PREMIO LETTERARIO "TORRE DELL'OROLOGIO". INTERVISTA A GIORGIO DI VITA, AUTORE DI "NON CON UN LAMENTO" - FATTIITALIANI.IT
Dicono di noi - Non con un lamento
PREMIO LETTERARIO "TORRE DELL'OROLOGIO". INTERVISTA A GIORGIO DI VITA, AUTORE DI "NON CON UN LAMENTO"

 23 settembre 2010 -FATTIITALIANI.IT

Un libro su Peppino Impastato, morto ammazzato il 9 maggio del 1978, e le vicende di Radio AUT, l'emittente che dava fastidio ai mafiosi della zona fra Trapani e Palermo. Si intitola "Non con un lamento.  Peppino Impastato, vertigini di memorie" (pagg. 128, € 10,00), scritto da Giorgio di Vita e pubblicato da Navarra editore. Il volume concorre alla prima edizione del premio letterario "Torre dell'Orologio" di Siculiana: il comitato di lettura, presieduto da Simonetta Agnello Hornby, deciderà entro il 3 ottobre la cinquina dei finalisti. Fattitaliani ha intervistato Giorgio Di Vita, romano di origini siciliane, apprezzato autore di fumetti: nel 2009 ha realizzato due e-book di tecnica del fumetto "Diventare Cartoonist" (Bruno Editore) e di disegno "Disegnare persone e animali" (Arte e Crescita). Nell'estate 2005 aveva già pubblicato Topomania (Piemme editore) in vetta alle classifiche dei libri di "varia" più venduti e nel 2007 un racconto ispirato a Las Meninas di Velázquez (50&Più), mentre "Non con un lamento" è il secondo romanzo dopo "Il bambino delle ombre" premio speciale della giuria del "Premio Cento" e finalista al premio "Il gigante delle langhe".

 

Rivivendo attraverso la narrazione l'esperienza di Radio Aut, col senno di poi che cosa le appare più chiaro di quegli anni?

Innanzitutto, quanto fossimo scomodi e imbarazzanti per il boss Badalamenti. Parlare attraverso dei microfoni a interlocutori che non si vedono, non restituisce l'idea dell'impatto che le proprie parole possono avere su chi ascolta. Peppino parlava, si può dire, faccia a faccia con "Tano seduto", ma la percezione della vera forza di Radio Aut l'ho avuta, purtroppo, solo a tragedia consumata. Altrettanto chiaro mi è oggi che il coraggio che ci animava aveva gradi e sfumature diverse per ciascuno di noi. Un grosso ruolo lo giocavano l'inconsapevolezza e la presunta prerogativa di invincibilità che spesso anima l'agire quando si hanno vent'anni. Percorrendo la storia della mafia e dell'antimafia di quell'ultimo scorcio degli anni '70 e dei decenni successivi, mi appare chiaro che l'azione di Peppino sarebbe stata veramente poca cosa se nessuno l'avesse raccolta. Era in atto una lotta interna alla stessa Cosa Nostra in quegli anni, e i Corleonesi avevano già iniziato a fare la guerra alla vecchia mafia di Badalamenti. Forse quello che scrivo nel mio romanzo, e cioè che abbiamo aiutato Riina e i suoi a far sì che Badalamenti venisse "posato" da Cosa Nostra, non è un'idea campata per aria, e questa consapevolezza è affiorata in me lentamente, insieme all'idea di raccontare di quegli anni.

Oggi cosa prova ripercorrendo i luoghi della sua adolescenza?

È una sensazione ambivalente: da una parte un rinnovato senso di appartenenza a quei luoghi, un'intimità che mi accorgo di non avere mai perduto con la terra, il mare, la topologia del paese, con la parte, cioè, immutabile di quel lembo di terra che segna l'inizio del golfo di Castellammare; d'altra parte, però, il non riconoscere più le persone (a parte qualche caso isolato del quale continuo a meravigliarmi), il constatare che in pochi decenni si sono perse tradizioni secolari (i richiami degli ambulanti per le strade, le facciate dipinte, l'abitudine di sedere fuori della porta le sere d'estate a respirare la brezza e a chiacchierare), mi dà la misura di quanto il passare del tempo possa essere dimenticanza, perdita di valori.

Rispetto al suo primo romanzo, che cosa è cambiato nel suo modo di scrivere?

Lo scrivere, come il praticare qualsiasi arte, è una palestra in cui ci si tonifica, si superano gli schemi, si prende confidenza con se stessi. Ogni nuova esperienza di scrittura mi trova più capace di esprimermi con libertà, sempre meno preoccupato di schemi e modelli. Ogni tanto, però, torno sulle pagine degli autori che mi hanno fatto innamorare della scrittura, per ritrovare disciplina e punti di riferimento.

La Sicilia di ieri che cosa potrebbe insegnare e apprendere dalla Sicilia odierna?

Mi viene di rispondere con una domanda più generale, anzi con due: cosa ci insegna il passato? Cosa cambierebbe del mostro presente se conoscessimo le conseguenze future del nostro agire? Alla prima potrei rispondere che la conoscenza della storia, la memoria collettiva (ma anche quella personale), sono le gambe stesse con cui camminiamo. La storia della Sicilia di ieri ci insegna, per esempio, come la commistione di tante culture sia un fattore decisamente positivo, il motore di una dialettica che ha fatto la ricchezza, la grandezza di questa terra, rendendola quasi un riassunto del mondo e, per questo, forse, anche l'isola per antonomasia, il luogo bastante a se stesso. Andrebbero, però, anche approfondite le conseguenze di questa pretesa autosufficienza. Occorrerebbe comprendere se la storica presenza della mafia, non ne sia la conseguenza. Ma parlare della Sicilia in generale credo sia fuorviante. Proprio la ricchezza di culture che da sempre l'ha contraddistinta rende questa terra immune dal poter essere considerata serbatoio di una mentalità unificante, di un carattere popolare omogeneo. Cosa avrebbe potuto apprendere la Sicilia di trenta, quarant'anni fa se avesse potuto gettare uno sguardo alla Sicilia di oggi? Difficile dirlo. Per alcuni, spero, sarebbe stato lo stimolo a non cullarsi nell'idea che la mafia, tutto sommato, sia una componente innocua, anzi utile, del tessuto sociale e che, comunque, qualunque tentativo di ribellione risulti inutile.

Una figura come Peppino Impastato su che cosa si è particolarmente rivelata profetica?

Innanzitutto sul fatto che di mafia si può e si deve parlare, che la mafia c'è ed è un tutt'uno con certa politica e con certa imprenditoria. Oggi per ciascuno dei ragazzi di Radio Aut ce ne sono cento, mille, che amplificano le parole dette ai microfoni di allora e che portano quelle voci ben più lontane di quanto il trasmettitore di allora consentisse di fare. Le radio ispirate a quella di Peppino si sono moltiplicate, anche se non mi piace l'idea che siano state intitolate al film di Giordana (si chiamano spesso "Radio Cento Passi"), perché il rischio è quello di sminuire la forza del messaggio, di farne un fatto tutto interno all'ambito mediatico, un sottoprodotto di un film e non una conseguenza delle idee di Peppino. Giovanni Zambito.

 
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