la città dei muri che perse la pace Repubblica — 17 febbraio 2007 pagina 11 sezione: PALERMO Per gentile concessione dell' editore Navarra pubblichiamo uno stralcio del racconto "Muri" ospitato dalla rivista "Margini" che si presenta alle 17 all' auditorium Rai. Non sa nulla dei muri? Vede, signore, tutto cominciò col muro di via dell' Estasi: un muro di mattoni forati, intonacato a calce. Quando l' inaugurarono, era bianchissimo. Tutta la città, a quel tempo, era chiara, luminosa, accogliente come un porto di mare: sinuosa nei vicoli del centro, aperta nei larghi viali di periferia. Poi tirarono su quel muro. Lo fecero per odio contro i marocchini, gli spacciatori. Li chiamavano così, ma non venivano tutti dal Marocco. L' odio, si sa, non va per il sottile. Scelsero quell' unica parola, marocchini, per dire che non erano dei nostri, che erano immigrati e che li detestavano. I marocchini abitavano in quattro palazzoni, dritti come torri, ciascuno alto undici piani, eretti su uno spiazzo come agli angoli di un ring. Li circondarono con un muro che aveva due sole porte, a nord e a sud. E sulle porte misero le telecamere. Per filmare lo spaccio, dissero. I marocchini, se marocchini erano, le spaccarono a sassate il primo giorno, appena venne buio. Nessuno le riparò. Non le dà da pensare? A me sì, signore. Mi fa pensare che la storia della droga era un pretesto: il muro l' avrebbero tirato su comunque. Per odio. Per separarsi da quella gente, gli stranieri. Per tracciare una linea, una frontiera: di qua noi, di là loro. Mi creda, signore, quel che distingue l' uomo dalle bestie è il muro, il bisogno del muro. (...) Così costruirono quel muro. Dissero che avrebbe separato gli spacciatori dai clienti, che avrebbe stroncato il traffico. Intendiamoci, signore: era vero e sacrosanto che si spacciava un sacco di droga nella città. Venivano a comprarla dai paesi vicini e i palazzoni di via dell' Estasi erano un supermarket sempre aperto dove acquistavi qualunque tipo di sostanza. C' era la fila di ragazzini con gli occhi vuoti, che camminavano come zombie o s' afflosciavano lungo i marciapiedi come rottami di bambole. (...) Solo che, appena fu completato, il muro, per quanto era lungo, si riempì di puttane come una carta moschicida. Puttane nere. Nigeriane, si disse, ma io non giurerei che venissero da un paese solo. Gli uomini della città cominciarono ad arrivare a sciami, a girare intorno a quelle donne come falene impazzite. Finì che se le scopavano contro il muro, in quel modo ferino che hanno gli uomini di scoparsi le donne quando le pagano. Io non ci andai, signore. Amo l' amore come il sole della vita, e il sole non si paga. Ma gli uomini arrivavano a plotoni, a battaglioni. Era uno spettacolo. Man mano che marciavano verso le donne, i lampioni del viale proiettavano le loro ombre sul muro, gigantesche. Le puttane schierate sembravano farfalle sulle pagine di un album. I passanti inorridivano. Ma voltavano la testa di nascosto, per spiare. Non poteva durare, si capisce. Si ribellarono le mogli. Andarono in Comune, cercarono il sindaco. Andarono in chiesa, cercarono il parroco. Un can can mai visto. Una sarabanda un tarantolare un putiferio. E il bello è che, alla luce del sole, si ribellarono gli stessi uomini che nel buio correvano dalle puttane. Strepitavano contro l' indegnità di quei commerci, l' oltraggio, il pudore offeso. Ed era tutto un "O tempora", un dove-arriveremo: il solito campionario d' indignazioni sciorinato all' alba e ammainato al tramonto. E più, di giorno, quei gentiluomini strillavano contro le puttane, più se le scopavano contro il muro, di notte, silenziosi, ostinati. Così si decise di costruire un altro muro. Per chiuderci dietro le puttane. Il secondo muro venne su altissimo, vertiginoso, nero come il peccato. Io non so, signore, quale pazzo lo fabbricò, con quale materiale. Posso solo dirle che lo tirarono su davanti alle finestre degli antichi magazzini del tabacco. Erano magazzini deserti, sconquassati, che da anni si andavano riempiendo di cinesi. Nei locali abbandonati centinaia di orientali lavoravano a ogni ora del giorno e della notte: cucivano borsette e magliette, frange e mutande, calzoni e borsoni, fazzoletti e reggipetti, ombrelli e borselli. Cucivano come forsennati, pestando sulle