Repubblica — 19 marzo 2008 pagina 12 sezione: PALERMO
«In tempi come i nostri di comunicazione istantanea e di incontri virtuali, la figura del cantastorie, artista girovago e di strada, potrebbe apparire anacronistica. Io, però, continuo a credere in questo ruolo di autentica voce popolare». Nonò Salamone è uno degli ultimi cantastorie ma ha la fierezza di appartenere a

una schiatta antica che risale al Medioevo e che da allora ha sempre raccontato il proprio tempo mescolando fantasia e cronaca e girando pazientemente per piazze e fiere. Il sessantaduenne artista di Sutera stasera è al teatro Nuovo Montevergini per presentare in concerto il nuovo disco "Focu ardenti" pubblicato da Navarra Editore (via Montevergini 8, ore 21, ingresso libero). Salamone è accompagnato da Mimmo Pontillo, contrabbasso, Giuseppe Angotta, chitarra, e Pasquale Augello, percussioni. Nonostante un' attività iniziata molti anni fa, ricca anche di spettacoli teatrali, televisivi e tour in tutto il mondo, questo è il suo primo cd: come mai? «In realtà ho alle spalle cinque dischi in vinile e numerose raccolte su supporto digitale in cui però sono presente solo con alcuni brani. Questo è il primo compact interamente mio. Il fatto è che oggi è molto facile fare dischi autoprodotti, cioè a proprie spese, ma non sono mai stato d' accordo con questa logica. Ho preferito aspettare un vero editore e una reale distribuzione». Chi è oggi il cantastorie? «è una figura certo molto diversa da quella di cinquant' anni fa. Oggi è un po' più cantautore, è più attento alla parte musicale. Non è mutata, però, l' urgenza espressiva, l' esigenza di non essere banale, l' importanza di non dire fesserie. Oggi il cantastorie è un giornalista da terza pagina: racconta notizie di ieri e di oggi per tenerle vive a sé stesso e al pubblico, per approfondirle, commentarle, darne anche giudizi e trarne una morale. Interpreta, soprattutto, il pensiero delle persone comuni, diventa lo specchio della sua gente». E quali storie racconta in "Focu ardenti"? «Sono quindici pezzi di una memoria che non vuole sparire, come ad esempio "Malarazza", "Il lamento di Turiddu Carnevali", "Ballata contro la mafia", "Lu trenu di lu suli", quest' ultima dedicata alla tragedia della miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio, ove nel 1956 morirono centinaia di emigrati italiani. Storie che mescolano dolore, impegno civile, a volte anche umorismo; storie pubbliche e private, che vogliono raccontare la Sicilia con un linguaggio semplice e diretto». Di solito compone sull' onda emotiva dell' attualità? «Al contrario. Per una sorta di pudore, sono restio a scrivere a caldo, preferisco fare decantare fatti ed emozioni. Unica eccezione è stata "A Palermu ti mannaru", dedicata all' assassinio del generale Dalla Chiesa: mi fu impossibile trattenere rabbia e indignazione». E la satira politica? «Una volta ho scritto anche un pezzo ironico su Berlusconi ma l' ho cantato solo una volta. I personaggi politici sono tutti uguali e parlarne è come far loro un favore. Meglio andare all' osso e concentrarsi sui problemi reali, l' emigrazione, i clandestini, le guerre». -
GIGI RAZETE