SCATTI DI "PAZZITA'", EFFETTI DI "BASSA MAREA" - NEBRODINETWORK.IT
Dicono di noi - Pazzità

Scatti di “pazzità”, effetti di “bassa marea”. A proposito di due recenti raccolte

Pazzità
"Si diceva che tutto fosse successo ai tempi dell’infanzia. La madre di Angelo era Teresona Succhiacucuzze, una buttanissima buttana conosciuta sino alle pendici dei Nebrodi."
Così, secondo una leggenda cresciuta, di casa in casa, tra “buttigghiuna” di vino e piatti di pastasciutta, ebbe inizio la storia di Anciluzzu ‘u sceccu, cui era toccata la ventura di nascere, diciamo, difettoso: senza collo, con la testa direttamente attaccata al busto e, quasi per effetto di compensazione, con una smisurata propaggine nelle regioni intime. Laddove, sopra, c’era una rientranza, cresceva, sotto, una deliberata sporgenza. Da qui l’epiteto ‘u sceccu.

Il “dato” fisico segna dall’inizio alla fine la vita di Anciluzzu, protagonista di Cucuzze, di Tonino Pintacuda, uno dei nove racconti contenuti in Pazzità (Navarra Editore, 2008). Una raccolta di scatti fotografici – come suggerisce, nella sua Prefazione, Masha Elena Sergio – posti sotto l’insegna della "pazzità", cioè a dire di pazzia e assurdità insieme. Accomunati dal denominatore della bizzarria e della stranezza del vivere, dall’irrompere di eventi che frantumano il fluire ordinario del tempo. Sono esperienze di lacerazione che, però, rivelano la consistenza della reale:

Varcò la soglia da solo, come stregato, e guardò nel profondo dell’orrore. Fu nel muto incubo della realtà. Le budella si contorsero dentro di lui. Si smarrì in esse. E dovette distogliere lo sguardo per ritrovarsi

Janos (La superficie delle cose, di Mauro Corvaia) viene brutalmente investito da una visione agghiacciante: l’orrore prodotto da una madre-bambina sopraffatta dalla disperazione. Quella scena lo ridesterà dal torpore esistenziale in cui è immerso, dalla vita non-vita che sino a qual momento ha condotto. Scoprirà, finalmente, la fisicità del reale, imparerà a percepire gli effetti generati dalla “superficie delle cose”, a sentire, sotto i piedi, non solo il piano liscio e levigato, ma anche le scabrosità, gli inciampi, i vuoti e le dismisure. La sua vita, in quell’istante, si apre. Da lì comincia il suo viaggio. A lungo vagheggiato, ma mai, sino a quel momento, realisticamente intrapreso.

La scoperta di sé, la consapevolezza del proprio esistere, è sempre il frutto di un urto che viene da fuori: “se non incontro qualcuno non capirò mai dove mi trovo”, afferma Françoise in Amnésie Blanche di Sergio Cataldi – uno tra gli “scatti” più surreali e intensi al tempo stesso; direi quasi: poetici.

Ma, purtroppo, non basta incontrare qualcuno, bisogna anche saperlo riconoscere. Saper vedere l’altro che sta davanti a noi, come accade ad Anciluzzu con Giulietta, o a Françoise con Clément. Diversamente – è il caso di Eduardo in La politica dei Botero o del protagonista di Dirimpettaia – , il destino, segnato, è quello del solipsismo, della chiusura nella propria sfera onirica, nel proprio malsano, narcotizzante universo monadologico.

È dunque la relazione con il “fuori di noi” che riveste, sempre e comunque, un carattere decisivo. Anche, e forse soprattutto, quando essa assume i tratti dell’inatteso, della situazione limite, dello spaesamento. Della pazzità, appunto.

Bassa Marea

Un cenno, per finire, su un’altra raccolta di testi narrativi, Bassa marea. Antologia di racconti. Vol. 1 (Edizioni Historica, 2010). Così recitano le righe introduttive:

Dicono che i guardiani dei fari sono esseri speciali. Pervasi da un forte senso mistico. Ricordano un po’ le antiche vestali romane, sacerdotesse vergini della dea Vesta custodi del sacro fuoco della Città Eterna. Molti sono formidabili lettori, altri scrivono anche. Dicono che la maggiore ispirazione gli arrivi con la bassa marea.

Il concept risulterebbe in sé convincente, volendo perfino suggestivo. Sfortunatamente, però, il materiale narrativo solo in pochi casi riesce ad essere all’altezza (isolerei due episodi: La sciarpa di Gaetano Barbagallo, un testo stilisticamente asciutto, con un’andatura quasi cinematografica, in cui si assiste piacevolmente ad uno sviluppo di trame e situazioni esistenziali che, per effetto di mera casualità, si sfiorano fino a lambirsi delicatamente l’una con l’altra: quasi la premessa\promessa di un intreccio che tuttavia rimane, per così dire, in nuce, insito nella dinamica del testo epperò lasciato interamente alle pulsioni fabulatorie del lettore; e Tanto una brava persona di Alessio Pracanica, basato su una singolare invenzione: l’incontro – anche qui, casuale, determinato dall’urto del predellino di una carrozza – tra la signorina Poppel e un garbato giovane che, gentilmente, le offre soccorso: proprio una “brava persona” che, di lì a poco, farà molto parlare di sé).

Come attenuante ci sarebbe il fatto che si tratta di una raccolta di autori per lo più esordienti (tranne alcuni, come recita la quarta di copertina, “già affermati nel panorama della piccola e media editoria”), selezionati a seguito di un concorso. A questo punto verrebbe da interrogarsi sui criteri adottati nella selezione. Viste le numerose, grossolane cadute di stile – per non parlare delle inaccettabili sciatterie a livello sia tipografico che di impaginazione – riesce difficile darsi una risposta convincente. Sul perché si decida di pubblicare in questo modo. Sul perché si vogliano lasciar filtrare delle così macroscopiche impurità. Sul perché, in definitiva, ci si ostini così pervicacemente a voler malmenare  la letteratura.

Francesco Gusmano

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