QUELLE “VITE SOSPESE” DI CHI CI STA ACCANTO IN UN LIBRO DIECI STORIE DI TRISTE IMMIGRAZIONE - A SUD D'EUROPA OTTOBRE 09
Dicono di noi - Vite Sospese

Quelle “vite sospese” di chi ci sta accanto. In un libro dieci storie di triste immigrazione

“Ci passano accanto a milioni e ci sembrano facce tutte uguali. A malapena distinguiamo le razze, ma siamo
ignoranti, confondiamo una giapponese con una cinese, una polacca con una rumena. Non conosciamo le storie dei loro paesi, i loro miti, gli dei, gli eroi, tuttavia sappiamo sfruttarli benissimo e non gli consentiamo neppure uno sbaglio. Sabi, Betlemme, Aden e gli altri, con i loro destini storti, avranno qualcosa di nobile da raccontare ai loro nipoti. Hanno dato la vita per vivere, sono i cavalieri del terzo millennio. Fuggiti dai loro paesi, perseguitati dalle polizie locali, vittime di ingiustizie politiche, di dittatori militari, di infamie d’ogni genere, approdano in Italia e finiscono “dentro” un poco accogliente centro d’accoglienza, come un Alberto Sordi nero “detenuto in attesa di giudizio”. In un Italia che più emigrante non si può, che è stata in America, Australia, Germania, Svizzera, le loro vite rimangono più sospese che mai”.

Sono alcuni passi della prefazione di Diego Cugia all’ultimo libro di Vincenzo Figlioli “Vite Sospese” (Navarra editore). Non certo il solito racconto di stranieri, giunti in Italia per migliorare la propria vita attraverso un lavoro migliore o per cambiare solamente aria. Chi cerca, infatti, tutto questo resterà certamente deluso perché “Vite sospese” racconta dieci “storie di resistenza contemporanea”, dieci storie di vite “sospese nel tempo”, alle quali l’unica possibilità di scelta data è stata andare via, fuggire, cercando riparo altrove. Sabi, Karimi, Ghaleb, Seref, Betlemme, Olivier, Fumi, Alex, Aden e Kossi sono i protagonisti, incontrati dall’autore nel centro d’accoglienza di Perino, una contrada di Marsala, struttura che dal 2004 ad oggi ha accolto circa 200 immigrati provenienti da ogni parte del mondo. In attesa di essere riconosciuti rifugiati politici, tutti hanno accettato di raccontare la propria storia, in quasi tutti i casi caratterizzata da violenza, soprusi, vessazioni di ogni genere. Sofferenze lenite, però, dalla grande dignità che puoi leggere negli occhi e attraverso le ferite di ognuno di loro.
“Vite sospese perché la realtà di un centro di accoglienza da proprio l’idea della sospensione nel tempo - spiega l’autore - soprattutto in una fase che rende molto complicata la soluzione di questi percorsi di vita. In Italia non c’è una legge organica sul diritto di asilo. Fa fede la legge Bossi-Fini che comunque non è una legge di apertura nei confronti dei migranti. Non a caso sia Amnesty International sia la Commissione Europea hanno più volte criticato la nostra legislazione in materia, invitando l’Italia ad uniformarsi al resto dei paesi europei”. Forse non tutti lo sanno – ovviamente è più facile accettare come “verbo” le immagini di gommoni salvati dal mare e i commenti “pilotati” ai vari servizi televisivi – ma solo il 15% delle persone che arriva lo fa dal mare. Nella maggior parte dei casi giunge attraverso altre strade, con biglietto aereo e visto turistico, scaduto il quale si diventa clandestini. “La realtà dei richiedenti asilo è un po’ diversa - prosegue Vincenzo Figlioli - perché nel momento stesso in cui arrivano fanno subito la richiesta. Da allora vengono dirottati ai Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) o presso una struttura messa a disposizione dai Comuni italiani che aderiscono al progetto SPRAR, il Sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati.
Ce ne sono 44 in tutto il Paese e Perino è uno di questi. Vicende che, invece di risolversi nell’arco di 6 mesi, spesso durano anche un anno. E, mentre aspettano di essere chiamati dalla commissione, le loro giornate passano in maniera ripetitiva, tutte uguali, senza grosso spazio per l’immaginazione. Dimentichiamo spesso che si tratta di persone che hanno visto morire i loro familiari e che, nonostante tutto, sono scappati perché non hanno voluto sopportare le ingiustizie. Una determinazione che deve essere per noi un insegnamento”. Tutti i nomi dei protagonisti del libro sono, poi, quelli reali. Nessuno ha, infatti, voluto restare anonimo. “Sono stati tutti molto determinati a voler lasciare il loro nome – conclude l’autore del libro - perché sperano, nel momento in cui il loro paese diventerà democratico e potranno tornare indietro, di portare questo libro a testimonianza di quello che hanno continuato a fare per la loro terra anche da lontano. Veramente una grande lezione di vita. Purtroppo il nostro paese continua a ritenere che i richiedenti asilo politico possono essere tranquillamente mandati indietro con gli altri migranti in Libia, dimenticando per esempio che proprio la Libia non riconosce l’Alto commissariato Onu per i rifugiati e che non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra. Paradossale, quindi, pensare di parlare di diritti umani con un governo come quello libico”.

 

Gilda Sciortino

12ottobre2009 asud’europa 9

 
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