| SCIMMIE - Gallo Alessandro |
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Scimmie
1. PICCOLI E CAZZUTI
Ero così egocentrico che a un matrimonio sarei finito per strappare l’abito bianco della festeggiata. Gli sguardi, gli applausi e i sorrisi a lei dedicati. Così egocentrico da finir in una bara a un funerale sfrattando il morto, strappando i pianti e i dolori dedicati alla sua fine.
17 Settembre 1985. Ricordo quella sera come se fosse ieri. Eravamo lì: io, Franco e Tore. Solita panchina, solita serata ad atteggiarci a grandi, a fingerci di essere i padroni di quella piazza e di tutto ciò che passava da li. Cristiani e animali. - Uagliò, che cazze tiene ‘a guardà. Saje chi comanda quà!? E bastava che il ragazzo facesse vedere la sua paura che diventava un pupazzo nelle mani di una comitiva di scimmie arrabbiate. - Ti staje facendo la cacca sotto. Ricchione, staje tranquillo a casa ci torni. A pezzettini ma ci torni. Ci fingevamo forti, adolescenti duri, così facevamo credere, ma poi tornati a casa ognuno di noi doveva starsene in silenzio ad ascoltare e obbedire i propri genitori. A farsi asciugare a colazione dalla sorella maggiore la traccia di latte sulle labbra, a guardare il festival di Sanremo con tutta la famiglia, ascoltare il discorso del Papa la domenica mattina, a pranzare, sempre in orario, con tutti i parenti, in tutte le festività: Natale, Capodanno, Pasqua, Ferragosto. Genitori normali, come tanti. Genitori salariali: papà meccanico, mamma infermiera, papà operaio, mamma casalinga, papà autista, mamma commessa. Per farci belli con le ragazzine compravamo abiti taroccati: - uanema, sta maglietta addò l’aje accatate. ‘E uguale all’origginale… Come le peggiori controfigure dei modelli della “Milano alta moda” andavamo fuori scuola a caccia di ragazzine: - Totò, guarda ci sta Carmela. Mamma mia guarda che seno che tene. A Me sembrano due prosciutti. Ora vado, ora vado, ora vado ‘a ce da nu muorze! Ma mai nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi. Eravamo allergici. E le nostre prede scappavano, a suon di musica Dance, con i nemici dalle auto sportive, quelli dalle minigonne e alettoni color blu cobalto. Nel nostro recinto, come dei maiali che giocano con il fango, condividendo letame e scarti di cibo, avremmo potuto conquistare anche la donna del capo clan. Piccoli ‘e male ‘ngavate, ci dicevano i nonnetti del circoletto che costeggiava la nostra panchina, ma una volta usciti dal rione, una volta lasciata la nostra panchina, ci trasformavamo in cani bastonati. Il branco era unito, ma la nostra non era altro che una solidarietà da pezzenti che si sostengono, da quindicenni che con tutti i mezzi volevano sembrare come i loro coetanei: - allora, noi ogni qualvolta che da questo rione passa un ‘uaglione noi dobbiamo farci sentire. Questa è zona nostra. E poi dobbiamo fare come quelli del Rione dirimpetto: dobbiamo trovarci dei soprannomi. ‘A Napoli non se po’ sta senza nu soprannome. Importante poi è avere tanta femmene che ci circondano. Dobbiamo chiavare con tutte, sottometterle tutte. Se no va a finire che addiventamme dei piscettoni. La nostra più che un volere affermare se stessi era voler copiare la moda del tempo, la moda del rione. Era avere tutto subito, in fretta. E ci riuscimmo. Per poco, ma ci riuscimmo. Per questo una sera, era agosto, la città si era svuotata come tutte le estati, decidemmo di risolvere questa nostra ansia da prestazione e in comitiva, con mani e gambe sudate dall’emozione, partimmo da quello che ci sembrava essere il nostro primo passo verso il mondo dei grandi, ci sembrava essere, per noi, il nostro battesimo, rito di iniziazione: ci recammo da Annarella ‘A Puttana. Lavorava in un appartamento di Bagnoli, a due passi dalla Cumana. La scoprimmo grazie al padre di Totore, che una notte uscì da casa zitto zitto, senza farsi beccare dalla moglie, per recarsi nel basso erotico napoletano. Noi, che quella sera decidemmo di restare tutti a dormire da Totore, incuriositi di questa sua uscita improvvisa lo seguimmo. Capimmo subito che il basso abusivo, nato come