discontinuo e sullo zainetto semivuoto. “Compare svegliati! Dobbiamo andarcene!” Ruben gli porge una canna appena accessa. Marco alza la mano e la prende, non ricorda nulla, è così frastornato. L’MDMA è finito e anche gli ultimi spiccioli. Si stropiccia gli occhi e guarda verso l’alto. “Ieri abbiamo fatto schifo, mi sento di merda.” Ruben annuisce distrattamente mentre appoggiato al muro si carezza i dreadlocks ruvidi e lunghi. Poi continua: “Ah sì! Adesso ricordo! Ho sognato di essere allo specchio e di ripetere tante volte il mio nome proprio come Antoine Doinel in Baisers volés di Truffaut! Che flash!” Ruben fuma in silenzio, vorrebbe vomitare, ma sa che è troppo presto. Marco accende il telefono, arriva il messaggio di Laura. Ancora dieci minuti. Comincia a piovere. “Questo muro è così grigio! Sai Laura è scappata, dice idiozie, io non ci capisco nulla, ieri notte siamo stati così bene anche se lei non ha voluto prendere nulla.” L’accendino è bagnato e non riesce a riaccendere la canna, ci riunucia, pensa a Laura per un attimo, gocce di pioggia brillano sui peli dei suoi polpacci. Ci gioca un po’ poi riprende a pensare a Laura. “Io ci andrei da lei, lo so dov’è, ma come faccio? Non ho neanche i soldi per il biglietto dell’autobus, e poi lui dove lo lascio?” Si china dolcemente su Gabu. Gli infila un dito in bocca. Il cane lo lecca avidamente. “Dobbiamo scollettare fratello, finiamo di fumare e ci appostiamo ai quattro canti, OK?” Ruben raccoglie il suo sacchetto bagnato e porge una mano all’amico che si tira su. Rumori di passi sul fango e di auto veloci che sfrecciano su via Roma sembrano rompere il grande silenzio che fino a quel momento sembrava dovesse durare per sempre. Una ragazza con un ombrello verde e una gonna marrone passa davanti a loro. Guarda per un attimo, ha un rossetto brillante e un’espressione un po’ lasciva. Gli occhi nerissimi di Ruben sembrano voler dire qualcosa di ben preciso, Marco si avvicina al suo viso, quasi a impedirgli di parlare attraverso l’irruenza del suo corpo, infine gli dà un bacio sul collo. Il contatto con la pelle di Ruben lo riporta al sogno e al suo giaciglio di cartoni. Adesso vorrebbe addormentarsi sulla spalla del suo amico, dirgli che lo ama, che ama il rumore della sua barba contro i dread di lui, che prova fastidio a sapersi altro da Ruben, a sapersi Marco e quindi corpo separato e non coniugabile a quello di Ruben. Nel frattempo Laura è quasi immobile. Seduta sotto un albero ha aperto il suo specchietto. Si osserva con attenzione, i piercing metallici e freddi, la pelle esangue, poi la mano scende e lascia cadere lo specchio sul seno leopardato e rigonfio. Si tocca per un attimo, i gabbiani gridano di tanto in tanto ma questo non importa a nessuno, tanto meno a lei, che pensa a Marco e allo specchio e alla morte. “Detesto sentire i calzini bagnati e camminare con i calzini bagnati, fradici, capisci?” Ruben non risponde, pensa a grossi serpenti, a bisce incredibilmente lucide e sinuose che si nascondono nelle fogne e che escono per strada, che si nutrono di bambini e talvolta anche di adulti. “Non mi ascolti, lo so.” “No non ti ascoltavo infatti, non è necessario che io lo faccia, io e te siamo liberi e io ti amo, non è necessario che io ti ascolti.” “Ma Ruben, concedimi almeno di ribattere a questa idea così peregrina e straordinariamente insensata, io ti dico: lunga vita a Gaveston e al re!” “Smettila di citare l’Edward II di Jarman e di parlare così, ho fame.” “Mangia, mangia il mio corpo! Anche se volessi darti il mio corpo in pasto la legge non me lo permetterebbe, saresti un assassino e un cannibale e non l’amato beneficiario del dono del suo migliore amico.” “Dai! Cosa mangiamo? Non scherzare, è da due ore che siamo qui e abbiamo accumulato solo 2 euro, non vedi? O vuoi che ti conti le monete ancora, e poi ancora, per sempre, fino a perdere il senso dei numeri e delle monete?” “Laura starà morendo, il suo progetto si sarà realizzato.” “Non dire cazzate, per morire di fame mica basta un giorno di digiuno!” “No infatti, aspetteremo.” “Che figata però, sfidare così il consumismo e la frenesia contemporanea con un suicidio a basso prezzo e terribilmente lento.” “A noi potrebbe succedere tutto questo anche senza pianificare sai? Noi siamo gruppi marginali, peggio del sottoproletariato, rischiamo la morte per fame e non il suicidio per fame.” “Lei sottrarrà il proprio corpo al mercato suicidandosi, non avrà più fame, non dovrà più comprare, non farà più parte dei target che i neocapitalisti raggiungono con la pubblicità, non sarà più audience, non sarà più destinatario di leggi, il nome Hitler o Obama saranno nulla per lei, cioè, Laura è troppo avanti fratello!” “Io ho troppa fame fratello, muoio di fame, appunto, muoio di fame.” Ruben si gratta il naso, sa che quel gesto è insignificante, pensa a quanto insignificante possa essere per Marco che lo guarda con aria decisamente interrogativa e affamata. Un moto di tenerezza lo spinge a pensare a quanto umano possa essere il suo amico tormentato dal bisogno di mangiare, così primordiale, quasi eccitante. “OK, devo avere qualche fetta di pan carré nello zainetto.” “Ah minkia! Potevi dirlo prima, sei un fango!” Ridono e addentano il pane, ne lanciano alcuni pezzetti a Gabu che abbaia di felicità. “Pan carrè!” “Carré sémiotique!” “Oppure Raffaela Carrè.” Qualche briciola di pane rimane impigliata tra i peli della barba di Marco, quella visone è talemente sgradevole per Ruben che non può non ripulire il viso dell’amico. Briciole sospese, instabili, non cadono subito ma cadranno, non rimangono lì per sempre, Ruben deglutisce e si ripete pan carrè continuamente e non ha intenzione di interrompere quel piacevole giochetto. “Punk arrè!” “Cioè punk ancora una volta? “Sì, ancora una volta. Arrè in siciliano vuol dire di nuovo…” “Ah Re! Che sciagurato destino! Il tuo Gaveston è morto e presto il tuo nobile sangue verrà versato per il piacere di Mortimer e della regina!” “Tu vivi nei film, ecco.” “Sì, perché tu no? “Forse meno.” “Io da piccolo ero punk e poi mi imborghesii, così mi iscrissi all’università, mi laureai, imparai a usare il passato remoto, poi mi ri-punkizzai per amor tuo mio dolce Gaveston e ora sono di nuovo punk, punk arrè.”
Luca Cinquemani | |