| Fulminati, a proposito di un libro... |
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| Dicono di noi - Fulminati | |||
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lunedì, 07 aprile 2008 http://colfavoredellenebbie.splinder.com/ Fulminati, a proposito di un libro... ‘Chissà se i fulminati di fiume sono come quelli di mare’, dice la dedica. Mi viene da sorridere e penso, intanto, che non so fare le dediche e che vorrei averla scritta io, questa. A dirla tutta, non so fare neppure le recensioni. Magari percorro qualche pezzetto di strada insieme con i libri, a volte, fra la gente. E con gli autori. Sempre con la preoccupazione di sbagliare il passo o il modo. Facciamo così, quindi: questa non è una recensione, neanche una presentazione, ma un accompagnamento dedicato a Medicineman, amico di blog, che leggo a singhiozzo, così come leggo a singhiozzo le altre blog-scritture, in questo periodo strano in cui il tempo fa quel che gli pare ed è sempre altrove.
Il libro è Fulminati, di Antonio Musotto, appunto, che, assieme ad Elio Carreca e a Sandro La Rosa, ha pubblicato una raccoltina di racconti per i tipi di Navarra Editori: un libro sottile, di microstorie a lama, inquiete e, a loro volta, fulminanti. Il nastro di scorrimento di queste narrazioni è la città, nel suo paesaggio umanamente confuso. Eppure non sono i luoghi ad accamparsi, luoghi che pure si declinano in interni di uffici, studi dentistici, case, internet café, e ancora nei ‘loculi’ delle riunioni riservate, in capannoni di fabbriche abbandonate o in esterni che hanno il rumore del traffico e della sua bailamme infelice . E nemmeno gli eventi: quasi sempre sotto traccia (come sanno esserlo gli appostamenti dissimulati, gli spionaggi di mestiere, gli incontri di eros&noia), o talmente laceranti da diventare esempi pirandelliani della banalità del male, della ‘coda del mostro’, da ricondurre alla alienazione, alla vendetta rancorosa, all’esasperazione, quella che fa sparare sul branco o addormentare per sempre mammà. Sono le esistenze ad imporsi, piuttosto. Il senso perduto delle esistenze, ferme ad un gradino, ad un ostacolo o nodo, a qualcosa che chiude, impedisce l’uscita, perché diventa orizzonte, l’unico orizzonte possibile. Le esistenze appaiono sussistenze, deriva di vite che scoppiano non per eccesso di pienezza, ma per le mine vaganti del quotidiano, con detonazioni spesso silenziose di malessere e disagio. Regalano la particolarità dello sguardo, lente deformante che ingigantisce o minimizza, contorce o deforma. Lavorano d’occhi, molti personaggi. Alcuni guardano dall’alto, da un terrazzino o da una finestra: modellano comportamenti laterali e obliqui sulla vita altrui; altri puntano su di sé e sul mondo uno sguardo lisergico e allucinato, da leccata al dorso di un rospo: uno sguardo che stravolge e non distribuisce né favole né consolazioni, ma solo conferma solitudini ab ovo, nell’inquinamento radicale e a fittone di ogni giorno. I personaggi di Musotto affidano allo sguardo dialoghi implosi, sfioramenti, che non trovano altro punto di contatto, o tentativi di agnizione. Ma anche gli occhi sembrano aver abdicato alla loro funzione: vedono senza riconoscere il volto riflesso nello specchio, la stanza, la donna di un pomeriggio. Ai ‘fulmini’ che snervano l’esistenza, d’altra parte, non si può chiedere di far luce: sono contingenze, declini o ossessioni, dismissioni interiori o stanchezze folgoranti che abbagliano, spezzano e richiedono patti in deroga con il mestiere di vivere. Chi sopravvive, resta. Alla maniera della scoria, del detrito, raccolto dalle parole, con le parole, dello stesso colore della strada.
Da leggere. Fulmineamente.
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