scantinato e col tempo adibito a luogo di passioni notturne, era zona traffico limitato perché fuori, vestito con un completo bianco panna ed una collana d’oro che avrebbe illuminato un campo di pallone, c’era seduto Gioacchino ‘O Puttaniere, e il soprannome diceva tutto: non stava lì per leggersi il giornale. Ci svuotammo le tasche, riuscimmo a racimolare ventimila lira, soldi che già in precedenza furoni racimolati attraverso pagatte mai spese e figurine Panini vendute a prezzi davvero competitivi, visto che erano, la maggior parte, tutte figurine che fottevamo a scuola ai nostri amici. Rossi, Donadoni, Baggio, Prandelli, a me sembravano che ci guardassero schifati, con un certo odio. Sarà che dopo un po’ mi sentivo in colpa di queste rapine poco redditizie. E pensare che io ero l’unico che odiava il calcio. Sarà forse per questo. Ero l’unico che odiava il neomelodico, per me i mitici Pink Floyd erano insostituibili. Pezzi come Southampton Dock, The Finul Cut, Paranoid Eyes mi lasciavano rilassarmi nello sgabuzzino del negozio di mio padre tra una pausa e l’altra. Ci convincemmo che solo Annarella avrebbe svuotato in noi la timidezza e la paura che ci bloccava ad ogni sguardo di qualche ragazzina. Arrivati fuori al basso, Nino D’Angelo e il suo “Fotoromanzo” ci accompaganava in questa impresa per noi indimenticabile.
E sognammo casa nostra, tu che aspetti alla finestra, io che torno dal lavoro, con in tasca il nostro amore, fotoromanzo nun è. Sarà più bello con te. Loro che si baciano in un grande cuore,finisce sempre così, tu che credi sempre in questi grandi amori, ma poi non è così, chist’ammore nuoste nun è fatte ‘e carte, con la copertina blu, nuje nun simme ‘a stori ‘e stu fotoromanzo, comme vulisse tu… (Fotoromanzo - Nino D’Angelo)
Fu così che decidemmo di bussare…cioè, cercammo di bussare perché ricordo che passarono almeno dieci minuti prima che qualcuno si decidesse: - Franco, bussa tu. - Io, e perché? - Perché sei grosso, chiatto e hai più forza di noi. - E mica dobbiamo buttarla a terra sta porta? Bussa tu Tore. - Ma che sei scemo. Non vedi che ho la mano fasciata. - Quella destra. Chedè per solidarietà ‘a sinistra recita la parte della ciaccata? - Perché non può essere? - Allora bussa tu, Pummarò! Pummarò sarei io. Gennaro Pummarò, nome che da generazioni mi è stato tramandato. Nonno, padre e figlio. Una discendenza di pomodori alla quale non potevo fare a meno. Da una famiglia di fruttivendoli, in una città come Napoli, non potevo certamente aspettarmi un soprannome diverso: mio fratello si chiama Antonio, meglio conosciuto come Tonino ‘A percoca, mia sorella si chiama Anna, meglio conosciuta come Nanassa un ibrido tra il diminutivo Nanà e il frutto esotico ananas. Mia madre, che non poteva certo mancare all’appello, era conosciuta come Carmela Nuciulline. Insomma, eravamo una famiglia biologicamente controllata. Essendo io il più grande del gruppo toccò a me bussare. - Busso io. Allaneme de cagasotte, io senteve na puzza ‘e merda! E mentre stavo per avvicinare alla porta il mio pugno chiuso… - Avite fernute ‘e fa ‘e zuzzuse fore ‘a porta mije. Sciò, sciò, jatevenne faciteme faticà. Annarella uscì all’improvviso. E all’improvviso i miei amici Tore e Franco si dileguarono lasciandomi solo sotto al portone. - Salve signora, buonasera. - E tu che vaje truvanne, forza lasciami il marciapiede libero. - Io vorrei… come dire. - Non ho caramelle e neanche gelati. Forza, jatevenne e case vostre! - Ma signora Annarella io ho quindici anni e caramelle datancelle a cocche nepote do vuoste. Io sto qua perché voglio chiavare. - Cosa? - Si. Voglio fare l’ammore con lei. Anzi, tutti noi, vogliamo fare l’ammore con lei. - Tutti chi? Mi girai con la speranza che i miei amici fossero tornati, ma nulla. Solo, rosso come un peperone e con il piede dell’Annarella carico per menarmi una scarica di calci in culo, ecco come rimasi fuori da quel portone. Ma Annarella, inaspettatamente, sarà stata la forza di qualche Santo in paradiso, prese atto di questa mia richiesta e disse… - Quante tiene? - Ventimilalire. - Un quarto