| IL BALDACCHINO DI UOMINI - Marco Minnucci |
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| Giri di parole 2010 - Incipit - Incipit - Racconti | |||
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IL Baldacchino di uomini  Non ci bastarono più le nostre telefonate serali e vivere il nostro rapporto in maniera intermittente, Sonia ed io decidemmo così di andare a convivere in una casa in affitto. Quei quattro locali ci furono consegnati dal proprietario praticamente privi di qualsiasi arredamento, poiché l’uomo, che si presentò a noi con una cravatta a strisce vivaci, un paio di scarpe di camoscio e un’aria di chi aveva scritto per tutta la vita lettere da paesi lontani, aveva ereditato quell’appartamento e lo aveva prontamente affittato, servendosi di quei giornalini di annunci in cui nelle prime pagine si vendono oggetti piccoli e a mano a mano che si sfogliano si arriva agli oggetti più grandi finché nelle ultime pagine si vendono anche gli esseri umani. Le finanze a nostra disposizione per l’arredamento che avremmo voluto dare ai locali della nostra convivenza erano davvero poche, così, promettendoci di acquistare al più presto quanto occorreva ai nostri gusti, vivevamo ai minimi termini quella casa dotata di stanze dalle finestre molto luminose e di un balcone che, stando al penultimo piano del palazzo, faceva respirare oltre che l’odore dei gerani e del basilico piantato in scatole di tonno, anche un vento sbrigliato che si espandeva e si esaltava fino a non essere più vento ma respiro dell’aria. Disposto al meglio qualche oggetto che ci portammo dalle camere della nostra adolescenza e utilizzando quelle poche cose che il proprietario aveva lasciato, riuscimmo a mettere sù un ambiente provvisorio discretamente vivibile; nella fattispecie, il miglior artificio lo facemmo con il letto. Giacché il proprietario lasciò nella camera la grande tavola di un letto matrimoniale, fummo d’accordo a non comprare momentaneamente il materasso, e con la sfrontatezza del sapersi arrangiare, che il più delle volte contraddistingue i giovani, decidemmo di portare nella nuova abitazione quelli ad una sola piazza su cui avevamo dormito nelle nostre case di provenienza. Sistemati i materassi dentro il quadrato della tavola, ci accorgemmo che nella lunghezza erano precisi ma nella larghezza rimaneva uno spazio di circa cinquanta centimetri tra l'uno e l'altro. In un primo momento la scelta migliore ci sembrò quella di unire i due materassi e lasciare lo spazio in avanzo ai lati, sennonché quell’imprecisione sembrò davvero provvidenziale quando in breve tempo scoprimmo che Sonia ed io avevamo un rapporto con la temperatura decisamente diverso, poiché io ero un tipo geneticamente caloroso, infatti d’inverno dormivo con una leggera coperta e d’estate senza, lei era una donna massimamente freddolosa, così, senza dare alcun segno solenne a quella divisione, rimettemmo i cinquanta centimetri di spazio in mezzo in modo che potevamo dormire con coperte diverse, trovando affare anche piuttosto romantico quello di unire i materassi per fare l’amore. Sonia era una ragazza semplice che sembrava sempre alle prese con cose più grandi di lei, godeva delle piccole variazioni che imprimeva alla sua vita con ogni volta, forse, l’illusione che un giorno sarebbe stata diversa, la nuova acconciatura, magari il fatto che nella strada di ritorno a casa dal lavoro non facesse più il tragitto a valle ma tagliava in qualche punto della valle; ho sempre pensato che questa sua modestia e semplicità fosse, in quel minimo di opposti che tiene in piedi un amore, un beneficio che bilanciasse la mia fantasia, il mio disordine e il mio bisogno d'immaginazione. Già dalle prime serate della nostra convivenza Sonia non poté fare a meno di notare il mio particolare rapporto con la lettura. Quando la sera mi mettevo a leggere a letto, ero solito portare avanti con coerenza la lettura di un libro e, con incoerenza, ogni tanto mi alzavo e andavo a pescare tra i testi già letti, dentro le decine di scatoloni di libri che avevamo traslocato, alla ricerca di un’opera che contenesse qualche personaggio che si avvicinava al mio stato d’animo del momento, in altre parole, andavo a scegliere il carattere di un personaggio che quella sera mi sarebbe andato a genio e con cui avrei voluto parlare. Ricordo che la prima sera che condividemmo quel letto, stavo leggendo il libro di uno scrittore turco quando, ad un tratto, sentii il bisogno di farmi tornare in mente con quale atteggiamento Madame Bovary, piena della sua ambizione, si era posta di fronte al trasloco nella casa del suo primo uomo, il medico, così mi alzai e lessi i passi di quel libro; il fatto che quella stanza fosse anche solo momentaneamente informale, dato che con il tempo c’eravamo promessi che sarebbe diventata formale con delle mensole che sarebbero servite da libreria, un materasso nuovo e altri aggiustamenti, mi dava la libertà di lasciare vicino al letto quei libri senza sentirmi redarguire del fatto che dovevo metterli a posto e nemmeno Sonia me lo esigeva, dato che anche il posto dove sarebbero stati messi a posto, sarebbe stato comunque disordinato. Marco Minnucci
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