macchine senza un attimo di pausa. E lì, signore, successe qualcosa che nessuno s' aspettava: il muro appena costruito, come una mano immensa, acchiappava il rumore delle macchine e lo scagliava verso il cielo, lasciandolo cadere sulle case come un' onda di tuono. I bambini piangevano, le famiglie si spaccavano, i vecchi finivano all' ospedale, tramortiti dal frastuono. Il Comune venne preso d' assalto da una folla inferocita. Per farla breve, si tirò su un altro muro, imbottito di pannelli antirumore. (...) Successe che tra un muro e l' altro qualcuno aprì dei varchi. I delinquenti in fuga ci si cacciavano dentro: la polizia perdeva l' orientamento, quelli scappavano. Nel centro della città ci fu un' ondata di furti e di rapine: inseguiti, ladri e rapinatori scappavano verso i muri, ci s' infilavano dentro, sparivano. A un bello spirito saltò in mente di dire che i ladri erano rumeni, perché il muro l' avevano tirato su i muratori rumeni. (...) Cittadini infuriati chiesero che venisse costruito un muro intorno alle baracche dove dormivano i rumeni. Signore, io ho viaggiato il mondo. So che di qua e di là da una frontiera la terra è identica, identici gli alberi e le rocce e che le stesse donne, con costumi diversi, ti servono all' osteria. Ma gli uomini tirano su un muro e pensano d' aver diviso il mondo: di qua il bene, di là il male. Così costruirono il muro per chiuderci dentro le baracche dei rumeni. O meglio, fecero venire i moldavi per costruirlo, perché nella città, tolti i rumeni, non c' era un muratore a pagarlo oro. E i moldavi, per paura della vendetta dei rumeni, finito il lavoro se ne andavano a dormire tra i muri costruiti per smorzare il rumore dei cinesi. E lì dove i moldavi dormivano, avvennero due stupri. Fu di giorno, quando i moldavi non c' erano. Ma bastò che il giornale stampasse la notizia: squadre di cittadini andarono a tappare con una parete di mattoni ogni uscita del dormitorio dei moldavi. I muri si moltiplicavano. Muoversi per la città diventava una pena. Alcune famiglie se ne andarono. Fecero le valigie un paio di dinastie di commercianti. Ci andarono di mezzo i senegalesi che vendevano mercanzie da poco prezzo nei vicoli del centro storico. Vennero accusati d' aver ridotto sul lastrico i commercianti, costringendoli a fuggire. (...) Qualche bell' ingegno propose di cintare con un muro il grande deposito dove i senegalesi conservavano le merci. Venne ascoltato. Ormai ogni risentimento, ogni fiammata di rabbia si cementava in un muro. Un immigrato ubriaco dava fastidio a una ragazza? Il giorno dopo squadre di cittadini furibondi alzavano un muro davanti al bar dove quell' uomo aveva comperato l' ultima birra. Due albanesi si prendevano a botte in una piazza? Non passavano ventiquattr' ore e un muro divideva in due la piazza. Era una febbre, signore: una follia. Si fecero muri contro le lituane, che erano bellissime e facevano impazzire gli uomini, e muri contro i congolesi, che commerciavano in stoffe d' ogni colore al mercatino della domenica. Se ne fecero contro i pachistani che vendevano gli ombrelli a ogni pioggia, sbucando come lumache ai quattro angoli della città. Le strade si ostruirono, i viali diventarono tristi percorsi di guerra. (...) Quattro giapponesi venuti per affari vennero murati nelle stanze di un albergo dai loro concorrenti thailandesi. E quell' albergo, signore, tanto vale che lo sappia, era il Lux. Murato, anche quello. La gente fuggì in massa. Io no, signore: aspettavo Arianna. Vede, gli uomini sanno costruire i labirinti, ma poi non sanno uscirne. Non sono adatti a traversarli: marciano d' impeto, infilzano gli angoli, credono alla linea retta, urtano, tornano indietro, riprovano di forza. Una donna no. Una donna si fa flessibile, sguscia tra muro e muro con la sinuosità di un pesce che nuoti tra le pareti di un relitto. La donna tesse un filo, lo segue. Così, ora, aspetto Arianna perché mi conduca all' hotel Lux, in fondo a via della Ragione. Anch' io devo andarci, signore. Ho la speranza che sia rimasto un varco, che sia ancora possibile rientrare in quelle stanze. Aspetteremo insieme Arianna, lei ci guiderà. Mi presento, signore: il mio nome è Teseo. - (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
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