d’ora e poi te ne torni a giocare con le macchinine. Su forza, sbrigati a entrare. Provate ad immaginare un quindicenne magro, bianco e deperito, con al piede un paio di mocassini bucati, un pantaloncino di jeans mezzo stracciato e mezzo sporco di pomodori e terriccio. Una canotta bianca sporca di grasso, tremante, impaurito che è riuscito a entrare nel basso di Annarella: donna dalle mille passioni con una quarta di reggiseno, un culo così enorme che spesso quando la vedevi per strada ti scappava, istintivamente, un urlo animalesco accompagnato da una frase poetica del tipo: “uanema, quella sta a pecorina pure in piedi!” Provate a pensare questo quindicenne come si poteva sentire in quel basso. Non ci sono parole, ricordo ancora il calore mai sentito prima tra le mie gambe. Consumato il quarto d’ora con Annarella, che più che un quarto d’ora di passioni e carnalità pagate a buon prezzo, fu un quarto d’ora diverso da come immaginavo. Entrato in casa, preparato il letto. Spogliato, lavato, spalmato dalla testa ai piedi da un gel olioso… scusate signò, ma me vulisseve magnà?... mi stesi a letto mentre lei, con guanti di lattice si accingeva a venirmi addosso: - signora Annarella, scusate se vi interrompo. Non voglio certo disturbare il vostro lavoro ma io nun me pensavo che la prima volta che avrei fatto l’ammore facevo la fine di un budino, e vuje con questi guanti non vi si può vedere, scusate io voglio sentì ‘a carne! Ero preso dall’eccitazione, volevo sentire i sapori, volevo sentire gli odori, volevo sentire il calore delle mani. Mani di una donna matura, mani di una maga dell’amore invece mi sembrava di stare in un reparto profumeria di un grande magazzino… la stanza che puzzava di muschio bianco, il letto di mirra e l’olio al sapore di incenso…e la sempre e solita canzone di Nino D’Angelo che mi assillava:
io pe sta ragion non sopporto tuo padre ‘e l’annascunnime dind’ ‘a stessa paure st’ammor. E sognamo casa nostra, tu che aspetti alla finestra, io che torno dal lavoro, con in tasca il nostro amore, fotoromanzo nun è. Sarà più bello con te… (Fotoromanzo - Nino D’Angelo)
- Signò, a me me pare de sta dint’a na sacrestia. Ci manca solo che ora a farmi il massaggino esce un prete dal bagno! Non riuscii a fare nulla, quel rituale non mi apparteneva e non poteva certo appartenere alla mia prima volta. Annarella ci mise tutta la buona volontà ma io rimasi perso nei mie mille perché di quella sera… - Piccerì, questo non da segni di vita! All’uscita lasciai lo stesso le ventimila lira. - E che me le lasci a fare. Non abbiamo mica consumato. Anzi, se proprio ti vuoi risollevare al primo piano ci sta un piano di ragazzine della tua età. La chiamano ‘a piccola pasticceria. - No per favore, teneteli se no i miei amici non ci credono! Uscii con un sorriso finto, mostrando tutti i miei trentadue denti, fischiettavo a suon di zoppettini, m’incamminai per il lungo mare di Bagnoli facendomi accarezzare da un’aria salata che il mare mi regalava. Chiesi perfino una sigaretta alla prima coppia di ragazzi che si avvinghiavano, pe sotte ‘e pe ‘ngoppe, su di una panchina. Pensai che dovevo sembrare uno che aveva appena finito di fare l’amore. Appena arrivai alla piazzetta dove prendere l’autobus che mi avrebbe portato a casa trovai Franco e Tore che mi aspettavano. Erano impazziti. Sembravano dei bambini di tre anni che corrono dall’uomo dello zucchero filato…: - Allora che hai fatto… che dice? Com’è? Te l’ha succhiato? - E fatte ‘a pecurine? E zizze, e zizze… comme ‘e tene ‘e zizze..? - Tenete un accendino? - Un accendino…? Ma comme, piglia n’accendino. - Comme songhe ‘e zizze. Toste, toste come il marmo, e credetemi se vi dico che ha un chiodo da dieci al posto del capezzelo. - Uanema Gennà, già ti vedo diverso. Non so, sembri già un uomo… - Però i brufoli ti sono rimasti? - Strunz, dai tempo a tempo! E come un rivoluzionario, con i suoi più fedeli militanti, mi misi alla guida dello scooter portando in sella i miei due amici di avventura, direzione Rione Traiano.
Alessandro Gallo
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