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Proletari in forza agli Atenei «I decreti, le riforme (ed Ercole)» scritto da Pietro Li Causi per Navarro
LUCA MALAVASI
Cosa c'entra l'Hercules Furens di Seneca con l'università italiana e la riforma Moratti? L'analogia, un po' per gioco e un po' no, viene scelta da Pietro Li Causi per meglio descrivere la condizione del «sottoproletariato intellettuale italiano» al centro del suo I decreti, le riforme (ed Ercole), un agile pamphlet uscito per l'editore palermitano Ottavio Navarro, tra i principali animatori del movimento della Pantera, che proprio dall'ateneo palermitano, nell'89, mosse i primi passi. Dedicato a tutti i giovani (e non più giovani) precari dell'Università italiana, che sopravvivono tra assegni di ricerca da 800 euro lordi al mese, contratti di docenza da 30 ore e «borse e borsette» dalla vita breve, il libro nasce dal tentativo di interpretare meglio il presente e soprattutto il futuro di quella grossa fetta di «manodopera» universitaria collocata pro tempore, ma chissà per quanto, nel limbo che separa la conclusione della formazione dottorale dall'assunzione a tempo indeterminato. Al centro della costellazione c'è la riforma Moratti che, com'è noto, sembrerebbe ampliare questo periodo di incertezza, cancellando la vecchia figura del ricercatore - primo gradino dell'assunzione - per sostituirla con un ricercatore a tempo determinato. O, meglio, a scadenza, visto che entro un certo numero di anni (sei normalmente, perché i tre di dottorato finiscono nel conto generale) deve fare in modo di persuadere l'università a promuoverlo a professore di prima fascia, assumendolo a tempo indeterminato. Se va bene, appena prima dei quaranta, e dopo essere sopravvissuto a un trattamento economico che, come accade oggi per i docenti a contratto, può variare sensibilmente da un Ateneo all'altro, a seconda delle disponibilità finanziarie. Il ritratto disegnato da Li Causi, che si destreggia abilmente nel burocratese delle leggi (la filologia, in fondo, serve a qualcosa), è preoccupante. Tanto più se confrontato con le ben più stabili situazioni di coloro che in America seguono lo stesso percorso; tuttavia è vita vissuta da un numero considerevole di persone. Che però, ricorda l'autore non risparmiando critiche neppure alle associazioni di categoria come quella che riunisce i dottorandi, sembrano incapaci di organizzarsi, reagire, protestare, avvalorando l'ipotesi di Letizia Moratti secondo cui la contestazione della riforma sarebbe sostenuta da una «minoranza rumorosa». Colpa, anche, di un dato mai troppo evidenziato, vale a dire l'incomunicabilità tra università e società, che rende spesso oscura, all'esterno, l'organizzazione delle carriere universitarie, con la conseguenza di frenare la condivisione di esperienze che rimangono tutte personali. Ma di «discontinuità comunicative e disfunzioni relazionali» Li Causi, lungo il libro, dà anche altri saggi, divertenti se non fossero preoccupanti, segnalando in particolare le tante cesure dialogiche tra chi nell'università vive e chi ne decide il futuro a suon di leggi. Proprio dall'esperienza personale di ciascuno Li Causi invita concretamente a ripartire, tanto più perché, anche nel caso di una vittoria della sinistra, le cose non sembrano mettersi granché bene: almeno stando ai documenti programmatici, per la cui lettura integrale l'autore, come in tutti gli altri casi in cui si richiama a documenti ufficiali, leggi e decreti, rimanda a fonti di facile reperibilità on-line. Segnalata l'inutilità di trasformare la riforma Moratti in capro espiatorio, e date per acquisite tutte le cancrene che affliggono storicamente l'istituzione (nepotismo, prevalenza di logiche non meritocratiche, sfruttamento gerarchico, assenza di trasparenza), Li Causi chiude il suo pamphlet suggerendo di cominciare a raccontare le proprie esperienze nel contesto universitario, per tentare di rendere pubblicamente visibili, con tutti i mezzi leciti, le esigenze via via mortificate. Non di una semplice protesta si tratterebbe, ma di una messa in comune dei molti problemi esistenti, in grado di rimuovere il manto di para-omertà che, cercata o no, sembra staccare la «cosa» universitaria dal resto della società civile. E così, forse, chi ha il compito di legiferare sul destino di quel «sottoproletariato» che, a conti fatti, manda avanti le università, avrà qualche informazione in più per agire realisticamente. Nell'attesa, può cominciare proprio con l'Hercules Furens così come ce lo presenta Seneca, in cui si legge di un eroe che sopporta fatiche enormi senza ricevere in cambio la giusta ricompensa e che, tuttavia, non smette di aspirare - legittimamente - «al cielo». Un eroe afflitto dell'attacco di figure come Giunone, che fanno leva sulla sua frustrazione e ne alimentano la violenza alla quale, pure, non vorrebbe cedere; e che, infine, data la sua natura ibrida (metà divina e metà umana) sembra impedito ad ascendere tra gli dei, vedendo di conseguenza prolungato all'infinito il proprio status servile. Insomma, un antenato dei precari dell'università.
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