| IL PARACARRO - Andrea Bertolino |
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IL PARACARRO
Quando entrò nella sala dei prelievi dell’ambulatorio, riconobbi subito quel volto e quegli occhi azzurri che si abbassarono subito per evitare di incrociare il mio sguardo, quella bambina che avrebbe voluto nascondere una pancia ormai troppo evidente di una donna in attesa. -Rosaria non mi saluti, da compagna di allenamento? - Le dissi mentre preparavo siringa e provette, sollevò di poco lo sguardo accennando un timido – Ciao. - Non ti preoccupare sentirai come un morso di zanzara – - Non ho paura della puntura ne della vista del sangue – - Allora sei preoccupata per la gravidanza e di quello che dice la gente? Fregatene, non sei la prima sedicenne che resta incinta, poi le cose si sistemano e nasce una famiglia solida -. Ma mentre parlavo e si scopriva il braccio per effettuare il prelievo capii la vera preoccupazione di Rosaria, in tanti anni di professione avevo imparato a conoscere quello strano colore e la durezza della cute sopra le vene del braccio, la ragazza doveva affrontare problemi ben più gravi di una gravidanza non desiderata e del chiacchiericcio delle comari del quartiere. Avevo conosciuto Rosaria qualche anno prima , al campo sportivo dove andavo ad allenarmi, faceva parte di un piccolo gruppo di atletica leggera messo insieme da un giovane insegnante di educazione fisica di una scuola media di un quartiere popolare. “Quartiere popolare” una definizione urbanistica per non dire “quartiere ghetto“, una scelta politica di smembramento di un tessuto sociale tenuto assieme da una struttura cittadina, il cortile, che integrava naturalmente le famiglie operaie con quelle piccolo borghesi e padronali. In quei quartieri, senza strutture sportive e di aggregazione, era stato negato ai giovani quello spirito di emulazione verso il coetaneo dei piani più alti, che aveva prodotto, nel dopoguerra una classe dirigente proveniente ed arricchita da quella promiscuità. Tenere insieme quel gruppo, richiedeva una forte dose di entusiasmo per il proprio lavoro, vi era rappresentato un campionario di emarginazione: chi aveva il padre che entrava ed usciva continuamente dalle patrie galere, chi era figlio di prostituta, chi, come Rosaria, aveva il padre disoccupato che doveva mantenere 6 figli e chi come Habib era figlio di un tunisino che riusciva a mantenere il ragazzo agli studi imbarcandosi in un peschereccio. Di certo non erano un modello di disciplina ma il professorino riusciva a farli allenare con una certa costanza ed io stesso mi avvicinai al gruppo facendomi coinvolgere dal loro entusiasmo. Ero stato promosso sul campo “professuri“ dagli stessi ragazzi a cui spiegavo qualche rudimento di fisiologia e psicologia dello sport. Fu, perciò, naturale che, in occasione dei campionati Nazionali dell’Ente di promozione a cui la loro Società era affiliata, il professore mi invitasse a partire con loro visto che il programma gare prevedeva anche una competizione per i master e per dare una mano con le ragazzine venne anche mia moglie. Andrea Bertolino
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